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La nuova stagione NBA è ormai alle porte e, tra chi ragiona sulle favorite per l’anello e chi si è già messo a confrontare i bonus scommesse in vista dei primi verdetti, c’è spazio anche per un po’ di memoria. Perché la strada che porta dall’Italia al campionato più spettacolare del mondo è stata aperta da pochi pionieri, e percorsa poi da giocatori capaci di scrivere pagine importanti. Quattro nomi su tutti raccontano questa storia.

Vincenzo Esposito, il Diablo che aprì la strada

Tutto comincia il 25 maggio 1995, quando Vincenzo Esposito firma un contratto triennale con i Toronto Raptors. Il casertano, all’epoca alla Fortitudo Bologna, diventa così il primo giocatore in assoluto messo sotto contratto dalla neonata franchigia canadese. Il lockout di quell’estate aveva cambiato i piani: l’accordo sembrava fatto con Cleveland, invece il destino lo porta in Canada.

L’esordio arriva il 15 novembre 1995 contro gli Houston Rockets campioni in carica. Esposito segna un solo punto, ma è il primo di un italiano in NBA: pochi giorni prima Stefano Rusconi aveva debuttato con i Phoenix Suns, senza però andare a referto. L’avventura dura una sola stagione, trenta partite in tutto, con una notte da ricordare: i 18 punti al Madison Square Garden contro i Knicks. Poco, forse, per i numeri. Tantissimo per il valore simbolico.

Andrea Bargnani, la prima scelta che fece storia

Undici anni dopo, il 28 giugno 2006, al Madison Square Garden va in scena una notte che nessun tifoso italiano ha dimenticato. I Raptors chiamano con la prima scelta assoluta Andrea Bargnani, fresco di scudetto con la Benetton Treviso. Mai prima di allora un europeo era stato selezionato con il numero uno.

Il Mago non tradisce le attese nella stagione d’esordio: chiude secondo nella corsa al titolo di Rookie of the Year alle spalle di Brandon Roy, entra nel primo quintetto delle matricole e contribuisce al primo titolo di division nella storia di Toronto. In quella stagione supera anche il record di Esposito, toccando quota 23 punti a Orlando. Dopo sette anni in Canada arrivano Knicks e Nets, fino al 2016. Il bilancio parla di 550 partite a 14,3 punti di media, con una carriera frenata a più riprese dagli infortuni.

Marco Belinelli, l’unico con l’anello al dito

Se si parla di successi, però, il nome è uno solo. Marco Belinelli arriva in NBA nel 2007, diciottesima scelta dei Golden State Warriors, e comincia un lungo giro per la lega che lo porterà a vestire nove maglie diverse. Il 2014 è l’anno perfetto. A febbraio, all’All-Star Weekend di New Orleans, vince la gara del tiro da tre punti superando Bradley Beal allo spareggio. A giugno, con i San Antonio Spurs di Gregg Popovich, travolge Miami per 4-1 nelle Finals e diventa il primo e unico italiano campione NBA.

In quella stagione il Beli viaggia a 11,4 punti di media con il 43% dall’arco, pedina preziosa di un sistema quasi perfetto. In carriera saranno 860 partite di regular season, prima del ritorno a Bologna e del ritiro, annunciato nell’agosto 2025 dopo l’ennesimo scudetto con la Virtus.

Danilo Gallinari, sedici stagioni da protagonista

Il 27 giugno 2008 i Knicks di Mike D’Antoni scelgono Danilo Gallinari con la sesta chiamata assoluta. Il pubblico del Garden fischia, lui risponde che gli applausi dovrà guadagnarseli. Lo farà eccome. Dopo New York arrivano Denver, i Clippers, Oklahoma City, Atlanta, Boston, Washington, Detroit e infine Milwaukee: sedici stagioni nella lega, 777 partite e oltre 11.500 punti, numeri che ne fanno l’italiano più longevo e prolifico della storia NBA.

La sua serata più bella resta quella del 10 aprile 2015, quando con la maglia dei Nuggets ne segna 47 ai Dallas Mavericks. Un grave infortunio al ginocchio nel 2013 aveva messo a rischio tutto, ma il Gallo è tornato ad alto livello, diventando un punto di riferimento anche per la Nazionale.

Quattro storie diverse, un filo comune: la dimostrazione che il basket italiano, oltreoceano, ha saputo farsi rispettare. E chissà chi sarà il prossimo a raccoglierne l’eredità.