Questo contenuto è tratto da un articolo di K.C. Johnson per Chicago Tribune, tradotto in italiano da Andrea Miotti per Around the Game.


Venticinque anni. Quando si è giovani quel lasso di tempo sembra un’eternità, riempita dal susseguirsi di giornate estive e regali sotto l’albero. Ma, invecchiando, e iniziando la seconda metà della vita, quei venticinque anni possono passare in un batter d’occhio. O forse, nello stesso tempo che un jumper ci mette a lasciare i polpastrelli di un tiratore ed insaccarsi nel fondo della retina.


“Sono passati 25 anni? Wow” – ha detto Steve Kerr, scuotendo la testa e sorridendo. Aveva 31 anni quando mise a referto i due punti più importanti della sua carriera: un jumper dalla lunetta, assistito da un passaggio deciso a tavolino di Michael Jordan, che mandò in estasi lo United Center, mettendo il punto esclamativo sul quinto titolo dei Bulls.

Il tiro vincente di Kerr che eliminò i Jazz in sei partite, consegnando il titolo del 1997 ai Chicago Bulls. Per molti, semplicemente, The Shot.

“Relativamente parlando, quel tiro ha cambiato la mia vita. E’ stato sicuramente il momento di svolta della mia carriera”. Kerr ha raccontato questo in un momento tranquillo, dopo un allenamento degli Warriors alla vigilia di una partita proprio contro Chicago.

Prima di tutto, però, vale la pena spiegare quel “relativamente parlando”. Kerr ora ha 56 anni, e la sua vita è stata tragicamente cambiata quando ne aveva 18 e il padre Malcom fu ucciso a Beirut durante un attacco terroristico; inoltre, l’attuale coach degli Warriors nel suo trascorso in NBA ha sottolineato quanto alcune cause – come ad esempio il problema delle armi negli Stati Uniti, oppure l’immigrazione o l’importanza della salute mentale – abbiano un’importante superiore al basket. Ecco perché “relativamente parlando”.

In ogni caso, come spesso accade negli sport, un tiro può portare con sè significati molto profondi. Ed è il caso di quel tiro.

“Fu davvero una svolta per me, perché prima ero una persona ansiosa. Troppo riflessiva. E quella è stata, probabilmente, la prima volta che sono riuscito ad espormi a un rischio senza pensare alle conseguenze, in una situazione davvero importante”, ha detto Kerr in un’intervista per il Chicago Tribune.

“Potrebbe suonare strano, certi tiratori non dovranno mai affrontare questo tipo di problema nella loro carriera. Sono semplicemente nati pronti per prendersi determinati tiri e responsabilità. Ma non io. Dopo quel momento, però, mi sono sentito molto più libero. Pronto a lasciarmi andare, completamente, durante la partita. Senza più pensare alle conseguenze”.

Steve, che nel corso della sua carriera da giocatore per 15 anni nella Lega ha avuto una media di 6 punti a partita, dall’essere un semplice role player diventò un giocatore vincente. E, dopo l’anello con i Bulls, sono arrivati i due titoli con gli Spurs, prima di tornare 6 volte alle NBA Finals da head coach degli Warriors.

“Quel tiro non mi ha solo dato solo la fiducia di potercela sempre fare, ma anche la mentalità che ne consegue. Realizzare che non puoi preoccuparti di quello che sarà, ma devi lasciarti andare e rischiare. Ho lavorato molto per ottenere questa mentalità. Gli esercizi che Phil Jackson faceva, il mindfulness training: tutte queste cose mi hanno aiutato. Mettere se stessi nel giusto assetto mentale è un qualcosa di davvero complicato, ma è quello che sono riuscito a raggiunge in quel periodo”.

Gli atleti non ammettono spesso tali vulnerabilità: Kerr è sempre stato speciale per la sua onestà nella percezione di se stesso.

Ancora oggi riguardare il video del timeout prima del tiro di Steve può far venire i brividi. Jordan, masticando freneticamente la gomma, si gira verso Kerr. “Mi disse: ‘Sii pronto, Stockton mi raddoppierà’. E aveva ragione”.

Nel video, vediamo Kerr molto calmo e sicuro di se stesso. “Se lui ti raddoppierà, io sarò pronto” – rispose a MJ. E Steve, pronto, lo fu per davvero. Cambiando radicalmente la sua carriera.

“Credo con assoluta certezza che quel tiro mi abbia aiutato per il mio futuro in NBA. La maggior parte delle persone non aveva idea di chi io fossi, fino a quando ho giocato dei momenti importanti con i Bulls. Penso che quel tiro abbia elevato il mio status. Fino a quel momento ero un ragazzo che era ‘solo’ riuscito a rimanere nella lega per tanti anni, senza, però, aver mai combinato nulla di davvero rilevante. Quello è stato uno di quei momenti che rimane impresso nella mente delle persone”.

Steve ci ha anche scherzato sopra: “Molte persone mi hanno detto che ero un grande giocatore. Beh, le leggende ingigantiscono sempre la realtà. Metti un tiro come quello e sarai ricordato per sempre come un giocatore migliore di quello che in realtà eri”.