La vita e la carriera di Marco Belinelli ci insegnano come, quasi sempre, si possano trarre insegnamenti anche da percorsi scomodi.

Belinelli agli Spurs
FOTO: ESPN

Spesso, nella retorica che ogni giorno si dispiega in forme talvolta anche eccessive all’interno della critica sportiva, si sente ripetere in maniera più o meno convinta che “l’importante è il viaggio”, che non vi sono soddisfazioni più grandi di vivere una bella esperienza e che, forse, i risultati sono buoni solo per gli almanacchi.

Pur non volendo sminuire l’idea per cui come si arrivi a un traguardo abbia un peso dirimente, pare ovvio ricordare che, anche nella vita quotidiana, raramente si ricordino con piacere viaggi deludenti. Anche i grandi sconfitti della storia dello sport, infatti, sono quasi sempre eterni secondi, persone o squadre, perciò, che hanno avuto una lunga striscia vincente prima di arrendersi all’ultimo atto.

La vita e la carriera di Marco Stefano Belinelli, in qualche modo, sembrano rinforzare questo concetto per cui l’obiettivo e i metodi per raggiungerlo debbano fondersi in un unicum fino a ritenersi entrambi soddisfacenti. La sua epopea cestistica, infatti, è stata un percorso prezioso, convincente, duro ma allo stesso tempo esemplare, e, tuttavia, non avrebbe avuto lo stesso peso – forse anche nell’autovalutazione del diretto interessato – se non fosse stato inframmezzato da momenti di soddisfazione pura, in cui la meta che ci si era posti di volta in volta veniva, brevemente, raggiunta.

L’esempio più calzante di questo dualismo tra percorso e obiettivo, ovviamente, non si può che ritrovare nell’intervista più famosa del Beli, concessa pochi minuti dopo essere arrivati sul tetto del mondo. Una cima, tuttavia, che rappresenta il culmine di qualcosa partito da ben più lontano.

Hot from the start – Bologna e il Mondiale del 2006

La passione per la pallacanestro è da sempre presente nella vita del piccolo Marco, che muove i primi passi nella Vis Persiceto, società giovanile del suo paese in cui gioca anche uno dei due fratelli più grandi. Il vero salto di qualità, tuttavia, arriva alla fine degli anni Novanta, quando a chiamare a rapporto il giovanissimo di casa Belinelli sono gli osservatori della Virtus Bologna, convinti di aver trovato in lui un nuovo talento da portare nel nutritissimo sistema della società bianconera.

Il percorso giovanile, pur faticoso, è da predestinato, e il 4 aprile del 2002, in una partita senza storia contro Udine, coach Ettore Messina decide di regalare i primi minuti – e il primo canestro, ovviamente una tripla – a quel ragazzo di così brillante avvenire. La stagione, che non vede più Marco protagonista, si conclude per i campioni d’Italia uscenti con una sconfitta in semifinale playoff.

L’annata successiva, tuttavia, la musica cambia: la nuova Virtus di Tanjevic e poi di Bianchini versa fin da subito in pessime acque, e l’addio ad annata in corso di giocatori come Rigaudeau apre spazio ai giovani come Marco, da subito incoronato dal suo allenatore come il futuro di una delle squadre più blasonate d’Italia.

“Questa sera avete visto una grande storia di sport: il passaggio del testimone da Rigaudeau a Belinelli.”

La primavera di quella stagione così complessa aveva significato per Marco anche il debutto in quella che per lui era LA partita: il derby di Bologna. Nonostante la sua serafica calma, che già da tempo aveva conquistato i giornalisti al seguito della Virtus, l’ansia di quei giorni viene ancora nitidamente ricordata dal Beli a distanza di tempo dalla Palla a due, datata 23 marzo 2003

“Devo ammetterlo, al mio primo derby me la facevo sotto. Venivo da un piccolo paese alle porte di Bologna, era una partita che sentivo molto, perché sapevo quanto fosse importante.

(…)

Il primo è indimenticabile. Ero molto giovane, Bianchini ebbe il coraggio di mettermi in campo e segnai subito un canestro da tre. Qualcosa che ricorderò sempre.”

Il canestro, segnato a poco dal suo ingresso, rimarrà comunque l’unico di Marco in 9 minuti giocati, e la partita si chiuderà con il risultato di 70-82 in favore della Fortitudo. La Virtus, che perderà anche la seguente, importantissima, sfida contro Milano, chiude la stagione con 14 vittorie e 21 sconfitte, nonché con un quattordicesimo posto preludio della radiazione che arriverà nella rovente estate immediatamente successiva.

Marco si trova quindi nel mezzo di uno dei peggiori dissesti finanziari della pallacanestro italiana, con la difficoltà aggiuntiva di decidere, a soli 17 anni, che strada intraprendere. Nonostante la nuova proprietà virtussina provi in tutti i modi a tenerlo in bianconero, il 31 agosto Belinelli prende una decisione che squarcia in due la città delle Torri: andrà a giocare per la Fortitudo Bologna di Jasmin Repesa.

Il nuovo fortitudino spiega la propria notizia ai media locali con fare tranquillo, probabilmente convinto di trovarsi nella giusta posizione per proseguire il proprio percorso cestistico. Le soddisfazioni con la nuova maglia, inoltre, non mancano. La squadra parte in campionato con sette vittorie consecutive, e il Beli inizia a trovare spazio con continuità anche in Eurolega, in un percorso che vedrà Bologna fermarsi soltanto in Finale.

L’anno successivo, il 2004/05, è poi quello della consacrazione: Marco gioca stabilmente oltre dieci minuti a gara, e Bologna vince, grazie a un canestro decisivo di Ruben Douglas convalidato dall’instant replay, il proprio secondo scudetto. Belinelli rimane in campo nel tiratissimo 67-65 di gara-4 contro Milano per ben 27 minuti, mettendo a referto 9 punti, 2 rimbalzi e 1 assist. È il preludio alla migliore stagione italiana del bolognese, che nel 2005/06, complice anche le importanti partenze di Douglas e Gianluca Basile, diventa un titolare inamovibile del quintetto di Repesa.

FOTO: Corriere della Sera

Le sue ottime prestazioni gli valgono il titolo di capocannoniere della squadra in campionato, e permettono ai biancoblu di arrivare agevolmente ai Playoffs con il miglior record della stagione regolare (27-7). Sbarazzatasi senza troppe difficoltà di Biella al Primo Turno, la Fortitudo si ritrova invischiata in una difficilissima serie contro Napoli Basket. Marco gioca due ottime partite in casa in Gara-1 e Gara-3, vinte dai suoi, ma ha diverse difficoltà a muovere la retina nel caldissimo palazzetto partenopeo. In particolare, Gara-4, che costringe Bologna alla “bella”, vede un Belinelli da 3 punti e 1/8 dal campo, numeri che non rispecchiano per nulla la sua stagione di altissimo livello.

Il 9 giugno del 2006, quindi, mentre l’Italia sportiva iniziava ad essere sconvolta da Calciopoli, al PalaDozza va in scena Gara-5 della semifinale scudetto. Belinelli comincia subito forte, segnando i primi sei punti della Fortitudo e poi ribattendo colpo su colpo al tentativo di allungo di Napoli nel primo quarto. Terminerà la gara con otto triple e 34 punti, career-high fino a quel momento. Bologna, trascinata dai suoi canestri, arriverà in Finale scudetto, dove sarà tuttavia sconfitta dalla Benetton Treviso di Andrea Bargnani.

È solo l’inizio, comunque, di un’estate decisiva per il Beli, che viene convocato per i successivi mondiali giapponesi e gioca, alla fine di agosto, una famosissima partita di girone contro gli Stati Uniti, in cui, nonostante la sconfitta degli Azzurri, segna 25 punti che fanno alzare più di un sopracciglio negli scout NBA accorsi per vedere i talenti europei e che fanno dire a Marco ancora anni dopo.

“Quella è la partita che ha cambiato la mia vita.”

La Baia perduta – Golden State e Toronto

Il passaggio, tuttavia, non è immediato. L’NBA ha puntato gli occhi fino a quel momento maggiormente proprio su Bargnani, che al Draft di giugno era stato selezionato alla prima scelta e perciò non era partito per il Mondiale. Per il Beli rimane quindi un’ultima, difficile, stagione fortitudina. In un’altra annata chiusa da capocannoniere della squadra, infatti, le partenze estive e alcuni cambi di regolamento avevano reso Bologna una continua porta girevole per l’annata 2006/07, con ben tre allenatori avvicendati sulla panchina fortitudina.

Nonostante i dubbi che possono sollevarsi da una stagione del genere, il 28 giugno del 2007 il diciottesimo nome pronunciato da David Stern al Draft NBA è proprio quello di Marco Belinelli, selezionato, a sorpresa, visti gli scarsi contatti dei giorni precedenti, dai Golden State Warriors.

La squadra è al centro di numerose polemiche circa il ruolo di Don Nelson, che durante l’offseason ha battuto cassa dopo aver sconfitto i favoritissimi Dallas Mavericks nel Primo Turno di Playoffs 2007 (sì, erano gli anni del “We believe”).

Nonostante gli screzi interni, che si riverberano anche nelle scelte al Draft, il Beli prosegue nella sua almeno apparente tranquillità. Tra giugno e luglio gioca una grandissima Summer League, facendo segnare addirittura 37 punti all’esordio e 23 nell’immediatamente successiva partita contro i Philadelphia 76ers.

Nelson si lascia andare a dichiarazioni entusiastiche, che sembrano far presagire a un ruolo importante di Marco nella stagione alle porte.

“Credo sia stato sensazionale.

Tira quando meno te lo aspetti. È un giocatore imprevedibile in attacco, ecco perché ci piace. Vi sorprenderà per il modo i cui sfrutterà i blocchi o per come taglierà dietro il difensore.”

Lo stesso Belinelli, intervistato alla metà di luglio dalla Gazzetta dello Sport, si lascia andare a previsioni ottimistiche.

“Devo migliorare in tutto, soprattutto sotto l’aspetto fisico, c’è solo da lavorare, con la mentalità di chi è pronto a dimostrare.

(…)

Loro, comunque, mi hanno accettato molto bene, soprattutto lo staff di Golden State. Don Nelson l’ho conosciuto, è una grande persona, gli piacciono molto i giovani europei, spero vada tutto bene.”

In realtà, quell’afosa metà di luglio è forse l’ultima fase in cui coach e allenatore sembrano avere qualcosa in comune. Beli decide, contrariamente a quanto fatto l’anno prima da Bargnani, di andare a giocare l’Europeo con la Nazionale e tornare unicamente per il training camp di settembre. Nei primi allenamenti con la squadra, la fiducia non sembra essere diminuita, e Marco si allena addirittura con il quintetto di partenza.

“Io mi ricordo che in quel periodo mi allenavo nel quintetto iniziale.”

La stagione, tuttavia, dice altro: Beli prende parte solamente a 33 partite su 82, giocando in 17 casi su 33 meno di cinque minuti in puro garbage time. La fiducia tanto dichiarata a inizio anno sembra svanita dopo una sola stagione, e a poco valgono le richieste estive di chiarezza e più spazio. Se i minuti medi, infatti, salgono da 7.3 a 21, con 23 partenze in quintetto, le partite giocate rimangono comunque 42, troppo poche per pensare di continuare insieme.

Già il 5 dicembre del 2008 era comparsa sul sito della Gazzetta un’intervista dall’inequivocabile titolo “Non vedo l’ora di andarmene”, ma è soltanto nell’estate successiva che si verifica lo scambio tanto agognato: Marco va a giocare per i Toronto Raptors, chiamato in Canada da uno dei personaggi di contorno più rilevanti della sua storia, Andrea Bargnani.

FOTO: La Gazzetta dello Sport

Vita da journeyman: la frustrazione canadese e i successi in Louisiana

Per un giocatore europeo ancora poco capito dalla bolla NBA, Toronto è forse la meta ideale: città cosmopolita per eccellenza, aveva sempre avuto un ottimo rapporto con i giocatori di oltreoceano e in particolar modo con gli italiani, avendo fatto esordire, in tempi in cui i giocatori nostrani erano ancora visti con un certo sospetto, un gigante della pallacanestro italiana come Vincenzo Esposito.

Se a questo ci si aggiunge la presenza, come futuro certo della franchigia, del Mago Bargnani, messo prontamente al centro con Marco di maccheroniche campagne pubblicitarie, sembra tutto apparecchiato per una stagione di sicuri successi. Lo stesso Andrea, intervistato nell’estate, tiene a far sapere al pubblico di casa nostra come i due connazionali siano al centro del progetto dei Colangelo.

Nonostante le premesse, tuttavia, il nuovo numero 0 dei Raptors vive un’annata deludente: perso precocemente il posto in favore del rookie DeMar Derozan – a posteriori, non proprio uno di passaggio in Canada – gioca 66 gare di cui solo una in quintetto, abbassando, quasi paradossalmente, le cifre della stagione precedente.

Nell’estate successiva, dominata dalla Decision lebroniana, arriva quindi un nuovo scambio e un nuovo cambio di pagina. Da una delle città più cosmopolite del Canada si passa a una di quelle più eminentemente americane, anche nei suoi eccessi: New Orleans, dove da un paio d’anni si sono definitivamente ristabiliti gli Hornets in seguito al temporaneo spostamento dovuto all’uragano Katrina.

FOTO: NBA.com

La squadra costruita per coach Monty Williams ha come obiettivo primario quello di tornare ai Playoffs dopo le delusioni dell’annata precedente, e come fine secondario quello di tenere Chris Paul, stella della squadra, dalle parti della Louisiana anche dopo la scadenza naturale della sua rookie extension nel 2012.

Marco arriva quindi in un gruppo talentuoso, carico di giocatori fisici, e che ha come tiratore europeo un monumento della pallacanestro di questo lato dell’Oceano come Peja Stojakovic, che fin dai primi allenamenti fa capire come Marco dovrà sudare ogni secondo di campo.

“Io sono un mattonaro paragonato a Peja. Lui era un altro di quelli che guardavo quando ero in Europa, ma non l’ho conosciuto bene fin quando non siamo stati insieme a New Orleans. All’inizio del mio periodo lì mi ha sfidato a una gara di tiro da tre, per divertirci.

Mi ha distrutto.

Io ero senza parole, avevo già perso delle sfide ovviamente, ma non così. Ne ha messe 40 di fila per cominciare.”

Lo shock culturale non ferma comunque Marco, che nel corso della stagione si impone come titolare della squadra, superando anche quota 20 in due occasioni e diventando tra i tiratori preferiti di CP3, che per tutto il prosieguo della propria carriera racconterà il piacere di giocare con il bolognese.

Anche grazie alla sua crescita sul campo, New Orleans agguanta il settimo posto valido per i Playoffs, facendo debuttare l’ex-fortitudino anche nella postseason. La serie contro i Los Angeles Lakers, bi-campioni uscenti e da sempre squadra tra le preferite di Marco, è soffertissima. In Gara-1, grazie a un leggendario Chris Paul, gli Hornets riescono a ribaltare il fattore campo, recuperato dai Lakers con le vittorie nelle due successive sfide.

Marco fatica nella terza sfida e anche nella quarta, nonostante la vittoria dei suoi per pareggiare la contesa 2-2.

Dopo i 12 punti complessivi in queste due gare arriva il commento del  Los Angeles Times che, come al solito, si mostra virulento nei suoi giudizi, arrivando ad affermare il 24 aprile che “i Lakers hanno perso nonostante gli Hornets schierino quattro titolari” e che “è difficile definire Marco Belinelli un giocatore di basket, da entrambi i lati del campo”.

Marco, come al solito convinto dei propri mezzi e della bontà dei propri obiettivi, non si lascia intimidire, e risponde con un’ottima Gara-5 da 21 punti e 8/14 dal campo. Los Angeles, nonostante la fine della corsa sia vicina, esce comunque dallo Staples Center con la vittoria per 106-90, certificando la propria superiorità con il definitivo 4-2 della sfida successiva.

La brutta sconfitta non gela gli animi in casa Hornets. Il front office, al contrario, sfrutta lo slittamento della stagione successiva a causa del lockout per puntellare il roster. Marco, nel frattempo, utilizza la serrata dei giocatori per lavorare sulla propria mano debole, tornando in Louisiana ancora più carico.

Le belle speranze di franchigia e giocatore si infrangono tra l’8 e il 14 dicembre 2011, quando Chris Paul viene scambiato prima ai Lakers, con veto di Stern che deteneva dei poteri all’interno della franchigia, e poi ai Los Angeles Clippers. La squadra perde il suo centro gravitazionale, e, ovviamente, per Marco la concorrenza si allarga, visto l’arrivo di una giovane guardia tiratrice di sicuro avvenire come Eric Gordon. La stagione è quindi di medio livello, con Beli che comunque consolida il proprio ruolo da titolare e mette a referto ottimi numeri in vista della successiva Free Agency, in cui il nuovo valore di mercato dell’italiano sarà realmente valutato per la prima volta.

Chicago e San Antonio: Beli on the map

Il 24 luglio del 2012 le riserve sul futuro della guardia bolognese vengono definitivamente sciolte. Il general manager dei Chicago Bulls Gar Forman, infatti, annuncia di aver messo sotto contratto Belinelli per un anno a poco meno di 2 milioni di euro, per l’epoca una cifra assolutamente in linea con gli altri specialisti della panchina.

Marco arriva quindi in Illinois per aiutare a ricostruire una panchina che in quella medesima offseason aveva perso giocatori del calibro di CJ Watson e Kyle Korver. L’annata, comunque, non parte coi migliori auspici: Derrick Rose sta ancora recuperando dal brutto infortunio patito l’anno precedente, e non è chiaro se e quando possa essere d’aiuto alla causa.

Belinelli, comunque, si mette fin da subito al lavoro, trovando una certa continuità di minutaggio anche grazie alla stima di Tom Thibodeau, che, dopo un brutto periodo al tiro all’inizio della stagione, lo difende spronandolo ad ampliare il proprio gioco offensivo.

Chicago chiude la stagione con 45 vittorie, trovando al Primo Turno di Playoffs i Brooklyn Nets di Brook Lopez, Deron Williams e un giovanissimo Toko Shengelia, assolutamente marginale in quel roster ma importantissimo per gli ultimi anni di carriera di Belinelli.

Marco trova poco spazio nelle prime gare della serie, chiuso da Hinrich, Robinson e Jimmy Butler. Un infortunio occorso a Kirk gli apre tuttavia le porte del quintetto per le ultime due, decisive gare, durante le quali dalle parti di Chicago inizia a trapelare anche la voce di un possibile ritorno di Rose.

Se Derrick, per ragioni ancora oggi poco chiare, non tornerà mai, a prendersi la scena saranno proprio Marco e Nate, che trascinano i Bulls alla vittoria in sette partite. Belinelli, come ai tempi della Fortitudo sempre pronto ad alzare il livello nelle partite che lo richiedono, chiude la sfida decisiva 24 punti, 3 triple e un’esultanza che non lascia spazio a interpretazioni nel quarto periodo.

Nonostante la successiva sconfitta contro gli Heat dei Big Three, l’Illinois sembra finalmente il posto in cui raggiungere una certa tranquillità economica e di ruolo anche in vista delle stagioni successive. A sorpresa, invece, nell’estate del 2013 il Beli si accasa ai San Antonio Spurs, squadra che sta tentando di cambiare la propria pallacanestro in senso più “europeo” in seguito alla cocente delusione delle Finali appena concluse.

Che la scelta sia un ripiego, per quanto di lusso, è confermato dallo stesso Marco in un’intervista dell’inverno successivo, proprio a pochi giorni dalla partita tra Spurs e Bulls.

“Pensavo che Chicago fosse disposta a offrirmi soldi e tanti anni, ma la NBA è un business. Ho avuto qualche offerta da altre squadre, ma quando mi ha chiamato San Antonio non ci ho pensato molto, onestamente. Avere una squadra che vuole veramente vincere un Titolo e dove posso veramente migliorarmi, penso di aver perso una buona decisione a venire qui. Gioco con grandi giocatori che sanno come vincere e sotto un grande allenatore come Pop.”

Che la scelta sia azzeccata si vede sin dalle prime partite. Nel sistema di lettura di San Antonio un giocatore con l’intelligenza tattica e le doti balistiche di Marco spicca sin da subito, tanto da far segnare la miglior media punti di tutta la sua avventura NBA. A febbraio, neanche a dirlo, arriva poi una prima grande soddisfazione, con la vittoria della Gara del Tiro da Tre durante l’All-Star Weekend.

Per la prima volta dai tempi delle vittorie bolognesi, la fatica del viaggio assume un sapore più dolce che amaro, caricando Marco e i suoi per il finale di stagione, che risulterà, come noto, vittorioso. Le lacrime dedicate alla vittoria sono quindi la certificazione della bontà del percorso fatto, nonché la manifestazione dell’orgoglio dell’uomo che da qualche minuto è diventato il primo italiano di sempre a mettersi al dito un anello NBA.

L’anno successivo, il secondo e ultimo della sua prima parentesi texana, è un anno di assestamento per una San Antonio ormai decisamente a fine corsa. Marco tuttavia vive una lunga serie di soddisfazioni personali, venendo premiato in offseason dalla “sua” Bologna e ricevendo i complimenti di un Presidente “cestistico” come Barack Obama, attento nel dire che Chicago, squadra di cui è notoriamente tifoso, aveva fatto un errore a lasciarlo andare. È anche l’anno del ricongiungimento con Ettore Messina, che ritrova Beli e Manu nel suo nuovo ruolo di assistente di Gregg Popovich.

Gli Spurs, tuttavia, non bissano il proprio successo, e Marco parte da free agent per l’Europeo dell’estate 2015. Proprio in questo contesto, con Gallinari e Bargnani, gioca forse uno dei migliori tornei internazionali della propria carriera, risultando decisivo nelle vittorie contro Germania e Spagna. Nonostante le ottime prestazioni, tuttavia, la nazionale azzurra viene eliminata ai quarti di finale dalla Lituania, anticipando per Belinelli le delusioni delle due stagioni successive e acuendo quella sensazione di incompletezza sempre provata durante le sue parentesi azzurre.

Caduta e risalita: da Sacramento, Philadelphia e Bologna

I due anni che seguono l’addio a San Antonio sono probabilmente i più opachi della carriera di Marco dai tempi di Golden State. Nell’estate del 2015, Marco firma un sostanzioso accordo triennale a 19 milioni di dollari con i Sacramento Kings, che aggiungono in quell’estate anche giocatori del calibro di Rajon Rondo per cercare di dare a Rudy Gay e a Demarcus Cousins qualche chance di vittoria. Il caos della franchigia californiana, tuttavia, colpisce anche Marco, che dopo un solo anno chiede di essere scambiato, ritrovando il nome Hornets, sebbene ormai riaffidato definitivamente alla franchigia di Charlotte.

Anche qui, nonostante l’ostentata soddisfazione per giocare alle dipendenze di un monumento cestistico come Micheal Jordan e l’ammirazione per un allenatore pragmatico e “spursiano” come Steve Clifford, le soddisfazioni sul campo latitano. L’ultima svolta NBA arriva soltanto nell’inverno del 2018: Marco, che nel frattempo ha fato un ulteriore e infruttuoso passaggio agli Atlanta Hawks del neoarrivato Trae Young, viene infatti liberato tramite buyout e può accordarsi con i Philadelphia 76ers, squadra al centro del proprio Process e desiderosa di venire a capo di un progetto tanto complicato.

L’apporto dato alla squadra da riserva di J.J. Redick è ottimo. Beli ed Ersan Ilyasova chiudono entrambi in doppia cifra di media la trentina scarsa di partite di regular season giocate per la franchigia della prima capitale, trovando minuti importanti anche ai Playoffs.

Proprio in questo contesto Belinelli fa lievitare le proprie cifre, mettendo a segno per ben due volte più di 20 punti nella prima, vittoriosa serie contro i Miami Heat. Il turno successivo, giocato contro degli ottimi Boston Celtics nella loro prima versione Tatum-Brown, risulta invece più complicato, nonostante il 5 maggio del 2018 Marco segni il tiro forse più conosciuto della sua carriera cestistica.

In Gara-3, con Boston avanti per 2-0 dopo le prime due partite in Massachussetts, i Celtics sono avanti per 89-87 a 1.7 secondi dalla fine. In uscita dal timeout, Ben Simmons rimette per un Beli liberato dal doppio blocco di Embiid e Ilyasova. Il tiro dall’angolo entra allo scadere, e tutto il palazzetto si convince per più di qualche secondo della vittoria dei Sixers per 90-89.

La conclusione, in realtà, era arrivata da ben dentro l’arco, e Philadelphia verrà in seguito sconfitta da Boston dopo un durissimo overtime, uscendo definitivamente quattro giorni dopo in Gara-5.

L’anno seguente, i piani dei Sixers non collimano con quelli di Beli, che non viene confermato per la stagione 2018/19. Il bolognese fa quindi ritorno in una San Antonio ormai dal tono minore, trovando nella prima delle due annate in Texas la sua ultima stagione in doppia cifra di media e le ultime esperienze di postseason, con gli Speroni eliminati al Primo Turno da Denver nel 2019.

Gli anni recenti di Marco, poi, sono noti a tutti: il ritorno in Virtus, con annesse polemiche da parte fortitudina, i due scudetti, l’Eurocup e ora, almeno secondo i rumors, il ritiro. Qualunque sia la sua scelta, rimarrà sempre negli occhi degli appassionati italiani un giocatore che ha dovuto prendere strade tortuose e spesso scomode, ma che ha sempre trovato un modo per arrivare alla meta, mostrando una determinazione e una capacità di far valere i momenti importanti con pochi eguali nella pallacanestro italiana ed europea.

E questo, forse ha reso un po’ più dolce anche il difficile viaggio.