Una retrospettiva sull’avventura olimpica di nove anni fa della Nazionale statunitense: la squadra meno umana tra i terrestri.

Nel lontano 776 a.C. per la prima volta una fiamma ardeva ininterrottamente nel tempio di Estia, a Olimpia. Una fiamma naturale, accesa dal sole, proveniente direttamente dal cielo. Una fiamma in realtà divina, che vuole dire solo una cosa: Olimpiadi.

E ancora oggi quel fuoco è rimasto. Il fuoco del mito di Prometeo che, secondo la leggenda, ha donato la ragione all’uomo, andando contro Zeus. Il fuoco che attraversa chilometri di distanza, da una fiaccola all’altra, da un tedoforo all’altro, fino a raggiungere l’ultima tappa, la città che ogni quattro anni è luogo di pace, terra di sport.

Dall’antica Grecia a oggi le Olimpiadi sono cambiate, eccome. Tra l’ultima in terra ellenica e la prima dell’era moderna, figlia del barone Pierre De Coubertin, sono passati più di 1500 anni di Storia e continuo sviluppo. Eppure quella torcia sempre accesa c’è ancora ed è qui per ricordarci che l’Olimpiade è il perfetto intreccio tra sport e divinità, tra l’umano e il sovraumano.

E d’altronde, gli atleti sono gli eroi antichi di oggi. Gli Achille ed Ercole del 21esimo secolo. Incarnano meglio di chiunque altro i valori epici dell’epoca: belli, forti e invincibili, ma soprattutto semidivini.

La narrativa cestistica a cinque cerchi è colma d’incredibili racconti, che cominciano proprio da una delle più celebri Olimpiadi della Storia, Berlino ‘36, con la finale tra Stati Uniti e Canada, su un campo di terra battuta, all’aperto, durante una pesante giornata di pioggia nella Germania nazista. Poi passano alla “Partita più lunga”, la controversa vittoria sovietica sugli americani nel ’72, pochi giorni dopo il massacro di Monaco di Baviera perpetrato da Settembre Nero, e arrivano al Dream Team del 1992. Per raggiungere infine il culmine nel 2004 in Grecia – guarda caso vicino all’Olimpo – con il Nightmare Team, il sogno azzurro e la Generación Dorada argentina.

Ma oggi vi vogliamo raccontare di una delle squadre più forti mai viste: il Team USA 2012, le ultime Olimpiadi di Kobe Bryant, il Dream Team 2.0.

«1..2..3…4…

This is it, Here I stand

I’m the light of the world

I’ll feel grand»

This is it. Ci siamo. Questo è il momento.

Così doveva cantare all’O2 Arena di Londra nel 2009 l’infinito Michael Jackson alla sua ultima chiamata con il pubblico, dopo 12 anni di vuoto, dall’HIStory World Tour del ‘97. Eppure questa canzone non salirà mai su un palco per colpa di quell’infarto cardiaco che ci ha portato via il King of Pop, che ci ha lasciato solo il fievole ricordo di un artista immortale, di una voce commovente, di un ballerino unico.

Ma sarà la colonna sonora di questa storia.

Perfetta perché nel 2012 sono esattamente vent’anni da quella che dal mondo intero è riconosciuta come la squadra più forte di sempre, dalla Nazionale a stelle e strisce delle Olimpiadi ’92 di Barcellona. Perfetta perché proprio a Londra si ripresenta una selezione che pare imbattibile, che ti ammazza ancora prima di scendere in campo. Basta leggere i nomi dei giocatori.

Team USA, dopo la grande caduta del 2004, sconfitto ad Atene in semifinale dall’Argentina e vinto (si fa per dire) il bronzo, necessitava di una rifondazione. Doveva ri-iniziare.

Ed ecco che Jerry Colangelo, nuovo manager, ha chiamato coach Mike Krzyzewski direttamente da Duke, dall’NCAA, per ricreare un gruppo coeso, umile e soprattutto vincente.

In breve tempo ha riportato gli USA in cima al mondo, anche grazie all’aiuto di Kobe Bryant, che si è caricato i compagni sulle spalle. E non per caso a Pechino 2008 è subito medaglia d’oro, per quello che passerà alla storia come il “Redeem Team”, la squadra del riscatto.

Insomma, dopo aver toccato il fondo, gli Stati Uniti hanno ancora fame. Vogliono dimostrare che la pallacanestro è loro e di nessun altro. Che sono i meno umani tra i terresti. Che ad Atene è stato un piccolo incidente, un errore invisibile che non può macchiare il gigante americano.

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Quindi, per Londra 2012 ci vogliono dodici supereroi. This is it. Questo è il momento.

Due gruppi vincenti mischiati alla perfezione: cinque giocatori già oro a Pechino e cinque campioni del Mondo in Turchia (2010). Più due future stelle.

A guidare la squadra LeBron James, Kevin Durant e Kobe Bryant. Tre fra i migliori giocatori di sempre. LeBron reduce da una stagione perfetta, diventato per la prima volta Re, incoronato come miglior giocatore della stagione regolare, l’MVP delle Finals, e vinto il Titolo.

A seguire Chris Paul (con i tre appena citati e Dwight Howard, infortunato, parte del primo quintetto NBA 2012), Russell Westbrook, Kevin Love, Carmelo Anthony (tutti e tre tra i migliori 6 per media punti quell’anno), Tyson Chandler (Defensive Player of the Year), Deron Williams, Andre Iguodala (entrambi provenienti dalla loro migliore stagione in NBA), James Harden (Sesto Uomo dell’Anno) e Anthony Davis (prima scelta al Draft 2012).

Insomma: un mix perfetto tra esperienza e giovani, atletismo e abilità di tiro, capacità offensive e anche difensive. E soprattutto, al contrario di alcuni dei giocatori del Dream Team del 1992, tutte stelle nel proprio prime.

«Loro erano più vecchi, quasi alla fine delle loro carriere. Noi abbiamo un gruppo di giovani cavalli da corsa, ragazzi che non vedono l’ora di competere», racconta Kobe.

Le risposte dai “vecchi” non esitano ad arrivare:

«Solo Kobe, KD e LeBron avrebbero giocato con noi», parla Charles Barkley.

«Ricordate – dice Michael Jordan – sono loro che hanno imparato da noi, non il contrario».

«In effetti potrebbero batterci… non gioco da vent’anni e ormai abbiamo tutti una certa età», risponde con la solita pungente ironia Larry Bird.

Potremmo stare qui a discutere per ore, senza mai fermarci, sognando una sfida tra Dei, mettendo in atto un paragone che non può stare né in cielo, né in terra, letteralmente. Ma una cosa è certa: sono due squadre imbattibili, vere e proprie macchine da guerra.

Nel 2012 ogni allenamento è uno show. Trascinati dall’etica di lavoro di LeBron e Kobe (e non solo), una qualsiasi partitella sembra una finale. Ma il vero spettacolo inizia il 29 luglio, alla Basketball Arena di Londra. Team USA contro la Francia di Tony Parker.

In fila, uno dietro l’altro, con gli occhi serrati e la mano sul petto, gli atleti americani sotto le note di The Star-Spangled Banner, l’inno che fin da bambini cantano a scuola rivolti alla bandiera, si concentrano. E così dal cielo si calano sul parquet, per risalire e volare verso il canestro.

Dopo un primo quarto incredibilmente equilibrato, chiuso 22 a 21 per la squadra di Coach K, le superstar statunitensi superano facilmente i Bleus 98-71. In campo giocano con il sorriso, quando devono si piegano sulle ginocchia e difendono, per poi abbandonarsi al proprio talento.

Dopo qualche critica per un inizio “a rilento”, seguono altre due vittorie facili: prima la Tunisia, poi la Nigeria, contro cui viene infranto ogni tipo di record.

156 punti segnati in 40 minuti. 49 solo nel primo quarto, 78 nella prima metà. 83 di differenza dalla formazione africana, che chiude a quota a 73. 41 assist. 29 triple segnate, contro le 28 totali tentate dagli avversari.

Battuto il record olimpico di punti (138) del Brasile nel 1988. Partita chiusa con il 71% al tiro e passata alla storia come una delle performance più incredibili di sempre anche per un solo giocatore: Carmelo Anthony, con 37 punti (miglior prestazione per un cestista americano alle Olimpiadi), 10/12 da dietro l’arco e tre errori al tiro. In soli 14 minuti (!).

Al ritorno in città, la squadra è andata a festeggiare in un casinò, per poi finire in una gara alcolica contro alcuni dei giocatori d’azzardo presenti. «C’era Kobe – racconta un ragazzo tra gli sfidanti – che ha preso tre shots: gin, brandy e tequila. Poi basta, non ricordo più nient’altro. Credo proprio avesse vinto lui».

In una maniera facile e disinvolta i cestisti americani mostrano al Mondo intero la loro grandezza. Le Olimpiadi di 8 anni prima sono solo un brutto ricordo, un terribile sogno. Un incubo.

Questa è la realtà. This is it. Questo è il momento. Questa è una delle squadre più forti della storia. E la partita contro la Nigeria è la sublimazione del movimento intero, del concetto d’invincibilità, che si avvicina molto a quello che si trova sul Monte Olimpo.

Così Team USA chiude da prima il girone (ovviamente), dopo le vittorie pure contro la Lituania, in una delle partite più combattute e belle delle Olimpiadi londinesi, e l’Argentina, guidata da uno splendido KD. Il cammino verso la medaglia d’oro è spianato. Un sentiero semplice, privo di sorprese.

I quarti di finale si giocano contro l’Australia. Dopo 5 partite è arrivato anche il momento di Kobe. Coach K lo ha fatto riposare per tutto il girone, tenendolo in campo solo una volta oltre i 20 minuti. Così, la Nazionale americana, dopo essere stata trascinata dai più giovani KD e LeBron, si lascia trascinare dal suo numero 10.

Dopo i primi due quarti senza neanche un canestro dal campo, e con gli USA avanti solo di 6 punti, ecco che esce The Black Mamba: 4 triple consecutive in 66 secondi e 20 punti tutti nella seconda metà di gara, per trascinare gli Stati Uniti in semifinale. Insieme a James, che realizza la seconda tripla-doppia della storia a cinque cerchi (ora sono tre, dopo quella di Doncic a Tokyo).

È di nuovo rivincita. È di nuovo USA-Argentina.

La penultima partita è un gioco da ragazzi per il Dream Team 2.0. Pioggia di triple, stoppate e schiacciate su schiacciate. Onnipotenza cestistica. 109 a 83 per la Nazionale a stelle e strisce.

L’intero palazzetto intona: “U-S-A!”, “U-S-A!”.

Dall’altra parte la Spagna del nostro Sergio Scariolo ha battuto la Russia, che vincerà poi il bronzo. È finale. E si gioca proprio in quella O2 Arena di Londra, dove Michael Jackson avrebbe dovuto dare il suo addio alla musica, l’ultimo saluto al pubblico. Ed è anche l’ultima partita di Kobe Bryant con la maglia della Nazionale.

Eppure sembra poterci essere un epilogo inaspettato. La narrativa di una squadra invincibile pare poter crollare. La grinta, il cuore e il coraggio spagnolo spaventano gli Stati Uniti, che dopo tre quarti sono avanti solo di uno. Ma il talento, ancora una volta, va oltre. Durant con 30 punti piega la difesa della Spagna, mentre James e Bryant si prendono in mano le palle più pesanti. La partita finisce 107 a 100.

È medaglia d’oro. Non è un’impresa, anzi. Non è il racconto della solita cenerentola che incredibilmente sorprende tutti. No, non è nulla di tutto ciò. È semplicemente la storia di una squadra imbattibile, che era doveroso godersi per ogni minuto di quei Giochi: non capita spesso di vedere tanto talento in campo nello stesso momento.

Bryant è all’ultimo trofeo della sua carriera, e prima di festeggiare con i compagni, regala un forte abbraccio all’amico, al fratello Pau Gasol.

Pensando alla storia dei Giochi Olimpici, la più grande e importante manifestazione di sport, possono venire in mente tante emozioni, tanti momenti, tante glorie e delusioni. C’è a chi per prima cosa verrà in mente Jesse Owens che sfreccia e salta davanti ad Adolf Hitler nel ’36; oppure i pugni alzati di Tommie Smith e John Carlos a Città del Messico ’68, simbolo delle Black Panthers; o ancora, per i più giovani, le medaglie di Michael Phelps e la velocità di Usain Bolt; o perché no, l’abbraccio tra Marcell Jacobs e Gianmarco Tamberi…

Si potrebbe andare avanti all’infinito. Chi di sicuro non manca nei ricordi di tanti appassionati, sono quei 12 fenomeni a stelle e strisce. Che a Londra magari non hanno regalato una competizione sportivamente equilibrata, ma uno spettacolo elettrizzante senza dubbio.

E il destino ha voluto che proprio dopo quella finale, durante l’addio alla Nazionale, Kobe abbia chiuso ai microfoni di NBC Sports sorridendo, stanco, lasciando partire dalle labbra un semplice: «This is it», pensando a Michael, o forse no.

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