La NBA sta indagando sulla scelta dei Milwaukee Bucks di non far giocare Giannis Antetokounmpo, a proprio volta furioso di non poter essere in campo.

Questo articolo è una traduzione autorizzata. La versione originale è stata scritta da Jim Owczarski e pubblicata su Milwaukee Journal Sentinel, tradotto in italiano da Marco Barone per Around the Game.
Secondo quanto riferito al Milwaukee Journal Sentinel da diverse fonti della Lega, la NBA e l’Associazione Nazionale Giocatori (NBPA) hanno avviato un dialogo con i Milwaukee Bucks e Giannis Antetokounmpo in merito alla disponibilità della stella a tornare in campo dopo l’infortunio al ginocchio subito il 15 marzo.
Antetokounmpo, così come diversi membri dello staff dell’organizzazione, sono stati interrogati in merito all’iperestensione e alla contusione ossea che ha subito al ginocchio sinistro in seguito a un atterraggio sbilanciato dopo una schiacciata. A partire dal 17 marzo, Antetokounmpo è stato escluso dalla squadra a causa di tali infortuni, ma ha sempre sostenuto di essere in condizioni fisiche sufficienti per giocare. Il 24 marzo, il sindacato ha rilasciato una dichiarazione in cui auspicava che la lega applicasse le proprie politiche in materia di partecipazione dei giocatori.
Il 25 marzo, il commissario dell’NBA Adam Silver ha dichiarato che la lega avrebbe esaminato la questione. Da allora le discussioni sono proseguite, anche se una fonte della lega ha riferito al Journal Sentinel che il sindacato ritiene che il processo volto a trovare una soluzione dovrebbe procedere più rapidamente. È un’opinione che Antetokounmpo condivide chiaramente.
“Sono disponibile a giocare, ma non sono in campo. Sono disponibile a giocare subito [il 3 aprile]. In questo momento. Sono disponibile. Vi sembro forse indisponibile? No, ditemelo voi. Voi mi state vicino da tempo. Vi sembro infortunato? Non mi vedo tra i primi 12 [giocatori attivi]. Non mi vedo nella formazione titolare. È più o meno tutto qui. Non lo so. Non so quale gioco si stia giocando qui, semplicemente non voglio farne parte.”
– Giannis Antetokounmpo, 3 aprile
Giannis vuole giocare con i fratelli
Alex Antetokounmpo è stato chiamato nei Bucks al termine della stagione dei Wisconsin Herd, e il ventiquattrenne ex stella della Dominican High School ha fatto il suo debutto in NBA il 31 marzo contro Dallas. Il trio ha tecnicamente scritto la storia della Lega essendo il primo gruppo di fratelli a giocare, in un determinato momento, per la stessa squadra nella stessa stagione. Ma Giannis ha dichiarato nella sua intervista di circa 15 minuti del 3 aprile che giocare effettivamente con i suoi fratelli, Thanasis e Alex, è molto importante.
“Quando ho giocato la mia prima partita in NBA, lui aveva 11 anni. Quando mio padre [Charles] è venuto a mancare, l’ho praticamente cresciuto io, ed ora lui è in grado di far parte della squadra, di indossare questa canotta e di inseguire l’opportunità di diventare un grande giocatore. E voi pensate davvero che io non voglia vestirmi e giocare con mio fratello? Chiunque lo pensi è un idiota.”
– Giannis Antetokounmpo

L’intervista completa di Antetokounmpo
- Ti senti in buona salute? Ti stanno dando la possibilità di ottenere l’idoneità medica?
“Sta andando bene. Mi sento bene. Lo dico fin dal primo giorno. Fin dal secondo giorno, fin dal terzo giorno dopo l’infortunio. Non ricordo contro chi abbiamo giocato la partita successiva, ma mi sentivo bene. Mi sentivo pronto a giocare. Non vi mentirò. Forse non dico sempre tutta la verità, ma non mentirò mai. L’ho fatto fin dal primo giorno. E l’ho detto.
Dopo la partita, ve l’ho detto, mi avete chiesto se volevo fare la risonanza magnetica, ho detto di no. So esattamente di cosa si tratta. Ho iperesteso il ginocchio, l’ho fatto in estate, ci vogliono uno o due giorni. Nella partita successiva, cerco di essere intelligente e cauto, tipo: “Ok, prenditi un po’ di tempo, solo per sicurezza”. A parte questo, sono stato qui. Mi avete visto riscaldarmi. Mi vedete allenarmi. Ho giocato. Ho giocato con la squadra. Ho giocato uno contro uno. Mi sono allenato. Ho fatto praticamente tutto.
Quindi è un po’ difficile non essere disponibile per tutto l’anno e l’unica volta che sono effettivamente disponibile e mi sento davvero bene, e sentivo che stavo ritrovando il mio ritmo dalla partita di Miami a quella di Indiana, non poter essere in campo con la squadra. Capisco le circostanze? Sì. Non andremo ai playoffs o, agli occhi di alcune persone, non vale la pena che io sia in campo.
Ma per me è una cosa che va contro la mia natura. Non so se voi ragazzi l’avete dimenticato o se la gente dimentica cosa ci è voluto per arrivare fin qui, io non riesco a dimenticarlo. Lo so. Questo va contro la mia natura. Sono nato per giocare. Quando è arrivata la gara 6 delle finals NBA e mi sono vestito, non ho sentito nessuno dire nulla. Nessuno si preoccupava di cosa fosse giusto o sbagliato fare. E all’improvviso, ora se ne preoccupano.
Ma ok, per rispondere alla tua domanda, sto bene, e odio quando la gente mi costringe a fare cose contro la mia natura. Sono un giocatore. Vengo pagato per giocare e se là fuori c’è qualcuno che pensa − perché ho sentito qualcuno dire: ‘Oh, dice che vuole giocare, ma in realtà non vuole giocare’.
- Com’è andato il colloquio, o meglio la mancanza di colloquio, con Jon Horst o con lo staff medico?
Il personale medico, a questo punto, credo che stia semplicemente cercando di fare il proprio lavoro senza immischiarsi, perché il giocatore sta bene. Il ragazzo sta bene. A questo punto, capisci cosa intendo, cioè se non stessi bene, lo capirei. Se non potessi giocare, lo capirei.
Ma loro devono fare il loro lavoro. Non possono essere coinvolti in questa faccenda. Non possono nemmeno essere coinvolti. Fanno il loro lavoro. Sono in grado di provvedere alla loro famiglia. Non si possono mettere in mezzo a questa faccenda. Ma sì, li rispetto. Ho lavorato con loro. Capisco che ci siano dei protocolli. Ho seguito la maggior parte di questi protocolli.
Ci sono molte persone che hanno seguito protocolli per il ginocchio, la caviglia, la schiena, la spalla. Io li ho seguiti tutti. Hanno dei protocolli, quindi so più o meno di cosa si tratta. Quindi quando mi dicono: “Oh, sì, due settimane”. Oppure: “Sì, sette giorni”. Dai, levati dai piedi.
- Per essere chiari, non ti lasceranno giocare. È questo che stai dicendo.
Capisco, sono un veterano. Sono qui da 13 anni e capisco che la squadra sia stata eliminata dai playoffs, bisogna essere intelligenti. Prendersi cura del proprio corpo, entrare e uscire, avere un limite di minuti solo per stare attenti, per prepararsi alla prossima stagione, preparare la prossima generazione affinché i giovani giocatori abbiano un po’ di minuti, scendano in campo − lo capisco. Ma non era il momento giusto per farlo.
È questo che mi dà fastidio. È quasi come se avessero sventolato bandiera bianca. E io non lo faccio. Mi dispiace. Non lo faccio. E non lo farò mai, mai. Quindi sì, rispetto tutti, ma noi non siamo assolutamente, assolutamente sulla stessa lunghezza d’onda.
- Pensi che la tua stagione sia finita?
Sono pronto a tornare in campo. Sono pronto da un pezzo. Insomma, era un infortunio che mi avrebbe messo fuori gioco per tutta la stagione? Sembrava un infortunio del genere? Ragazzi, stavo per giocare il quarto quarto. Di cosa stiamo [parlando]? Non ho giocato il quarto quarto perché eravamo in vantaggio di 15 punti e stavamo giocando contro gli Indiana Pacers. Insomma, se avessi giocato, non staremmo nemmeno facendo questa conversazione. È questo che mi dà fastidio. Ha creato qualcosa di più grande di quello che è.
- In che modo questo ha influito sul tuo rapporto con i Bucks?
Non mi piace. Sai, è come uscire con tua moglie, poi ti sposi con lei e, se succede qualcosa, non significa che finisca con un divorzio. Ma di sicuro non mi piace. E lo dirò chiaramente. E penso di averlo fatto. Non ai media. Ad essere sincero, scusate, vi voglio bene. Ma non è mio compito comunicare a voi quali sono i miei sentimenti, o quali sono le mie conversazioni con quella che è praticamente mia moglie, ovvero i Bucks. È mio compito comunicare con lei e lei deve condividere le sue preoccupazioni con me, in privato.
Ma alla fine dei conti, vi dirò una cosa: sapete bene con chi siete sposati. E se state con qualcuno da 13, 15 anni, sapete come ragiona. Capite cosa intendo? Voi mi conoscete e sapete che per qualcuno sarà un inferno cercare di zittirmi. Mi dispiace. Ma è così. È la mia natura, nel bene e nel male. Posso andare a dormire bene o male, infortunato o no, vincendo o perdendo, con o senza titolo, con o senza soldi, con o senza fama, non importa. Questa. È. La. Mia. Natura.
Quando avevo 18 anni, stavo esordendo e ho visto un video dei Knicks, sono uscito e ho giocato contro Carmelo [Anthony] a 18 anni. Questa è la mia natura. Mi dispiace. Sapete con chi avete a che fare. Quindi, se qualcuno viene a dirmi di non giocare o di non competere, è come uno schiaffo in faccia. Quindi, non so come andrà avanti la relazione da qui in poi. Dobbiamo andare in terapia di coppia. Andare, consultarci, sederci, sapete, raccontare la loro versione, io racconterò la mia e troveremo una soluzione. Amichevolmente. Giusto? Questa è la parola. Trovare una soluzione insieme.
- Quindi il rapporto non è compromesso, sei disposto a superare questa situazione e a impegnarti per risolverla?
La stagione non è ancora finita. Mancano sei partite. Risolvere cosa? Mancano sei partite. Scusa, voglio giocare a basket. Quindi cosa mi stai dicendo? La prossima volta che giocherò a basket sarà in ottobre? Perché? Non voglio farlo. Non voglio. Voglio giocare a basket. Sono nato per giocare a basket. Sono nato per giocare a basket, amo giocare a basket, vengo pagato per giocare a basket. Il mio spirito competitivo vuole giocare a basket.
Vedremo. Penso di stare girando a vuoto. Vedremo. Non so dove sarà il futuro o cosa succederà. In questo momento abbiamo sei partite davanti a noi. Stiamo giocando contro una squadra molto forte [contro Boston]. Spero che la squadra giochi bene. I giovani stanno giocando molto, molto bene. Sono competitivi. Sento che il morale della squadra è alto in questo momento. I giovani ci stanno dando tanta energia. Quindi, cose positive. Vedo molte cose positive da parte di “Ous” [Ousmane Dieng], di Cormac [Ryan], di Pete [Nance], di Alex [Antetokounmpo], di Andre [Jackson Jr.], di tutti quei ragazzi che giocano.
- La tua energia è alle stelle anche se sei scontento di non giocare.
Insomma, il fatto che io non sia contento di non giocare o di non riuscire a dare il meglio di me, diciamo, o di non riuscire a segnare un canestro, non può influire sul mio rapporto con i compagni di squadra. Non può influire sul mio rapporto con gli amici, con i miei figli o con mia moglie. Devi saper separare queste due cose. Se ho un disaccordo con un allenatore, qualunque sia il motivo, se ho un disaccordo con lui, non significa che quando scendo in campo non sosterrò la squadra.
In fin dei conti, prima di tutto sono un leader. Mi piace. Sono un appassionato di questo sport. Mi piace guardare la gente giocare, mi piace vedere i ragazzi dare il massimo, mi piace vederli fare ciò che amano. È bellissimo da vedere. Quindi non mi vedrete mai, diciamo, litigare con Jon o con Coach Doc e non andare in campo a sostenere i miei compagni di squadra. Riuscite a immaginare se litigassi con mia moglie e venissi qui a comportarmi da [parolaccia] con i miei compagni di squadra? No. Questo è basket. Tenetele separate. Una volta che esci, qualunque cosa tu faccia fuori dal campo, la fai fuori dal campo.
- L’associazione dei giocatori ha preso le tue difese, poi Adam Silver ha detto che la lega avrebbe approfondito la questione: vorresti che il sindacato intervenisse a tuo favore?
Forse. Forse è successo. Sto solo aspettando. Non ho avuto nessuna conversazione. Non ne ho parlato con nessuno. Ho avuto una prima conversazione con le persone con cui dovevo parlare, ovvero coach Doc [Rivers] − diciamo solo il coach Doc e Jon [Horst] − e in quella prima conversazione ho detto che voglio giocare. E dopo quella, non ho più avuto nessun altro colloquio. Nessuno mi ha mai avvicinato per dirmi che non giocherò o qualunque sia il piano.
Continuo semplicemente ad allenarmi. Mi sono allenato nelle ultime due partite, ho sollevato pesi, ho fatto tutto quello che potevo fare che fosse nelle mie mani e me ne sto qui seduto sperando che, quando arriverò, vedrò il mio nome sul tabellone. In fin dei conti, è un male anche per me essere conflittuale. Cioè, perché devo essere conflittuale per poter giocare una partita di basket? Cioè, perché? Il mio lavoro è giocare. Non sono abbastanza bravo? Bene, ditemi che non sono abbastanza bravo per giocare in questo momento. Chi se ne frega, non lo so.
Ma in passato ho visto molti casi, e questo lo sai, in passato di ragazzi che dicevano: «Non sono pronto a giocare perché sono ancora infortunato». Oppure vogliono che giochi, vogliono che torni in campo prima del tempo e vogliono questo, ma io non mi sento a mio agio, non mi sento pronto. Ho bisogno di un secondo parere da un altro medico. Ho bisogno di questo, ho bisogno di quello.
L’ho sentito dire molte volte. E negli spogliatoi e dai media. Giusto? Non ho mai visto un caso di un giocatore del mio calibro che dicesse, tipo − lo dico pubblicamente − voglio giocare, cazzo. Capisci cosa intendo? Non credo di averlo mai visto. Quindi, se c’è bisogno di un’indagine, benissimo. Ci dovrebbe essere. Non lo so. Ci dovrebbe essere. Finché non capiamo qualcosa.
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