Tutti parlano di Kyrie Irving. La sua carriera è segnata da un talento unico e scomparse misteriose, dal suo attivismo su questioni sociali e dalle controversie sulla decisione di non vaccinarsi ancora contro il Covid-19. Una vita scandita da luci e ombre.

Settembre, 2003. È un normalissimo primo giorno di scuola alla St. Patrick High School di Hillside, in New Jersey. I corridoi, le scale, il giardino, le aule cominciano a riempirsi di decine e decine di adolescenti. Li vedi: hanno l’uniforme verde uguale, capelli simili, i brufoli e le prime storie d’amore. Sembrano tutti identici, quasi indistinguibili. Tutti, tranne uno.

È al primo anno. Per lui è un nuovo inizio. Ha un sorriso smarrito, gli occhi rivolti al vuoto. Ma non ha paura. È ancora piccolo: non particolarmente basso, ma ha l’aria di un ragazzino. Eppure, lo si nota subito. È lì, nel bel mezzo della sala d’ingresso della St. Patrick, nascosto sotto un’enorme uniforme, probabilmente più grande di due o tre taglie. Continua a sorridere alla ricerca di qualche sguardo amico, ma non ne trova neanche uno.

Sopra l’enorme divisa dell’istituto ha anche un golf, di dubbio gusto, tirato su fino ai gomiti per mettere ancora più in mostra sul polso sinistro i due orologi Casio G-Shock, regalati da papà Drederick.

Viene osservato. Scrutato. Gli altri ragazzi si tengono quasi a distanza da lui. Poi si avvicina un certo Chase Plummer, il capitano della squadra di basket, che ha il compito di farlo sentire come a casa. Lo porta in palestra, dove ci sono gli altri giocatori ad aspettarlo.

«Lui è Kyrie. Ha segnato più di 1000 punti alla Montclair Kimberley Academy in due stagioni. Ci porterà al titolo quest’anno. Diamogli il benvenuto».

Nessuno si fida. C’è chi ridacchia, chi l’ha già battezzato “Squirrel Boy” – il ragazzo scoiattolo, per l’assenza di peli sul suo viso perfettamente rotondo – chi pensa che Chase stia scherzando. Nemmeno lo stesso Plumlee, quasi, crede alle proprie parole: è coach Kevin Boyle che ha voluto dicesse così.

Iniziano a giocare. Kyrie, quasi non vuole la sfera. Appena gli arriva, la passa subito via. Finché non vede che i nuovi compagni sono soddisfatti. Pensano di aver capito tutto, quando si sono presi gioco di lui.

Così, lui chiude gli occhi. Poi li riapre. E qualcosa cambia. Ora comincia palleggiare, a far seguire un’armonia unica alla palla, la tratta in modo estremamente elegante. Con la palla si muove anche lui. Danza, leggero, come solo Mohammed Alì sapeva fare sul ring, come solo Allen Iverson faceva proprio in quegli anni a Philadelphia.

Corre, palleggia sotto le gambe innumerevoli volte, ubriacando gli altri studenti della St. Patrick High School. Disegna traiettorie incredibili, entrando in area a tutta velocità. Segna in maniera disinvolta, a ripetizione, lasciando a bocca aperta chiunque abbia un piede dentro a quella palestra.

Questo è Kyrie Irving, un 15enne sbarbato, forse strano, un po’ pazzo e permaloso, ma che vive per la pallacanestro. Questo è un ragazzo diverso: a different guy.

Kyrie Irving St Patrick High school Around the Game
FOTO: Pinterest

Da quel giorno tutto – o forse poco – è cambiato. Irving pare essere quasi lo stesso di 18 anni fa. È vero, di strada ne ha fatta, a partire dal titolo portato alla St. Patrick in quel 2003, quello che Plummer tanto aveva promesso quando lo ha presentato alla squadra.

Dopo la sua carriera è esplosa: l’anno a Duke – con gli infiniti complimenti da parte di coach Mike Krzyzewski – la prima scelta al Draft 2011 da parte dei Cleveland Cavaliers orfani di LeBron; e poi il Rookie Of the Year, l’anello impossibile nel 2016, i due anni a Boston da re, la firma nel 2019 con i Nets. Il tutto condito da 7 All-Star Game, 3 selezioni negli All-NBA Team, contratti da diversi milioni di dollari e il suo nome su uno dei brand di sneakers più importanti.

«Sarai uno dei migliori della tua generazione», gli aveva detto Coach K.

Eppure, oggi, nel 2021, è sempre quel ragazzino che il primo giorno di liceo si è presentato con due orologi sul polso e ha aspettato le risate dei compagni per iniziare a dare spettacolo sul parquet di gioco. È lui, un talento unico e sopraffino, perennemente controcorrente, testardo, apparentemente disposto addirittura ad affondare per le proprie idee.

Tutto è rimasto identico, se non fosse che quell’infinito amore verso la palla a spicchi sembra essersi affievolito, quasi spento. E così ultimamente Kyrie Irving si ritrova sulla bocca di tutti per motivi ben distanti dalla pallacanestro giocata.

È entrato nell’NBA come bambino prodigio, massimo esponente della nuova generazione del playmaker. Con solo una piccola accelerazione, un crossover o un reverse impossibile appoggiandosi al tabellone è riuscito a conquistare l’Ohio, abbandonato nel rancore generale da LeBron James.

Inizialmente accompagnato da una forte aura di simpatia, Irving pare essere progressivamente diventato per molti una sorta di “villain” della Lega; figura che è letteralmente esplosa con l’ultima vicenda legata al vaccino contro il Covid-19.

Eppure, Kyrie Irving è stato Uncle Drew, il protagonista di uno degli spot più amati della televisione. È stato il co-protagonista di una delle cavalcate al Titolo NBA più inaspettate, segnando in Gara 7 una sua personalissima versione di “The Shot”, la tripla nel quarto quarto contro gli imbattibili Warriors del 2016, destinata a rimanere per sempre nella leggenda del Gioco.

KI è stato uno sportivo modello, tanto che nel 2012 Nike ha deciso di mettere il suo logo su un paio di scarpe da pallacanestro, che in pochi anni è diventato – e lo è tutt’ora – uno dei più venduti sul mercato. È stato uno degli sportivi più coinvolti nelle questioni sociali, investendo molte energie e denaro.

Solo tra il 2020 e il 2021, per esempio, ha donato 320.000 dollari a un’organizzazione no-profit che si occupa di aiutare più di 37 milioni di persone attraverso dispense alimentari. Con un’altra società ha regalato 250.000 pasti ai senzatetto di New York. Ancora, ha fornito cibo e mascherine a gran parte della Riserva indiana di Standing Rock. Ha pagato il college alla Lincoln University a diversi studenti afroamericani in difficoltà e finanziato nel silenzio una casa alla famiglia di George Floyd, l’uomo assassinato dalla polizia di Minneapolis in un tragico – e criminale – giorno che ha portato all’esplosione delle proteste del movimento Black Lives Matter. E infine, nel mezzo della pandemia, ha donato un milione e mezzo di dollari per aiutare a pagare lo stipendio a tutte le giocatrici di WNBA che hanno deciso di non prendersi il rischio di scendere in campo per la propria incolumità fisica durante la pandemia.

Poco importa. L’ombra ci mette meno di un attimo a coprire la luce. Ad inghiottire nel buio una persona, una carriera. E se la luce ha permesso a Irving di essere un eroe amato dal pubblico, il buio oggi lo ha reso un “cattivo”, costantemente sotto la lente di media e opinione pubblica.

Kyrie Irving Around the Game NBA
FOTO: NBA.com

Negli ultimi mesi non si fa che parlare di Kyrie Irving e della sua posizione sul vaccino. Una situazione controversa dipinta da un alone di mistero, ma non può essere altrimenti per uno come Kyrie, che sta vivendo la sua vita, la sua storia, dividendo il mondo, navigando sulle onde delle tenebre; ma splendendo, quando fisicamente presente, sui parquet NBA.

Dopo più di un anno in stato di emergenza per il Covid-19, oltre 260 milioni di persone infettate su tutto il Globo, più di 5 milioni di morti (in continuo aumento), le strade delle più grandi città del Pianeta lasciate deserte durante i lockdown, il 27 dicembre 2020 è stata somministrata la prima dose di vaccino contro il Coronavirus, aprendoci un barlume di speranza, di libertà. Abbiamo ricominciato a popolare le piazze e le scuole, a tornare in ufficio, a mangiare al ristorante. E così, anche lo sport ha iniziato ad accogliere tifosi e a garantire una maggiore sicurezza ai giocatori. Ognuno con le proprie regole, e l’NBA non è stata da meno.

Per la stagione 2021/22 la Lega ha richiesto l’obbligo di vaccinazione agli interi staff di ogni franchigia: dagli allenatori ai medici, passando per i front office. Chiunque interno alla squadra possa trovarsi a contatto diretto con i giocatori deve essere immunizzato. Però, paradossalmente, gli stessi protagonisti non sono costretti dalla Lega a vaccinarsi.

Così la palla passa a ogni singolo municipio americano. Tutti hanno le proprie limitazioni sia per gli atleti, sia per i tifosi. C’è chi apre a chiunque, chi solo a quelli che presentano un tampone negativo e chi non fa scendere in campo qualsiasi giocatore cui non è stata somministrata nemmeno a una dose. E quest’ultimo è il caso della città di New York: così nasce la questione Irving, che non può mettere piede all’interno del Barclays Center finché non “sceglierà” di vaccinarsi.

Per l’NBA è un problema enorme, perché Kyrie non è un giocatore qualunque. È uno dei migliori, dei più pagati e dei più spettacolari. È un patrimonio della pallacanestro statunitense.

Le chiacchiere si alzano, e gli insulti non mancano. Irving poco prima dell’inizio della stagione è l’oggetto principale di ogni discussione tra appassionati e tifosi. Eppure, Kyrie non ha detto nulla, se non di “rispettare la sua privacy”. Non ha rilasciato alcun tipo di dichiarazione, abbandonando media e spettatori nelle più libere e fantasiose interpretazioni della sua scelta. Questo fino alla sera del 13 ottobre, quando, all’indomani della decisione presa dai suoi Brooklyn Nets di metterlo fuori squadra in quanto non arruolabile al 100% (potrebbe giocare solo nelle gare in trasferta, tranne che a San Francisco – dove vige un regolamento simile a quello della Grande Mela), sceglie di parlare al mondo.

Lo fa a modo suo, senza filtri, senza intermediari, da solo, con una diretta su Instagram.

«Sto pensando a tutti quelli che sono in una situazione simile alla mia. Nessuno dovrebbe essere forzato a fare qualcosa con il suo corpo. Se scegli di fare il vaccino, ti supporto. Se decidi di non farlo? Ti supporto ugualmente. Dovremmo smetterla di giudicare le persone per ciò che fanno delle loro vite.» 

Kyrie Irving non è un negazionista. O per lo meno, in pubblico non ha mai negato le certezze della scienza e della medicina sui vaccini anti Covid-19. Cosa che, se ci credesse, conoscendolo, ci metterebbe ben poco a fare.

Quindi se non è no-vax, perché sta facendo tutto questo? Perché è pronto a rinunciare a un’intera stagione? A un possibile (probabile) titolo insieme a una delle migliori franchigie della storia? Come può lasciare sul piatto i tanti milioni di dollari previsti dal suo contratto?

«Qui fuori c’è una lotta per i diritti sociali, c’è il razzismo, ci sono i problemi sanitari, ci sono le ingiustizie sociali», dichiara sempre su Instagram. Cosa c’entra tutto ciò con un vaccino, potreste chiedervi.

The voice for the voiceless, dicono Oltreoceano. La voce di chi non può parlare. Questa è la posizione di Irving. Sta facendo tutto ciò non per se stesso, ma per far sapere al mondo intero che esistono anche tutti quelli che hanno perso il lavoro perché non possono (o non vogliono) immunizzarsi.

Potremmo pronunciare molti verdetti, esprimere molti giudizi. “È facile fare così per uno come lui, che guadagna 350.000 dollari ogni volta che si allaccia le scarpe.” Oppure: “queste sono le parole di un uomo che si è stufato del basket”. O, ancora, essere dalla sua parte e dire: “ha ragione, deve usare il suo ruolo, la sua fama, anche per questo, per divulgare messaggi sociali che gli appartengono”.

Così si entrerebbe in una discussione infinita tra ciò che è giusto e sbagliato, ciò che è bene e male, ma sicuramente non ci porterebbe da nessuna parte. Quello che è chiaro è che chi ci sta perdendo sono l’NBA, lo stesso Kyrie e ovviamente i Nets. E con Irving costretto a rimanere sul divano come accordato con Sean Marks e coach Steve Nash, di soluzioni non se ne vedono attualmente. Di speranze ancora meno.

Kyrie Irving ha preso la sua decisione e pare non cambierà idea. È una scelta più grande di sé, che va oltre il Gioco e il denaro. Non ha intenzione di lasciare sul piatto solo 16 milioni (metà del suo stipendio stagionale, dal momento che l’NBA obbliga a pagarlo per le partite in cui sarebbe “arruolabile”, ovvero quelle fuori da New York e San Francisco), ma anche i 186 milioni di dollari di una possibile extension.

Eppure, forse, tutta questa storia di cui si continua a parlare non è il semplice racconto di Irving, del suo protagonismo ed ego, ma è l’ultimo capitolo di un duello, quello tra Kyrie e l’NBA. È un duello epocale, quasi eroico.

È un vecchio scontro, iniziato diverso tempo fa. D’altronde, l’abbiamo detto, quella di Kyrie è una carriera vissuta tra le luci del parquet e le ombre degli spalti.

Così, prima ha attirato l’odio di diversi tifosi, scegliendo di abbandonare l’Ohio, di scappare dalle spalle di LeBron James, per diventare lui il sovrano, ma in Massachusetts. Successivamente, ha lasciato male la città che lo ha accolto come un re, Boston, dopo aver promesso davanti all’intero TD Garden di rinnovare il suo contratto per rimanere con i Celtics. Invece, è fuggito nel 2019, unendosi a Kevin Durant a Brooklyn, venendo ricordato solo come un traditore e un pessimo compagno di squadra.

Kyrie Irving e Kevin Durant Around the Game NBA
FOTO: NBA.com

Ma oltre ai fan NBA, Irving ha cominciato a rovinare i rapporti anche con la Lega, iniziando da dichiarazioni fin troppo libere e spensierate. Poi ha cercato con un tentativo disperato di boicottare la bubble di Orlando nel 2020. Pochi mesi dopo ha deciso di non parlare più alla stampa (su Instagram aveva chiamato i giornalisti “pedine”, dicendo che non meritavano la sua attenzione).

Nel gennaio 2021, i due sfidanti hanno rotto definitivamente. Kyrie, senza dire niente a nessuno, è scappato dal mondo NBA per ben 5 partite, violando anche i protocolli Covid-19, motivando l’assenza con un semplice “personal reasons”. Da quelle settimane l’opinione pubblica su Kyrie è cambiata radicalmente: anche i volti più importanti della pallacanestro oltreoceano sono stati pronti a criticarlo, tra cui non poteva mancare Stephen A. Smith, che gli ha candidamente “consigliato” di ritirarsi.

Una volta tornato, KI si è giustificato dicendo di “aver auto bisogno di una pausa”; nel frattempo, in campo segna 37 punti ai suoi Cavs, tornando come sempre a illuminare il parquet, perfettamente a suo agio in quell’aria tenebrosa di mistero che perennemente lo circonda.

E così, quasi come in un Western, sotto le note di Ennio Morricone galleggianti per le strade di una cittadina sperduta nel Far-West, ci immaginiamo un incontro tra Irving e la Lega. Sono lì, si ritrovano davanti, uno contro l’altro. Si osservano, si scrutano, proprio come facevano tutti quei ragazzi della St. Patrick con il piccolo Kyrie, in quella mattina del settembre 2003. Si guardano a distanza, ma nessuno colpisce. Non possono. Alla fine, sono legati. Irving ha bisogno dell’NBA, l’NBA ha bisogno di Irving.

In quello sguardo deluso, stanco, quasi irritato di Kyrie Irving mentre annuncia al mondo intero che vuole essere “the voice for the voiceless”, c’è ancora amore per la palla a spicchi. Un amore che negli ultimi anni sembra pian piano scomparire, ma che è la sola via d’uscita da questo stallo. L’unica tregua per questo duello.

Perché tutto si ristabilisca come prima, probabilmente, basterebbe che la voglia di tornare a giocare con la palla in mano sovrastasse tutto il resto. Ma forse nulla di tutto ciò accadrà mai.

Magari Kyrie tornerà a giocare, sì, ma sempre con rancore e odio verso l’NBA. Lega da cui si è sentito tradito, derubato del suo status di “more than an athlete”, che ha tanto voluto rivendicare al pianeta. E sarà un duello infinito, tra un ragazzo diverso, a different guy, pronto a urlare al mondo qualsiasi cosa pensi, giusta o sbagliata che sia, e la competizione del campionato più bello e spettacolare del globo, che non è disposto a lasciarsi controllare dai giocatori.

Irving continuerà inesorabilmente la sua vita e la sua carriera come in un dipinto di Caravaggio, in continuo contrasto tra luci e ombre.