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Questo contenuto è tratto da un articolo di Justin Tinsley per The Undefeated (ESPN), tradotto in italiano da Francesco Paladino per Around the Game.


Le sue schiacciate sono diventate quello che ogni tifoso dei Memphis Grizzlies desidera. E le strisce vincenti che ha ispirato, hanno iniettato sicurezza e spavalderia nelle arterie della città. Ma c’è stato un momento in particolare che ha confermato per i residenti di Memphis che Ja Morant, titolare nell’All-Star Game e fresco vincitore del Most Improved Player (MIP), è uno di loro.

I Grizzlies affrontavano i Bulls, a fine gennaio, quando Morant e il centro Tony Bradley hanno avuto un diverbio dopo una chiamata arbitrale, prontamente sedato dal suo compagno di squadra Steven Adams, uno degli uomini con più forza fisica nella lega, che ha trascinato Bradley (sollevandolo) lontano da Morant.

Tornato in panchina, il numero 12 faceva sapere a tutti che non si sarebbe tirato indietro. “Posso tornare in campo e combattere”, diceva ripetutamente.

Per una generazione cresciuta in città con “If You Ain’t From My ‘Hood” e “Testin’ My Gangsta”, quell’energia è stata musica per le orecchie. Se un giocatore avversario lo sfida, Morant – che attualmente è settimo per punti per partita e leader della lega indiscusso per momenti “WAIT, WHAT?” – non si tira indietro.

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“Viene dallo stesso tessuto. Gioca nel nostro stesso modo”, ha detto Jerry Dover Jr, capo allenatore di basket alla scuola privata St. Mary’s Episcopal, East Memphis. “Ed è per queso che qui gravitiamo così tanto intorno a lui”.

Due anni fa, Morant e suo zio Phil Morant – sì, lo zio Phil – sedevano a bordo campo in una partita dei Tigers all’Università di Memphis. C’era tantissima gente sugli spalti e un’atmosfera molto calda per tutta la gara, anche durante i timeout.

Morant in quel periodo era sulla buona strada per diventare Rookie of the Year in NBA, attirando l’attenzione dei tifosi con le stesse giocate elettriche che lo hanno reso un All-American a Murray State. Eppure, i Grizzlies erano tra le franchigie con meno pubblico di tutta l’NBA.

“Phil”, disse Morant a suo zio, mentre osservava gli spalti gremiti per quella gara, “perché non vengono così alle nostre partite?”

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La Bluff City si vanta di due cose. Uno: il suo barbecue, che può far venire l’acquolina in bocca alla sola menzione. E due: il basket.

Nomi come Elliot Perry e Anfernee “Penny” Hardaway, attuale allenatore dei Tigers e leggenda NBA, sono conosciuti a livello globale. Poi ci sono leggende locali come Taurean “T-Head” Moy, che una volta mise a segno 24 triple in una partita, e i Grizzlies “Grit & Grind” dei primi anni 2010, che potrebbero essere una religione. E se pronunci il nome “Zach Randolph” ovunque entro i confini della città, potresti ottenere una reazione isterica.

Randolph ha giocato per cinque squadre nei suoi 16 anni di carriera, ma nessuna città lo ha abbracciato come Memphis. Si trovano ancora molte sue foto nei bar cittadini. “Z-Bo” è una leggenda sportiva di Memphis, non solo per come ha giocato in campo, ma soprattutto per il legame che ha costruito col pubblico e per come ha abbracciato la comunità.

Il basket a Memphis non è solo un’ossessione. È un’ancora di salvezza.

Memphis è stata per tanto tempo, e per certi versi lo è ancora, la città dei Tigers. Erano l’unica squadra della città fino a quando i Grizzlies si sono trasferiti da Vancouver prima dell’inizio della stagione 2001/02. Tuttavia, che differenza fanno tre anni…

Ora le foto di Ja Morant sono all’interno di Huey’s, un popolare bar del centro, pieno di dipinti e luogo di ritrovo dei tifosi Grizzlies. È in radio. I Grizzlies stanno ospitando un revival, e Ja Morant ne è il direttore.

La rinascita della squadra è stata in gran parte fatta in casa.

Jaren Jackson Jr è stato scelto con la quarta scelta assoluta nel 2018, e Ja Morant un anno dopo con la seconda scelta. Giocatori chiave come Dillon Brooks, Desmond Bane e Steven Adams sono stati acquisiti attraverso il Draft e la free agency.

Nella prima stagione di Morant, i Grizzlies hanno sfiorato i Playoffs, perdendo nel Play-In contro i Warriors. L’anno scorso hanno perso al primo turno contro gli Utah Jazz, nonostante un miracoloso Morant da 47 punti in Gara 2. Quest’anno, sono entrati nei Playoffs come seconda testa di serie nella Western Conference e vantano una delle squadre più giovani, più divertenti e più complete della lega.

Nel decennio prima dell’arrivo di Morant, i Grizzlies non si erano mai classificati più in alto del 18esimo posto tra le 30 squadre NBA in termini di presenza del pubblico. L’anno scorso erano 11esimi, questa stagione sono 13esimi.

Se Randolph può essere la stella più amata nella storia della squadra, Morant si è già distinto come una superstar con un appeal che la franchigia non ha mai sperimentato.

Lo zio Phil ha un principio che ripete sempre al nipote, e che il nipote sembra aver seguito. “Il primo anno, impara. Il secondo anno, padroneggia quello che hai imparato”, ha raccontato Phil Morant. “Il terzo anno, spacca tutto! È tuo!”

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Quello che Morant ha fatto per la squadra è elettrizzante, e nel giro di tre anni si è già creato un forte legame con la città. All’indomani della recente morte, in una sparatoria, della star dell’hip-hop Young Dolph, il modo in cui Morant ha dato voce alla gente di Memphis è stato ampiamente apprezzato.

“Ja e i Grizzlies sono emersi come un faro di speranza per noi”, come raccontato da una voce radiofonica di Memphis molto nota, Suzie “Big Sue” Purnell. “Avere questo mentre siamo in lutto … dà speranza a tutta la città”.

“Ja è un talento singolare. Voglio dire, ha ottimi componenti intorno a lui in squadra. Ma è una nuova esperienza per la gente”, ha detto John Martin, ospite di ESPN Radio 92.9 a Memphis. “Qui siamo abituati ad essere lasciati fuori dalla discussione. Ora non solo siamo nella discussione, ma abbiamo tutte le attenzioni.” 

“Culturalmente avrà un effetto simile a quello di Allen Iverson sulla città.”

– Jerry Dover

“Big Sue” ha detto che c’è una regola in città, che Morant ha compreso molto bene: “Se fai un passo verso Memphis e dici: ‘Voglio mettere radici qui. Voglio saperne di più’, Memphis farà 10 passi verso di te”.

Quasi immediatamente dopo essere stato scelto dai Grizzlies, infatti, Morant ha intrapreso la sua personale missione di diventare un punto di riferimento della comunità. Gesti come distribuire pizze alle stazioni di servizio locali non hanno mai fatto parte di nessun highlight, ma ha fatto effetto in città. Ancora prima di giocare la sua prima partita, nell’agosto 2019, ha donato $10.000 al Boys & Girls Club of Greater Memphis; e poco dopo, in una iniziativa con Academy Sports, ha regalto a ogni bambino un nuovo zaino, 100 dollari e vestiti della giusta taglia.

L’anno scorso, durante l’offseason, Morant ha messo in evidenza gli enti di beneficenza e le aziende locali durante un’iniziativa che ha soprannominato #Jas12DaysOfKindness. 

“Ja è di Dalzell, South Carolina. Suo padre è di lì. Sua madre è di Augusta, Georgia”, ha detto lo zio Phil Morant. “Passi tutta la vita in quella parte del Sud e poi vai a Murray, Kentucky, che non è proprio un granché. È stato solo in città molto piccole. E sono tutte nel sud. A New York o Los Angeles forse sarebbe stato uno shock culturale. A Memphis, invece, pensavo: questo è perfetto!”

La fortuna dei Grizzlies al Draft è arrivata dopo una lunga serie di scelte sfortunate. Poche franchigie hanno un “curriculum” peggiore in questo senso, specialmente quando si tratta della seconda scelta assoluta.

Quando la squadra era a Vancouver, selezionò Steve Francis nel Draft del 1999. Il talento in arrivo da Maryland, poi co-Rookie dell’Anno, ha però forzato una trade prima di indossare la maglia dei Grizzlies.

Quattro anni dopo, nella Lottery, Memphis perse sfortunatamente l’opportunità di scegliere LeBron James; e la trade del 1997 per Otis Thorpe (una delle peggiori nella storia dell’NBA) costrinse Memphis a cedere la seconda scelta a Detroit, invece di pescare uno tra Carmelo Anthony, Dwyane Wade e Chris Bosh.

Nel 2009, i Grizzlies hanno bruciato la possibilità di prendere uno tra tre futuri Hall of Famers come Stephen Curry, DeMar DeRozan o James Harden alla numero 2. Hanno optato per Hasheem Thabeet.

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Più di 50 anni dopo, la città di Memphis sta ancora lottando con la sua storia, come luogo in cui il leader dei diritti civili Martin Luther King Jr. è stato assassinato. Il Lorraine Motel, il luogo dove King esalò l’ultimo respiro il 4 aprile 1968, è un museo dal 1991 e riceve oggi molti visitatori. Si tratta di uno di quei posti in cui la gente viene a respirare energia, capendo che non solo la storia è accaduta qui, ma che il balcone di quel motel è il simbolo del meglio di ciò che l’America aveva e del peggio di cui era capace.

La verità è che l’assassinio di King, 54 anni fa, ha lasciato Memphis a sostenere un peso impossibile, quello della città che ha portato via un’icona. E continua a lottare con la sua immagine di luogo violento. Nel dicembre 2021, la pubblicazione 24/7 Wall St. ha definito Memphis la città più pericolosa d’America, secondo le statistiche dell’FBI, con un tasso di crimini violenti di 1.309 per 100.000 residenti.

Linda White, presidente della Divisione di Belle Arti e Scienze Umanistiche al LeMoyne-Owen College di Memphis, l’unico college storicamente a maggioranza afroamericana della città, combatte contro questa cattiva fama da anni. “Qui siamo al codice postale 38126, dove tecnicamente si dovrebbe abbassare la testa. E io vivo proprio in questa zona”. Mentre ci sono statistiche che mostrano che sia uno dei codici postali più pericolosi del Paese, per Linda White nessun dato può spezzare la sua convinzione. “Sfido questo preconcetto ogni volta che qualcuno lo dice. Sono qui da 17 anni e mi sento sicura come 17 anni fa. Non ho paura a stare nella mia comunità, si dovrebbe smetterla di raccontare questa zona come un posto del genere”.

È una narrativa che lei e molti abitanti di Memphis hanno combattuto per generazioni. “Quando mi dicono che King è morto a Memphis, io dico: OK, dove è morto Malcolm X? New York è sulla black list, per caso? Non la presentano in questo modo. Anzi, nella convinzione nazionale New York è La Mecca culturale, bisogna andarci. È il linguaggio universale”.

Non è un segreto, comunque, che quella di Memphis è una comunità afflitta da enormi divari sociali ed economici. I numeri del censimento degli Stati Uniti mostrano che i neri costituiscono quasi due terzi della popolazione di Memphis (i bianchi sono il 29%), ma il reddito medio delle famiglie bianche è di 75.000 dollari, mentre delle famiglie nere e latine intorno ai 40.000 dollari. E ben ppiù della metà del 25% degli abitanti di Memphis classificati “sotto la soglia di povertà”, sono neri.

L’uccisione di Young Dolph nel novembre 2021 ha associato ancora una volta la città a una tragedia. La sua musica era arrivata a rappresentare Memphis in un modo viscerale, raccontando il buono e il cattivo della comunità. Young Dolph ha speso molto tempo e risorse nella città, proprio come Nipsey Hussle a Los Angeles. È impossibile non sentire Young Dolph a Memphis, è alla radio più volte all’ora e per strada c’è sempre un “R.I.P. Dolph” scritto con lo spray da qualche parte.

È davvero interessante che Memphis sia un posto che può ospitare una tale grandezza e una tale tragedia allo stesso tempo. La morte di Dolph ci ha fatto male in un modo che non so spiegare”, ha detto Big Sue, con gli occhi lucidi. “Quando ti viene portato via qualcuno come lui, non è qualcosa che si supera in un tempo breve. È qualcosa che continui a piangere. Fai del tuo meglio per cercare di mantenere vivo quello spirito”.

Per molte persone, un’ancora di salvezza in tutte queste difficoltà è il basket. E Morant, oggi, ne è il catalizzatore.

“Questa spinta che stanno avendo e la stagione che stanno giocando aiuta il processo di lutto”, ha detto DJ Mic Tee, DJ dei Grizzlies. “Perché Dolph era un grande tifoso”.

Essere una superstar, in una città come Memphis, ha una connotazione diversa. Il modo in cui la comunità ha adottato Morant è quello di una città che si sente da tempo in attesa di un Messia.

A Memphis non c’è Hollywood, come a Los Angeles, e non c’è la skyline di New York. Nè una spiaggia come a Miami. Quello che Memphis si può trovare, è l’affetto della gente.

“Abbiamo bisogno di mostrarci senza violenza”, ha detto Linda White. “E un giovane come Ja Morant sta trascinando la città con lui, ci ha stabilito una connessione. Questo è ciò su cui dobbiamo davvero concentrarci nella nostra cultura. E parte della nostra città”.

Come confermano la selezione da titolare per l’All-Star Game, la gara da 52 punti (record di franchigia) contro gli Spurs, il MIP e il secondo posto ottenuto dalla squadra in Regular Season, Morant sta portando Memphis sul più luminoso dei palcoscenici.

E questo è ciò che la città vuole: l’opportunità di scrivere la propria storia.

“Penso che Ja potrebbe ritirarsi come un Grizzly, perché si vede in questo posto e questo posto si vede in lui. Ja non è di qui. Ma è di qui”.

– John Martin (ESPN Radio 92.9)