Piccolo e appassionato ritratto di uno dei talenti più anticonvenzionali che la Lega abbia mai conosciuto.

Fisico, talento, tecnica, durezza, versatilità e spirito ribelle. Ma soprattutto la capacità di fottersene, di tutto e tutti. Signore e signori, Rasheed Wallace.

Un campione, uno dei migliori della sua generazione senza dubbio. Un precursore nel suo ruolo, un giocatore sopraffino, una testa calda ma pensante.

Croce e delizia, probabilmente, fu scritto anche per lui.

Lungo di 210 centimetri per 100 chili, ben distribuiti, apertura da albatros, piedi veloci e mani – entrambe – dolci come il miele. Difensore totale, una roccia in post, ma rapido nella difesa del perimetro e con i tempi del rim-protector. Attaccante duttile, efficace nel pitturato, ma con la predilezione per la tripla. Uno spaziatore d’antan. Il suo turnaround jumper, un marchio di fabbrica. 

Che Sheed sia speciale salta agli occhi sin da subito, sia per l’aspetto esteriore da gigante-bambino che per il carattere fumantino, che lo inguaia fin dai tempi delle elementari.

La mamma – come spesso capita, unica figura a tenergli testa – capisce presto che quel vulcano di figliuolo ha tanti problemi quanti talenti da esprimere, addomesticare e cesellare, e comincia così a fare il giro delle scuole della città, quella Philadelphia dura e scorbutica come Rasheed, per trovare qualcuno che abbia le capacità, la visione, ma anche la mano abbastanza forte da dedicarsi all’educazione morale e sportiva del ragazzone.

FOTO: Damian Strohmeyer – SI


L’indirizzo giusto è la Simon Gratz, noblesse dello sport liceale locale, una high-school dove la pallacanestro è la “materia” regina, in una città dove il basket che sia di strada, scolastico e universitario, anche di più di quello professionistico, è religione.

Nell’istituto di North Philly il giovin Wallace incrocia i suoi passi con Bill Ellerbee, prof e coach di pallacanestro, un po’ tutore e un po’ sergente, che non fa fatica ad accorgersi di avere in mano materiale esplosivo, da trattare però come la nitroglicerina.

Rasheed parte in quintetto praticamente dal primo giorno, ma Ellerbee non esita a relegarlo in panca – non prima di aver messo al sicuro le partite, s’intende – per fargli assaggiare la carota, ma poi per fargli sentire il bastone, metodo infallibile secondo lui, come secondo la genitrice, per teste calde e complicate come la sua.

Poco male, lui intanto domina, segna a profusione, prende valanghe di rimbalzi e distribuisce assist per tutti, regalando trionfi alla scuola e gloria locale al suo mentore. La sua di gloria, invece, comincia a travalicare la Pennsylvania. Anche senza i media moderni, la voce corre veloce: c’è un fenomeno nella Città dell’Amore Fraterno. Università di tutta la nazione bussano alla porta di mamma Jackie.

La scelta cade su North Carolina di Coach Dean Smith, altra tappa nobile nel percorso di crescita di un predestinato dei canestri.

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A Chapel Hill, Rasheed arriva assieme a Jerry Stackhouse e trova tanto altro talento e personalità in un ambiente che avrebbe potuto intimorire chiunque. Chiunque, ma non lui, pronto a ringhiare e rispondere a muso duro, come nessun freshman oserebbe.

Dopo una prima stagione per capire su quale pianeta sia atterrato, nel suo anno da sophomore Rasheed contribuisce a trascinare i Tar Heels alle Final Four, per perdere nel penultimo atto contro Arkansas.

E’ tempo di fare il salto tra i pro, e il nostro diventa la quarta scelta ad essere chiamata al draft, da Washington.

E’ il 1995. Poco spazio per lui a Capital City, stretto tra Chris Webber e Juwan Howard, mica Stanlio e Ollio. Diciamo.
Viene scambiato a Portland, dove inizierà la sua vera maturazione. Si fa per dire, naturalmente.

Formidabili quegli anni. Di lotte ai vertici della Conference. Di tante vittorie e di amare sconfitte, di occasioni mancate di un niente. Di risse in campo, negli spogliatoi e fuori. E fuori Sheed ci andrà spesso, in tutti i sensi possibili. 

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E’ lui infatti uno dei pilastri di quella franchigia all’epoca piena di talento così come colma di testa calde, capace di arrivare alle finali ad Ovest per due anni consecutivi, ma di uscirne sempre sconfitta. In una occasione, forse, anche ingiustamente, peraltro.

Come nelle Finali di Conference del 2000, quando di fronte ai Lakers di Kobe e Shaq – o Shaq e Kobe se preferite – i Blazers vanno prima sotto 3 a 1 per poi risalire la china e arrivare a Gara 7.

Allo Staples un Rasheed sontuoso, da trenta punti finali, metterà i giallo-viola sulla sua personale graticola in post-basso. Portando i suoi fino al +15 quando mancano solo i fatidici 12 minuti del quarto finale. Un ultimo periodo dove la forza bruta, quasi più della tecnica, porterà LA oltre l’ostacolo.

Siamo all’inizio del nuovo millennio, anni in cui il nostro “rebel without a cause” Sheed si fa notare per essere – tra il 1999 e il 2001 – il leader tra i collezionisti di falli tecnici, con 38 e 41 rispettivamente.

I quarantuno tecnici in una sola stagione, un po’ come i cento punti di Chamberlain, costituiscono uno di quei record che con tutta probabilità saranno destinati a rimanere in eterno, anche perché, come conseguenza delle sue mattane, la Lega deciderà di introdurre la sospensione automatica dopo la quindicesima T. Una vera e propria “Sheed Rule”.

Suo anche il primato di 29 espulsioni, mentre – ironia della sorte – Wallace è solo terzo con 317 nel computo dei tecnici in carriera, dietro i 329 di Sir Charles Barkley e i 332 di Karl Malone. Un’onta che Rasheed probabilmente non si perdonerà mai.

In mezzo a tutto questo, le vittorie, quelle vere, non arrivano e l’ambiente in Oregon si guasta ulteriormente.

Sheed si macchia di episodi riprovevoli, come le minacce al famigerato arbitro Tim Donaghy – non uno stinco di santo, la “zebra”, ma questa è un’altra storia. Dopo aver rimediato un tecnico dubbio, manco a dirlo, da Donaghy, durante un match peraltro giocato da dio da parte di Sheed, i due si incrociano casualmente nel parcheggio del Rose Garden. Basta un’occhiata, scoppia la scintilla, non c’è violenza: diranno i testimoni, ma tante, tante parole di fuoco e scatti furiosi contenuti a stento. Provateci voi a calmare un colosso così.

Tanto basta all’NBA. Facile colpire la pecora nera designata. Saranno 7 giornate di sospensione. Sette ulteriori gocce in un vaso che ormai trabocca ampiamente.

Quando troppo è troppo anche a Jail Blazers Town, Rasheed viene scambiato ad Atlanta. Giusto il tempo di salutare ed è a Detroit. La grande occasione.

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Con Larry Brown sarà subito amore. The Dean Smith legacy. Con Rip Hamilton, Chauncey Billups, Tayshaun Prince e Ben Wallace, formerà un nucleo solido, compatto e alla fine vincente.

The Bad Boys are back.

Estate 2004, è il momento più alto della sua carriera sportiva, i Pistons si laureano campioni con la più improbabile dei lineup, senza stelle conclamate ma ricolma di sapienza cestistica e di consapevolezza della propria forza nel giocare a basket in “the right way”, come la panchina esige, come la squadra esegue.

Rasheed è un protagonista di quella avventura. Peccato che per un niente – forse anche per una chiusura difensiva da lui mancata – di anelli non ne arrivino più di uno.

Uno dei più celebri “Momentary Lapse of Reason” di Rasheed avviene infatti a poco più di 9 secondi dalla fine dell’overtime di Gara 5, a Detroit, delle Finals 2005 tra i Pistons campioni in carica e i dinastici ad intermittenza Spurs.

La squadra di casa è sul 95-93 e ad un passo dal 3-2. Si esce da un time-out e nel cerchio dei Pistoni risuona un solo mantra che fa “no threes, no threes, no threes”. San Antonio rimette in attacco col suo cecchino più pericoloso, Robert Horry. Wallace dovrebbe stargli attaccato come una cozza allo scoglio e invece, quando la palla finisce nell’angolo, Sheed si sgancia per raddoppiare Manu Ginobili, lasciando inspiegabilmente libero proprio lui, il famigerato Big Shot Bob, la cui bomba deflagra nel canestro e nel cuore di ogni tifoso di Detroit. Gioco, partita, incontro. Anello adieu addio repeat. Una distrazione, un corto circuito mentale, un black-out che, come il suo più celebre gesto tecnico, sembra essere un altro marchio di fabbrica del nostro.

“The Dark Side of the Moon”, tanto per rimanere in tema.

La delusione è grande, forse anche più di quello che la sua espressione di pietra lasci intravedere, ma Sheed non smetterà di vincere, di sfiorare imprese e, perché no, di mostrare la sua faccia feroce sia in Michigan che altrove, fino al ritiro definitivo nel 2013.

Nel post-carriera continua a coltivare il suo impegno civile – di lunga data, spesso messo in ombra dai suoi comportamenti eccessivi – e il suo amore per il basket, decidendo di rimanere nell’ambiente come allenatore, accettando ruoli ai margini del mondo pro.

FOTO: The Inquirer


E’ dell’Agosto di quest’anno la chiamata di Penny Hardaway che lo sceglie come suo assistente ai Tigers della University of Memphis, dove ritroverà come “collega” il guru Larry Brown, vedi un po’ il destino.

Una nuova occasione per Wallace per continuare a diffondere il suo basket solido e innovativo, la sua interpretazione irriverente, la sua vena di follia e il suo spirito antagonista.

Lo spirito di un uomo libero e anticonformista, di un giocatore fenomenale. Fuori da tutti gli schemi, dentro il cuore di molti.

Buona continuazione Rasheed, anche perché è chiaro a tutti, come dici tu, che “BALL DON’T LIE”.