Quattordici film che girano intorno alla pallacanestro per raccontare sempre qualcos’altro.

La prima regola dei film sul basket è che quasi mai parlano soltanto di basket. Parlano di razzismo, padri e figli, sogni americani, playground, soldi, fallimenti e seconde possibilità. A volte la palla a spicchi occupa ogni fotogramma; altre rimane appoggiata in un angolo, ma continua a decidere la storia. Il canestro è il mezzo. Il bersaglio, di solito, sta altrove.
Hollywood se n’è accorta da parecchio. Negli ultimi quarant’anni ha prodotto classici, piccoli cult, onesti film da divano e qualche operazione costruita per cavalcare la popolarità della NBA. Non tutto ha lasciato il segno. E meno male: una partita in cui entrano tutti i tiri, dopo un po’, diventa sospetta.
Metterli in classifica avrebbe poco senso. Sarebbe soprattutto il sistema più rapido per finire a discutere se He Got Game sia davvero migliore di Hoosiers e dimenticare il resto. Meglio una selezione imperfetta e ‘personale’ di quattordici titoli che hanno contribuito, ciascuno a modo proprio, a costruire l’immaginario cestistico moderno. Ci sono storie vere molto aggiustate da Hollywood, commedie, drammi, Looney Tunes e Anthony Edwards che bullizza Juancho Hernangómez con impressionante naturalezza. Insomma, c’è ‘quasi’ tutto.
Blue Chips (1994)
Se NIL, transfer portal e recruiting contemporaneo vi sembrano il Far West, Blue Chips vi farà l’effetto di un vecchio telegiornale che aveva già capito parecchie cose. Nel 1994 William Friedkin raccontava il college basketball come un sistema in cui l’amateurismo era una bella parola da stampare sui programmi, mentre dietro le quinte circolavano automobili, case, trattori e buste di denaro.
Nick Nolte è Pete Bell, allenatore di successo arrivato al punto in cui vincere onestamente non sembra più possibile. Non è un santo assediato dai cattivi: il film funziona proprio perché lo osserva mentre accetta un compromesso, poi un altro, e scopre che la coscienza non dispone di un comodo salary cap.

Oggi il quadro normativo è cambiato e il NIL ha finalmente riconosciuto agli atleti una parte del valore che producono. Il sottobosco raccontato da Friedkin appartiene a un’altra stagione, ma l’odore del denaro e la pressione esercitata sui ragazzi sono rimasti piuttosto riconoscibili.
Poi ci sono loro: Shaquille O’Neal e Penny Hardaway. Non due cameo buoni per il trailer, ma due protagonisti veri. Shaq riempie lo schermo prima ancora di imparare a farlo in NBA; Penny ha già quella grazia un po’ obliqua che, prima degli infortuni, sembrava destinata a ridisegnare il ruolo di playmaker. Vederli insieme, alla vigilia degli anni di Orlando, trasforma Blue Chips in qualcosa di più di un film sportivo riuscito. È un documento. E anche una discreta radiografia del peccato originale del college basketball.
Coach Carter (2005)
Il cinema sportivo ama gli allenatori che entrano in palestra, pronunciano un discorso e rimettono in ordine la vita di venti adolescenti entro il terzo atto. Coach Carter possiede buona parte di quel corredo, ma Samuel L. Jackson impedisce al film di diventare un sermone con la palla a spicchi.
Il suo Ken Carter arriva alla Richmond High School e trova una squadra talentuosa, indisciplinata e convinta che il basket sia l’unico biglietto per uscire dal quartiere. Carter non nega la forza di quel sogno. Semplicemente, si rifiuta di venderlo come un piano pensionistico.
Prima i voti, poi gli allenamenti. Le partite vengono dopo, se i contratti firmati dai ragazzi sono stati rispettati.

Il fatto più celebre è vero: nel 1999 Carter chiuse la palestra a una squadra ancora imbattuta perché diversi giocatori non stavano mantenendo gli impegni scolastici. Fu contestato dai genitori, dalla scuola e da una comunità che vedeva nelle vittorie una delle poche buone notizie disponibili. Non era una scelta simpatica. Era il punto.
Jackson interpreta Carter senza addolcirlo troppo: autoritario, ostinato, a tratti irritante. Ma credibile. Non pretende soltanto disciplina in campo, pretende che quei ragazzi immaginino una vita nella quale il tabellone non sia l’unico giudice.
A più di vent’anni dall’uscita, Coach Carter resta uno dei film più efficaci sul rapporto tra sport e formazione. Ha i suoi momenti hollywoodiani, certo. Però conosce una verità che il cinema motivazionale dimentica spesso: il talento apre porte, non garantisce che restino aperte.
Hoosiers (1986)
Ogni sport americano ha il proprio testo sacro. Il baseball ha L’uomo dei sogni, il football si divide tra Ogni maledetta domenica e parecchi altri candidati. Per il basket la discussione dura poco: prima o poi si torna sempre a Hoosiers.
Gene Hackman interpreta Norman Dale, allenatore dal passato ingombrante che arriva nella minuscola Hickory, Indiana, per guidare un gruppo di ragazzi di provincia. Il film prende ispirazione dall’impresa della Milan High School, campione statale nel 1954 nonostante le dimensioni quasi tascabili dell’istituto. Hollywood ha sistemato parecchie cose: la vera Milan non era una banda di sprovveduti capitata lì per caso, veniva da una semifinale statale ed era considerata molto forte. Ma il cuore della storia resiste alle licenze narrative.

È il cuore dell’Indiana, dove le palestre dei licei assomigliano a chiese e un blocco eseguito bene può diventare questione civica.
Hoosiers è retorico? Certo che lo è. Anche la colonna sonora di Jerry Goldsmith sa benissimo dove vuole portarci. La differenza è che il film si guadagna quasi tutto: gli allenamenti spogli, la diffidenza del paese, le fragilità di Dale, quelle ancora più evidenti del personaggio di Dennis Hopper. E soprattutto il basket, giocato senza effetti da luna park. Passaggi, tagli, difesa, fiducia. Roba semplice, dunque complicatissima.
Quarant’anni dopo continua a funzionare perché non racconta una squadra che scopre di essere invincibile. Racconta persone imperfette che, per qualche partita, imparano a muoversi nella stessa direzione. Poi parte Goldsmith e sì, arrivano i brividi. Non facciamo troppo gli snob.
Rebound: The Legend of Earl “The Goat” Manigault (1996)
Michael Jordan è stato il più grande? Domanda da bar, dunque insolubile. Earl Manigault è stato uno dei più grandi giocatori mai passati da un playground di New York? Per chi lo vide tra gli anni Sessanta e Settanta, la risposta era spesso meno esitante.
Il problema è che “The Goat” in NBA non ci arrivò mai.

Il film televisivo diretto da Eriq La Salle racconta la sua parabola: Harlem, l’atletismo fuori scala, la reputazione che corre da un campetto all’altro e diventa leggenda prima ancora di poter essere verificata. Si dice che Manigault riuscisse a prendere una moneta appoggiata sulla parte alta del tabellone. È quasi certamente il genere di storia che cresce a ogni passaggio di bocca, ma mandare i miti dei playground al controllo del VAR sarebbe una crudeltà.
La tossicodipendenza spezza la traiettoria di Manigault e il film, per fortuna, non prova a trasformare tutto in un’equazione morale da risolvere. Don Cheadle lo interpreta con misura, lasciando convivere il talento, la fragilità e quella malinconia particolare riservata ai giocatori ricordati più per ciò che avrebbero potuto essere che per ciò che sono stati.
Rebound parla anche di una geografia cestistica che rischia di sfuggirci: un’epoca in cui Rucker Park poteva assegnare una forma di immortalità alternativa a quella della NBA, scritta nella memoria di chi era a bordo campo e poi passata di bocca in bocca.
Forget Paris (1995)
Billy Crystal parla di basket con la naturalezza di chi preferirebbe discutere di pick&roll anziché del meteo. In Forget Paris, che scrive, dirige e interpreta, fa una scelta insolita: trasforma un arbitro NBA nel protagonista di una commedia romantica.
Mickey Gordon passa le serate a prendere decisioni capaci di far infuriare ventimila persone nello stesso momento. Poi incontra Ellen e scopre che la vita di coppia non prevede instant replay. La metafora è lì, ma Crystal ha il buon gusto di non palleggiarla fino allo sfinimento.

Il basket resta sullo sfondo e intanto invade il film. Compaiono David Robinson, Charles Barkley, Reggie Miller, Patrick Ewing, John Starks, Chris Mullin, Tim Hardaway, Spud Webb e mezza NBA degli anni Novanta. Le apparizioni sono brevi, spesso autoironiche. Barkley è Barkley, il che generalmente basta.
Il suo posto nella lista è laterale, ma come fotografia della lega di metà anni Novanta Forget Paris conserva un certo fascino: parquet lucidi, pantaloncini larghi, rivalità e facce note che entrano ed escono senza chiedere applausi. Sembra di sfogliare un album Panini trovato in fondo a un cassetto. Solo che, ogni tanto, le figurine protestano per un fallo tecnico e l’arbitro Gordon diventa assoluto protagonista..
White Men Can’t Jump (1992)
A un certo punto White Men Can’t Jump ha smesso di appartenere soltanto al cinema ed è finito nella cultura pop: nelle maglie, nelle citazioni, nell’estetica dei playground e in un’idea molto precisa di basket anni Novanta.
Ron Shelton mette insieme Billy Hoyle e Sidney Deane, due giocatori di strada che riconoscono nell’altro un socio, un avversario e un possibile pollo da spennare. Billy ha l’aspetto giusto per farsi sottovalutare e un tiro che consiglia prudenza. Sidney parla abbastanza da vincere alcune partite prima ancora che comincino. Woody Harrelson e Wesley Snipes litigano con una chimica che non si può fabbricare in laboratorio.

Le partite a Venice Beach hanno ancora oggi una fisicità rara. Niente pallacanestro coreografata da supereroi: contatti, esitazioni, errori, soldi scommessi e trash talking usato come un fondamentale. Il titolo provoca uno stereotipo razziale; il film lo smonta, poi ne prende in esame altri, senza fingere che Billy e Sidney siano uomini migliori di quanto siano. Sono competitivi, vanitosi, fragili. In breve, sono giocatori di playground e anche esseri umani.
Il remake del 2023 con Jack Harlow e Sinqua Walls scorre via senza provocare danni particolari e, soprattutto, senza lasciare memoria. L’originale resta irreplicabile perché non si limita a ricostruire un ambiente. Lo respira.
He Got Game (1998)
Se dovessi indicare un solo film capace di raccontare cosa significhi essere un fenomeno del basket negli Stati Uniti, sceglierei He Got Game. Senza convocare una commissione.
Spike Lee prende Jesus Shuttlesworth – il nome non nasconde esattamente le proprie intenzioni – e lo mette al centro di un sistema che ha già deciso quanto vale, dove deve andare e chi dovrebbe guadagnare dal suo talento. Jesus ha diciotto anni. Attorno a lui si muovono università, procuratori, sponsor, giornalisti, politici, amici e parenti. Tutti vogliono aiutarlo. Quasi tutti vogliono qualcosa.

Ray Allen, allora giovane stella dei Milwaukee Bucks, non possiede la tecnica di un attore consumato. Possiede qualcosa di più utile al film: il corpo, i silenzi e i movimenti di chi quella pressione la conosce. Quando gioca, nessuno deve fingere. Quando non gioca, la sua rigidità diventa parte del personaggio.
Denzel Washington è Jake, il padre uscito temporaneamente di prigione con l’incarico di convincere il figlio a scegliere l’università gradita al governatore. Tra i due c’è una partita che vale più di qualsiasi discorso. Spike Lee la filma lasciando al basket il compito di dire ciò che padre e figlio non riescono a dirsi.
I cameo – Shaq, Reggie Miller, Scottie Pippen, Charles Barkley, Bill Walton – e la presenza di giocatori veri come Walter McCarty, Travis Best e John Wallace aumentano il senso di realtà. Best e Wallace sarebbero poi passati anche dal basket italiano. Ma il film non vive di figurine: vive della colonna sonora dei Public Enemy, di Coney Island, della regia nervosa e di una domanda che nel 1998 era già urgente. A chi appartiene il talento di un ragazzo?
È uno dei migliori film sul basket e, più in generale, uno dei film americani più lucidi degli anni Novanta.
Shooting Stars (2023)
Prima degli anelli, degli MVP, dei quarantamila punti e delle discussioni eterne con Michael Jordan, LeBron James era un ragazzo di Akron con quattro amici e una quantità di attenzione addosso poco adatta a un adolescente.
Shooting Stars, tratto dal libro scritto da James con Buzz Bissinger, racconta gli anni della St. Vincent–St. Mary High School e la nascita dei Fab Five: LeBron, Dru Joyce III, Willie McGee, Sian Cotton e Romeo Travis. Non tutti entrano nella storia nello stesso momento, ma il film fa bene a spostare il centro dal singolo al gruppo, evitando quasi sempre l’agiografia del Prescelto.

Allenamenti, tornei AAU, prime frizioni e una stampa nazionale che trasforma un liceo dell’Ohio nel centro del basket americano: più che collezionare segnali profetici, il film mostra la rete di amicizie dentro cui quel talento è cresciuto.
La mano di chi custodisce il mito di LeBron si avverte, e la profondità di He Got Game rimane lontana. Resta però un buon racconto di formazione collettivo, soprattutto quando ricorda che anche la carriera più individuale possibile può cominciare da un patto tra amici.
Scoprendo Forrester (2000)
A prima vista sembra l’intruso della lista. Dopotutto Scoprendo Forrester è il film di Gus Van Sant sull’incontro tra Jamal Wallace, studente del Bronx, e William Forrester, scrittore premio Pulitzer ritiratosi dal mondo con la faccia di Sean Connery. Eppure il basket è ovunque. Non come destinazione, piuttosto come passaporto.

Jamal gioca abbastanza bene da ottenere una borsa di studio in un liceo prestigioso di Manhattan. Per compagni e insegnanti diventa subito “quello bravo a basket”, definizione apparentemente elogiativa che nasconde una gabbia. Nessuno si aspetta che sappia scrivere. Quando emerge il contrario, il sospetto arriva prima della curiosità.
Qui la pallacanestro compie un movimento interessante: apre a Jamal la porta dell’élite e nello stesso momento rischia di impedirgli di essere visto per intero. Il playground del Bronx, il Madison Square Garden, la palestra della scuola e l’appartamento di Forrester disegnano una New York in cui talento sportivo e talento letterario vengono valutati con pesi diversi. Uno produce applausi immediati. L’altro, se appartiene alla persona “sbagliata”, produce incredulità.
Scoprendo Forrester parla di scrittura, educazione e identità. Parla anche di basket perché conosce bene il modo in cui un pallone può cambiare una vita e, contemporaneamente, diventare l’etichetta dalla quale provare a liberarsi.
Glory Road (2006)
Alcune partite assegnano un titolo. Altre finiscono nei libri di storia anche se nessuno ricorda più tutti i parziali.
La finale NCAA del 1966 tra Texas Western e Kentucky appartiene alla seconda categoria. Don Haskins era arrivato sulla panchina dei Miners nel 1961, dopo avere allenato nelle high school texane squadre maschili e femminili. Glory Road comprime tempi, semplifica il reclutamento e lucida diversi angoli, come fanno quasi tutti i film tratti da una storia vera. Il nucleo, però, non ha bisogno di grandi ritocchi.

Texas Western entra nel Torneo NCAA del 1966 con un record di 23 a 1. In finale trova la Kentucky di Adolph Rupp, favoritissima e interamente bianca. Haskins schiera un quintetto iniziale composto da cinque giocatori afroamericani: non una trovata preparata per diventare simbolo, ma la scelta dei giocatori che ritiene migliori. Texas Western vince 72-65. Il basket universitario del Sud non può più fingere che nulla sia cambiato.
Il film racconta il razzismo incontrato dalla squadra, le minacce, gli insulti e l’ostilità senza rinunciare ai meccanismi del cinema sportivo tradizionale. Qualche passaggio è sottolineato due volte, nel dubbio che qualcuno in fondo alla sala si sia distratto. Ma la forza della vicenda regge il trattamento hollywoodiano.
E Don Haskins, interpretato da Josh Lucas, non viene trasformato in un santo che salva i propri giocatori. È un allenatore ruvido che vuole vincere e sceglie chi può aiutarlo a farlo. A volte la storia cambia anche così: non con un discorso preparato, ma mettendo in campo il quintetto giusto.
Space Jam (1996)
Diciamolo subito: Space Jam non è il miglior film sul basket. Probabilmente non è neppure il miglior film possibile con Michael Jordan. È però qualcosa che pochissimi titoli riescono a diventare: un pezzo autosufficiente di cultura pop.
La trama, osservata da adulti, sembra uscita da una riunione durata troppo. Alieni minuscoli rubano il talento a Charles Barkley, Patrick Ewing, Larry Johnson, Muggsy Bogues e Shawn Bradley; i Looney Tunes sfidano i nuovi mostri per non finire prigionieri in un parco divertimenti; Jordan interrompe la propria parentesi nel baseball e scende in campo con Bugs Bunny, Daffy Duck e Titti. Bill Murray compare senza che nessuno ritenga necessario fornire spiegazioni. Giusto così.

Il film tiene insieme Nike, Warner Bros., merchandising, NBA e cartoni animati con la serenità di chi non vede alcun confine tra sport e spettacolo. Non era soltanto un’operazione commerciale: era la rappresentazione più fedele possibile di ciò che Michael Jordan era diventato. Un atleta, un marchio, un personaggio globale capace di entrare nello stesso fotogramma di Bugs Bunny senza sembrare fuori posto.
Nel 2021 Space Jam: A New Legacy ha provato a ripetere il sortilegio con LeBron James. Più proprietà intellettuali, più effetti, più tutto. Meno magia. L’originale continua a funzionare non malgrado la propria assurdità, ma grazie a quella. È gli anni Novanta chiusi in una VHS: colorati, commerciali, un po’ sguaiati e convinti che Jordan potesse risolvere qualsiasi problema allungando il braccio.
Air (2023)
In Air il basket quasi non si vede. C’è una videocassetta, qualche immagine di repertorio e soprattutto un ragazzo che il film sceglie di mostrare il meno possibile. Quel ragazzo è Michael Jordan, quindi la sua assenza occupa parecchio spazio.
Ben Affleck racconta la trattativa con cui Nike, nel 1984 ancora molto indietro rispetto a Converse e Adidas nel mercato delle scarpe da basket, decide di puntare il proprio budget su un rookie dei Chicago Bulls. Matt Damon interpreta Sonny Vaccaro, l’uomo convinto che non serva aggiungere Jordan a una linea di atleti: bisogna costruire la linea attorno a lui.

È una storia di uffici, telefonate e riunioni. Sulla carta, materiale buono per un corso aziendale con pessimo catering. Affleck gli dà ritmo e affida il centro emotivo a Deloris Jordan, resa da Viola Davis con la calma di chi comprende il valore del figlio meglio di Vaccaro, Phil Knight e tutti gli altri uomini in quella stanza.
Il film semplifica meriti e passaggi della trattativa, ma mette a fuoco il punto decisivo: la famiglia Jordan pretende una partecipazione al valore generato dalle scarpe. Da quel momento il rapporto tra atleta, sponsor e identità commerciale cambia per sempre.
Air dialoga bene con Space Jam. Il primo mostra la costruzione del marchio; il secondo il momento in cui quel marchio è ormai in grado di giocare contro i Monstars. In mezzo c’è Michael Jordan, che in un film non appare quasi mai e nell’altro occupa persino l’animazione. Due modi opposti di raccontare la stessa mitologia.
Hustle (2022) e The Way Back – Tornare a vincere (2020)
Hustle e The Way Back sono film molto diversi. Il primo guarda alla NBA come a una porta ancora da aprire; il secondo usa una palestra di liceo per tornare dentro una vita che si è chiusa. Li tiene insieme una parola parecchio frequentata dal cinema sportivo: redenzione. Qui, almeno, non è usata del tutto a sproposito.
Prodotto anche dalla SpringHill Company di LeBron James, Hustle è forse il film che restituisce meglio la consistenza quotidiana della NBA contemporanea. Adam Sandler interpreta Stanley Sugerman, scout dei Philadelphia 76ers consumato da voli, palazzetti e prospetti osservati per anni nella speranza di trovare quello giusto.
Lo trova in Spagna: Bo Cruz, interpretato da Juancho Hernangómez. La presenza di giocatori, allenatori e dirigenti veri potrebbe ridurre tutto a una lunga strizzata d’occhio; invece dà al film il lessico e i gesti corretti. Le sessioni pre-Draft, i workout, le telefonate, le gerarchie tra scout e front office. Si sente che il basket non è stato aggiunto alla sceneggiatura dopo.
Poi arriva Anthony Edwards. Kermit Wilts è il rivale di Bo Cruz e il miglior villain cestistico degli ultimi anni: arrogante, divertente, cattivo con metodo. Edwards gli presta il proprio trash talking e ruba il film a persone che recitano per mestiere. Non è chiaro se questo dica di più sul suo talento cinematografico o sulla quantità di materiale raccolto direttamente in campo. Probabilmente entrambe le cose.
In The Way Back, Ben Affleck è Jack Cunningham, ex stella liceale diventata un uomo solo e dipendente dall’alcol. Quando gli affidano la squadra della vecchia scuola, il basket non gli offre una nuova carriera. Gli concede un posto in cui provare a rimettere in fila le giornate.
Gavin O’Connor conosce i cliché del genere e non li evita tutti. Le vittorie arrivano, la squadra migliora, l’allenatore ritrova uno scopo. Ma il film si rifiuta di scambiare una buona stagione per una guarigione. Jack non viene salvato da un montaggio di allenamenti né da un tiro allo scadere. La partita difficile comincia quando la palestra si svuota.
Hustle racconta il lavoro necessario per entrare nel basket dei migliori. The Way Back quello necessario per non usare il basket come nascondiglio. Stessa palla, due direzioni opposte.

Il basket racconta sempre qualcos’altro
Messe una accanto all’altra, queste storie confermano un sospetto: il cinema usa il basket perché è uno sport meravigliosamente disponibile alle metafore.
Il playground può essere un regno senza contratti, come in Rebound, oppure un luogo in cui razza, denaro e orgoglio si mescolano a ogni possesso, come in White Men Can’t Jump. La palestra può diventare una scuola in Coach Carter, una chiesa laica in Hoosiers, un rifugio pericoloso in The Way Back. Il college promette un futuro in He Got Game e mostra il proprio retrobottega in Blue Chips. Jordan attraversa Air come un’idea e Space Jam come un supereroe.
Il cinema non usa il basket soltanto perché un tiro allo scadere fornisce un finale già pronto. Lo usa perché pochi sport mostrano con la stessa chiarezza la tensione tra individuo e gruppo. Puoi creare il tiro da solo, ma qualcuno deve bloccarti il difensore. Puoi diventare un’icona, ma dietro ci sono amici, famiglie, allenatori, aziende e persone convinte di possedere un pezzo del tuo futuro.
Se dovessi salvare tre titoli sceglierei He Got Game, Hoosiers e Blue Chips. Il primo perché resta il film più completo sul talento come dono e condanna; il secondo perché contiene l’essenza, vera e inventata insieme, dello sport americano; il terzo perché aveva visto arrivare il lato oscuro del college basketball quando molti preferivano guardare il tabellone.
Per convertire qualcuno alla pallacanestro, invece, partirei da Coach Carter. Non è il film più sottile della lista e nemmeno il più bello. Ma sa rendere comprensibile una cosa a chiunque, anche a chi confonde un pick and roll con una compagnia assicurativa: il basket conta moltissimo proprio quando smette di essere la cosa più importante.

Appendice – Voti IMDb e disponibilità streaming
Disponibilità riferite all’Italia e verificate il 2 agosto 2026. I cataloghi cambiano con una frequenza che neppure il mercato NBA, mentre i voti IMDb possono subire piccole oscillazioni.
| Film | Rating IMDb | Dove trovarlo in Italia |
|---|---|---|
| Blue Chips – Basta vincere (1994) | 6,3/10 | Noleggio o acquisto su Prime Video Store |
| Coach Carter (2005) | 7,4/10 | Paramount+ e Paramount+ Amazon Channel; disponibile anche a noleggio o acquisto |
| Hoosiers – Colpo vincente (1986) | 7,4/10 | Prime Video; disponibile anche a noleggio o acquisto |
| Rebound: The Legend of Earl “The Goat” Manigault (1996) | 7,6/10 | Non risulta disponibile in streaming legale in Italia |
| Forget Paris (1995) | 6,5/10 | Noleggio o acquisto su Apple TV Store, Prime Video Store e CHILI |
| White Men Can’t Jump – Chi non salta bianco è (1992) | 6,8/10 | Al momento non disponibile sulle piattaforme italiane |
| He Got Game (1998) | 6,9/10 | Disney+; disponibile anche a noleggio o acquisto |
| Shooting Stars (2023) | 6,5/10 | Noleggio o acquisto su Apple TV Store, Prime Video Store e Rakuten TV |
| Scoprendo Forrester (2000) | 7,3/10 | Netflix; disponibile anche a noleggio o acquisto |
| Glory Road – Vincere cambia tutto (2006) | 7,2/10 | Disney+ |
| Space Jam (1996) | 6,5/10 | Prime Video, TIMVISION e HBO Max; disponibile anche a noleggio o acquisto |
| Air – La storia del grande salto (2023) | 7,4/10 | Prime Video; disponibile anche per l’acquisto digitale |
| Hustle (2022) | 7,3/10 | Netflix |
| The Way Back – Tornare a vincere (2020) | 6,7/10 | Netflix; disponibile anche a noleggio o acquisto |