Tra i big, solo Shai Gilgeous-Alexander è certo di poter essere eletto MVP, mentre Jokic può fare massimo un’assenza e Wembanyama si è infortunato.

Non resterà nessuno, o quasi, a cui assegnare il premio di MVP. Tra i grandi nomi in lizza, solo Shai Gilgeous-Alexander ha raggiunto i requisiti minimi per il premio imposti dalla NBA: un minimo di 65 presenze stagionali, giocando almeno 20 minuti a partita, contando come presenze anche un massimo di due partite bonus dove il giocatore giochi un minimo di 15 minuti. Per come stanno adesso le cose, Nikola Jokic, Luka Doncic e Victor Wembanyama non sono certi di poterli ottenere. Vediamo qual è la situazione, caso per caso.
Jokic e Wembanyama
Il giovane prodigio francese che ha guidato i San Antonio Spurs a una stagione da 60 vittorie (and counting) ha subito un infortunio alle costole nel corso dell’ultima gara contro i Philadelphia 76ers. In caso di risonanza magnetica negativa, dunque solo di contusione, non dovrebbero palesarsi troppi problemi, ma qualcosa di più grave potrebbe portarlo a perdere le ultime tre partite stagionali. Il che vorrebbe dire niente MVP, sebbene in una situazione molto peculiare.
Wembanyama, già così, risulta avere 63 presenze ufficiali, 61 delle quali sopra i 20 minuti di impiego. Inclusa la sfida contro i Sixers, ha già due partite stagionali con un minutaggio sopra i 15 minuti ma sotto i 20, abbastanza per il bonus ma abbastanza anche per non poterlo sfruttare più in queste ultime partite.
Le presenze, poi, nel suo caso sono da considerare 64, perché anche la finale di NBA Cup – che non è parte del calendario della regular season, ma vale per i premi – viene conteggiata. In parole povere, a Wembanyama basta giocare almeno 20 minuti in una delle ultime tre partite di San Antonio per risultare eleggibile in ottica MVP. E DPOY, nel suo caso, dato che la regola si applica anche al premio di miglior difensore e ai quintetti All-NBA e All-Defensive.
Invece Jokic, già tre volte MVP, è forse (si spera) quello che avrà meno problemi. Dovrà scendere in campo in almeno due delle tre partite finali dei Denver Nuggets, tra l’altro in una dominante striscia da nove vittorie consecutive che ha concesso loro di riacciuffare il terzo posto, sfruttando anche le improvvise defezioni in casa Los Angeles Lakers. La squadra vuole confermare il proprio posizionamento, e soprattutto dovrà affrontare nelle ultime due giornate Thunder e Spurs, pertanto non si prevedono assenze di spessore.
Doncic e il caso “straordinario”
A proposito delle defezioni dei Lakers, il caso di Luka Doncic è molto peculiare, tanto che il suo infortunio si può definire un vero e proprio disastro. In primis, per i motivi di classifica sopracitati, aggravati anche dall’infortunio di Austin Reaves, che a propria volta dovrebbe saltare il primo turno. In secondo luogo, perché si tratta di un’area già infortunata in passato e che comporta assenze lunghe all’incirca un mese, come minimo – tanto che per provare ad accelerare i tempi lo sloveno ha deciso di effettuare trattamenti speciali in Europa. In terzo luogo, perché nega a Doncic l’eleggibilità per i quintetti All-NBA e l’MVP.
La sola soluzione sembra un ricorso, appellandosi a un cavillo individuato dall’agente Bill Duffy. La richiesta è quella di “Extraordinary Circumstances Challenge”, giustificare cioè una o più assenze del giocatore a causa di un evento straordinario qualora dovessero pregiudicarne il raggiungimento dei requisiti minimi per l’accesso ai premi stagionali. Nel caso di Doncic, si tratterebbe delle due partite perse tra il 4 e il 6 dicembre per la nascita della propria figlia in Slovenia. Queste le parole dell’agente:
Luka ha saltato due partite in questa stagione per la nascita di sua figlia in Slovenia. Sua figlia è nata il 4 dicembre in un altro Continente, eppure lui era già tornato negli Stati Uniti a giocare con la sua squadra il 6 dicembre. Luka ha fatto di tutto per essere presente per la sua squadra e per questa Lega in questa stagione. La sua stagione da record merita di essere annotata nei libri di storia, nonostante lo sfortunato infortunio di ieri sera e altre circostanze straordinarie. Non vediamo l’ora di lavorare con la NBAPA e l’ufficio della lega per garantire un esito equo in questa vicenda.
In questa stagione, Luka Dončić ha offerto prestazioni di livello storico, guidando la classifica dei marcatori della Lega, portando i Lakers al terzo posto nella Western Conference e inserendosi nella rosa dei candidati a una delle gare per il titolo di MVP più serrate che si ricordino. Per garantire che gli incredibili risultati ottenuti da Luka in questa stagione siano giustamente onorati e che lui possa essere preso in considerazione per i premi di fine stagione, intendiamo richiedere una deroga alla regola delle 65 partite per “circostanze straordinarie“.
Il problema delle 65 partite
La NBA, molto probabilmente, approverà il reclamo, trattandosi di un tema molto caldo. Già Cade Cunningham e Anthony Edwards non saranno eletti All-NBA a causa di questa regola, avendo entrambi sofferto infortuni a lungo termine sul finale di stagione. Doncic sarebbe l’ennesimo nome “rumoroso”, che non si limita all’MVP.
A far discutere, in questi giorni, anche il caso di OG Anunoby, che ha raggiunto il requisito minimo delle 65 presenze solo nell’ultima vittoria contro gli Hawks. La versatilissima ala dei Knicks ha giocato la finale di NBA Cup, quindi già prima di Atlanta poteva vantare il requisito minimo, ma una partita da soli 5 minuti dalla quale era dovuto uscire per infortunio è stata esclusa dal conteggio. Tutto è bene quel che finisce bene, potrà rientrare nei quintetti All-Defensive adesso, ma coach Mike Brown non l’ha presa bene.
A intervenire sulla questione anche coach Chris Finch dei Minnesota Timberwolves, per il caso Anthony Edwards, che non potrà raggiungere le 65 presenze stagionali sebbene sia molto vicino, a quota 60. Finch ha posto l’attenzione sull’aspetto finanziario, spiegando che magari a ricevere premi e onori All-NBA saranno giocatori che poi potranno richiedere benefit non proprio in linea con il loro effettiva status.
Un effetto collaterale che riguarda gli Awards in generale, e motivo per cui sulla questione delle 65 gare sta emergendo tanto rumore. Soldi, ovviamente, ancora prima che orgoglio personale, di certo non minato da un singolo premio stagionale. Il che crea non pochi problemi tra agenti e giocatori, nonostante il (pur giustificabile) desiderio della Lega di salvaguardare il prodotto dal load management, la tendenza delle squadre a tenere le proprie stelle a riposo per risparmiarle dall’usura delle 82 gare.
Le quali, però, restano e resteranno sempre il problema maggiore per una questione del genere, esistente anche in questo caso per ragioni puramente commerciali, per quanto si voglia nascondere la polvere sotto il tappeto. Una ratio assimilabile a quella lotta al tanking tutt’altro che necessaria e senza alcun motivo logico avanzata con accanimento – dietro il quale si nascondono le partnership nel mondo del betting – proponendo una serie di toppe che potrebbero rivelarsi pure peggio del buco (ne abbiamo parlato QUI). Se anche la regola delle 65 gare passerà alla storia come tale, resta solo da vedere.
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