A fronte di un numero enorme di ammiratori, LeBron James attira tutt’oggi un effluvio di critiche e astio inusitato per un atleta del suo livello. E con la sua storia.

Un po’ per passione, un po’ per deformazione professionale amatoriale, una discreta fetta del mio utilizzo dei social network è dedicata alla consultazione di profili legati al basket, alla ricerca di notizie, highlights e tutte quelle cose che tanto ci piacciono.

Ormai non vi è soluzione alternativa per rimanere aggiornati in tempo reale e bisogna ammettere che la maggior parte delle pagine sono ben fatte. Ma, c’è un ma.

Come si dice per molti casi – in questo video de Il Terzo Segreto di Satira ad esempio, il Movimento 5 Stelle e Vasco Rossi – il problema non sono le pagine stesse, quanto i loro follower. Certamente, non bisogna generalizzare, ma diciamoci la verità: se le sezioni dedicate ai commenti nelle pagine cestistiche fossero dei luoghi fisici, non ci vorremo mai finire. Sarebbero come quelle cene aziendali alle quali si è costretti a partecipare, dove si sopportano battute e doppi sensi alla Bagaglino, giudizi un tanto al chilo e un qualunquismo disarmante.

Se Giovanni della Casa fosse ancora tra noi avrebbe redatto più volumi sull’etichetta da usare sui social: essendo invece scomparso quasi mezzo millennio fa, tanti ancora non hanno capito che rovesciare la propria frustrazione sull’Internet non è né interessante, né particolarmente utile o costruttivo. Questo che avvenga nei confronti di un altro utente o di un giocatore multimilionario, lontano migliaia di chilometri fisici e metaforici dal divano dal quale l’impertinente commento è partito.

La cosa diventa ancor più grottesca e paradossale quando ad essere il destinatario virtuale di tale astio è il giocatore indiscutibilmente più influente e devastante degli ultimi vent’anni.

Nel luglio del 2021 Pickswise, un’agenzia di scommesse statunitense, ha pubblicato uno studio basato sui tweet con insulti diretti e inequivocabili, cercando di trovare lo sportivo più odiato dell’anno.

LeBron James secondi questi criteri è stato citato 122.568 volte, un numero che sembrerebbe contenuto, ma che confrontato con il secondo della lista – Marcus Rashford del Manchester United, fermo a 32mila – fa capire la dimensione del fenomeno. Inoltre, pagine e profili in cui odiatori professionisti producono meme di dubbio gusto e presunte prove dell’incapacità del Re si moltiplicano nell’etere con frequenza disarmante.

Per una legge piuttosto banale della popolarità, a un numero enorme di detrattori ne coincide uno altrettanto alto di estimatori folli: LeBron è infatti da sei stagioni consecutive il più votato all’All-Star Game. Non è escluso che anche tra gli amanti ossessivi si nascondano degli haters riflessi, pronti a scaricare ostilità nei confronti di qualcun altro che non sia James.

In mezzo a queste due fazioni provo a trovare il mio spazio e questo sforzo dovrebbe di diritto essermi riconosciuto come servizio socialmente utile in caso di un mio futuro reato.

Dovessi stilare una classifica dei miei giocatori preferiti, James resterebbe senza dubbio escluso almeno dai primi dieci, per motivi drammaticamente soggettivi legati a come vedo – o amo vedere – la pallacanestro. Il fatto che una zingarata di Jamaal Tinsley o Nick Van Exel mi abbia fatto sballare più di una giocata del Prescelto non offusca però la mia capacità di giudizio.

La volontà di confutare i detrattori del Re – assolutamente non richiesta – nasce dall’incredulità nel leggere commenti tanto irrazionali quanto grotteschi, vergati da una folta schiera di persone che negano la realtà dei fatti.

Come terapia d’urto, partirò da una delle vicende più polarizzanti nel cuore di analisti e tifosi, per poi cercare di rispondere ad alcuni commenti archetipici che potete trovare sulle vostre pagine NBA di riferimento, dalle Svalbard a Soweto.

Una media di circa dieci milioni di telespettatori ha assistito alla trasmissione di oltre un’ora che ha cambiato per sempre la percezione del grande pubblico nei confronti di James.

Il divertente antefatto – ignoto ai più – è che l’idea dello show non partì né da LeBron né dai suoi consiglieri: bensì da una lettera di Drew, 38enne tifoso dei Pistons, al noto giornalista Bill Simmons, sette mesi prima della messa in onda del programma.

Pensa se James rivelasse la sua nuova squadra in un programma in diretta TV chiamato La Scelta di LeBron… che ascolti assurdi farebbe?!”; Simmons rispose: “Fossi in lui lo farei sicuramente, magari in pay-per-view: sono certo che molte persone sarebbero disposte a pagare $44.99 per Decision 2010: LeBron’s Verdict.

Senza nulla togliere al fiuto di Drew, la verità è che una trovata del genere era nell’aria e soprattutto non una prima assoluta: erano anni che i prospetti liceali più interessanti annunciavano, in conferenze stampa estremamente mediatiche, l’impegno per un’università piuttosto che un’altra.

Simmons propose l’idea all’entourage di James che, fresco di eliminazione ai Playoffs, inizialmente l’accantonò. L’insistenza di ESPN – e dell’allora agente del Re, Leon Rose – alla fine lo persuasero.


David Stern si disse molto preoccupato per la faccenda e fece di tutto per dissuaderlo: a spaventarlo il grande controllo che LeBron avrebbe così esercitato sul proprio destino, dimostrandosi più grande di una franchigia, forse più grande della Lega stessa.

Questo è il punto centrale: The Decision fu il definitivo passaggio all’era del player empowerment, processo che per la verità era iniziato molto prima dell’arrivo del Re e che in un’era mediatizzata come quella che stiamo vivendo ha solo trovato il suo inevitabile sfogo.

Quante volte abbiamo letto commenti sugli atleti viziati, strapagati, in contrasto con la retorica insopportabile del “E io che mi sveglio alle 6 ogni mattina” o “Andassero a lavorare in fabbrica…”

I giocatori sono la vera forza lavoro della NBA: anzi, SONO la NBA, e il fatto che raggiungessero maggior controllo sul proprio destino era solo una questione di tempo – cosa che, inoltre, riguarda davvero solo chi sposta gli equilibri tecnici e commerciali di una franchigia.

L’idea che prima di LeBron nessuno avesse mai forzato una trade o manipolato la propria free agency è storicamente errata. Sulla spettacolarizzazione della faccenda può subentrare il gusto personale ma è figlia dei nostri tempi e, visti gli ascolti fatti registrare da ESPN, tutto sommato anche una scelta azzeccata.

Un’altra accusa ricorrente mossa nei confronti di James, direttamente connessa a The Decision, è aver creato un Superteam, “e son bravi tutti così…” ecc. ecc.

La storia dei cosiddetti Superteam parte già dagli anni ’60, con i Lakers di Chamberlain, Jerry West ed Elgin Baylor e ha trovato moltissime interpretazioni negli anni, fino ai giorni nostri. Con una differenza sostanziale: i Miami Heat del 2010 nacquero dalla precisa volontà dei giocatori di remare assieme verso un Titolo, fatto indigesto a chi, evidentemente, accetta solo che queste super squadre nascano nelle stanze dei bottoni dirigenziali.

I semi del soprannome LeGM vengono piantati in quegli anni in Florida, per crescere poi al ritorno in Ohio e sbocciare definitivamente con l’inizio dell’avventura losangelina. In pratica, il termine taccia il figlio di Akron di gestire le proprie squadre a piacimento, intervenendo direttamente nel mercato grazie anche al contributo del suo agente, Rich Paul, personaggio ingombrante a voler usare un eufemismo.

Sì, ovviamente James ha un grosso potere nei confronti delle franchigie in cui milita ed esercita questo potere come meglio crede: penso però che molto derivi dal fatto che le franchigie non hanno nessuna intenzione di scontentarlo. Perché? Semplicemente perché è (stato) il miglior – uno dei, per non scontentare nessuno… – giocatore della Lega, e non vuoi certo deludere il miglior giocatore della Lega, se veste i tuoi colori. Altrimenti porterà i suoi talenti da un’altra parte, senza troppe esitazioni.

Moltissimi campioni dal peso specifico simile a quello del Re – KD, Harden in tempi recenti, Bryant e Jordan prima di loro – hanno sempre esercitato una forte pressione sulle scelte societarie delle proprie squadre: non sempre il coro di critiche è stato paragonabile.

Si può opinare sull’opportunità politica, come si direbbe in un contesto diverso. Ma il risultato qual é?

Gran parte dei Cavs ricostruiti dopo il suo ritorno da figliol prodigo sono stati assemblati grazie alla intercessione verso diversi colleghi – JR, Thompson e Love; è di dominio pubblico il ruolo fondamentale che James ha avuto nella trade che ha portato AD in California. Come sono finite le campagne di quei due roster, già lo sapete.

Siamo davvero certi della narrazione per cui le società subiscono passivamente questi interventi a gamba tesa di LeBron? Non sempre le cose vanno bene, come dimostra l’attuale stagione (e costruzione del roster) dei Lakers; ma non è che sono le stesse franchigie ad avere tutto l’interesse di farsi aiutare dall’uomo simbolo del basket contemporaneo, nella speranza di diventare più competitive?

Di Wilt Chamberlain dissero che pensava solo ai numeri; Magic fu rinominato Tragic Johnson dopo le perdenti Finals del 1984; Jordan, prima del titolo 1991, era considerato uno scintillante perdente; Kobe venne accusato di non saper vincere senza Shaq e di essere egomaniaco.

Queste sono solo alcune delle critiche mosse negli anni ad alcuni dei più grandi atleti nella storia del Gioco: il che lascia pensare che, probabilmente, qualcuno avrà rimproverato a Gesù Cristo di non aver moltiplicato abbastanza pani e pesci.

Per LeBron era inevitabile finire nell’illustre novero dei cui sopra e in un certo senso la cosa lo nobilita.

James è entrato nella Lega a 18 anni e non ha avuto bisogno nemmeno di mezzo quarto di gioco per dimostrare che non era solo pronto al professionismo, era pronto a caricarsi sulle spalle il peso di una franchigia divenuta zimbello del paese.

Avendo abituato tutti da subito alla sua grandezza, questa si è banalizzata, costringendo gli atavici seguaci del basket mondiale a voler sempre di più.

Tra chi discredita LeBron si legge spesso di come non sia in grado di migliorare i compagni, cercando di dimostrare la propria tesi con spezzoni di spezzoni di partite o confronti statistici di dubbio valore. L’esercizio potrebbe funzionare al rovescio, presentando numeri e immagini che mostrino come il devastante IQ cestistico e la sua abilità di playmaking siano prove inconfutabili di come abbia fatto fare salti di qualità evidenti alle proprie squadre.

Decretare se LeBron migliori o meno i propri compagni è un esercizio vuoto, perché non misurabile davvero se non “a sentimento”. Una cosa, però, è facilmente verificabile: controllare come se la cavavano i Cavs prima del suo approdo; o le prestazioni di Miami tra il titolo 2006 e il repeat 2012/2013. O ancora, ricordarsi dello stato comatoso in cui versavano i Lakers dell’era fine/post Kobe.

Condividere il campo con LeBron non dev’essere necessariamente facile, ce lo ricordano partner e avversari di mille battaglie:

Giocare al suo fianco può essere frustrante, perché è dominante e tutto deve passare da lui.
(Mario Chalmers)

Se hai LeBron in squadra, il gioco dev’essere basato su di lui: sei tu a dover imparare a coesistere e ad adattarti.
(Tyson Chandler)

Bisogna essere resilienti, ho avuto giornate complicate, momenti molto difficili, ma non ho mai mollato: sapevo che ne sarebbe valsa la pena. Se riesci a seguirlo, Bron ti darà l’occasione di vincere ogni anno.
(Kevin Love)

Molti suoi compagni avranno anche avuto statistiche migliori lontano da lui, ma hanno anche giocato delle Finals o addirittura vinto un Titolo al suo fianco: non ne è forse valsa la pena?

LeBron ha giocato dieci Finals nella sua carriera, vincendone quattro.

Nonostante abbia – da solo – più presenze all’ultimo capitolo della stagione di tutte le franchigie NBA tranne tre, questo record negativo spinge molti tifosi a definirlo un perdente, un choker, ignorando il fatto che, come ricordato da Lillard in un tweet, la stragrande maggioranza dei giocatori nella storia della Lega hanno un record nelle Finals di 0-0…

Con la classica memoria selettiva, poi, qualcuno continua a sostenere come James non sia clutch negli ultimi possessi delle partite, riducendo di fatto il peso specifico di un giocatore ai soli ultimi istanti di una gara: applicando più o meno lo stesso metro di giudizio sul basket di Maurizio Mosca.

Le partite durano 48 minuti, le serie possono arrivare a 7 partite, le stagioni a 82 e rotti: si può essere decisivi in molti altri modi che non siano gli ultimissimi istanti di una gara. E comunque, pur limitandoci ai soli ultimi momenti della gara, LeBron non ha moltissimi rivali. Moltissime statistiche certificano come sia in realtà un falso mito quello che vuole il Re come un giocatore che rinuncia a tiri pesanti o che, se li prende, non li manda a bersaglio.

Delle dieci campagne verso l’anello disputate, solo in quelle perse nel 2011 contro i Dallas Mavericks si può sostenere che il Re abbia sottoperformato – o chokato, se siete ancora fan di 8 Mile. 

Uno su dieci mi sembra un numero ragionevole.

In alcune circostanze gli è stato imputato di aver “passato” un tiro: nell’idea dei detrattori perché impaurito dal prenderlo; in realtà, trattandosi spesso della giusta scelta cestistica, dando a un compagno un tiro aperto invece di prenderne uno triplicato per il mero senso del drama.

Sempre legato al tema della clutchness, una frase ritorna spesso: “Non ha il killer instinct, non ha la cattiveria di Jordan e Kobe”.

Vero, LeBron è Mr. Nice Guy, cerca di avere buoni rapporti con tutti i suoi colleghi, molti suoi avversari sono amici con cui, finita la gara, va al ristorante o con cui, finita la stagione, va in vacanza. Il fatto che vada d’accordo con molti è, in modo piuttosto sorprendente, una diminutio per quei nostalgici a orologeria che rivendicano le aspre rivalità, i musi duri e una maggiore ostilità.

James, sul campo, non ha mai avuto pietà per un avversario: che dopo la sirena sorrida e abbracci un avversario non toglie il fatto che prima della stessa farà di tutto per batterlo.

Forse è anche questo suo aspetto esterno al gioco che può infastidire, questa sua immagine privata apparentemente immacolata, senza scandali né polemiche, che paradossalmente potrebbe non avergli giovato, rendendolo un po’ meno “umano”.

Un grande poeta italiano disse, in uno dei suoi componimenti più celebri: “Più ti esponi più ti rompono i coglioni”.

Per LeBron, uomo da 111 milioni di follower su Instagram e oltre 50 milioni su Twitter, esporsi significa anche solo respirare e ad ogni esalazione un popolo enorme pende dalle sue labbra, pronto a idolatrarlo o a demolirlo a seconda delle fazioni.

Avere una platea così vasta è una responsabilità enorme che non può fare a meno di avere, una spada di Damocle dalla quale non può scappare. 

Come utilizzare questo potere mediatico, invece, dipende solo ed esclusivamente da lui e LeBron ha deciso di usarlo nel modo che riteneva più opportuno: far luce su dinamiche malate della società, incanalare l’attenzione del grande pubblico su cause e problemi da risolvere, fare da cassa di risonanza per battaglie che reputa giuste.

Non troppo tempo fa, sulle nostre pagine, avevamo già cercato di rispondere a una polemica nata tra il Re e Ibrahimović, che lo accusava di parlare troppo di faccende extra-sportive, invitandolo a concentrarsi maggiormente sul basket giocato. Qualche anno prima, una “giornalista” di Fox News, in un editoriale diventato storico, aveva riassunto il concetto con quattro “delicatissime” parole.

Nonostante il concetto sia stato esposto in due maniere molto diverse – Zlatan civilmente, la Ingraham da troll di bassa lega – la risposta di LeBron a entrambi è esemplare e riassume bene la sua filosofia.

“Continuerò a usare la mia piattaforma per far presente ciò che non va in questo paese e nel mondo. Mai e poi mai mi atterrò al solo sport, perché so quanto la mia voce può fare la differenza”.

In passato, atleti come Bill Russell o Kareem Abdul-Jabbar hanno dedicato gran parte del loro tempo lontano dai campi per combattere battaglie sui diritti civili, facendo leva sul proprio status.

I tempi sono cambiati, naturalmente, ma l’impegno di LeBron è assimilabile a quel tipo di uomini, a personaggi sportivi “politici” come Muhammad Ali, investendo moltissimo in fondazioni e programmi di sostegno scolastico, realtà benefiche e in generale facilitando iniziative a favore di chi non ha una voce forte come la sua.

Attaccarlo anche per questo ha davvero un che di vigliacco e meschino.

Credo che la chiave dell’astio nei confronti di James, in definitiva, sia da ricercare in una sorta di LeBron fatigue, l’esserci un po’ stufati di vederlo dal 2003 su tutte le prime pagine, in tutte le TV, tutti i siti, obbligandoci a passare dal suo nome come una dogana ogni volta che si parla di basket.

Ma di questo, come detto, non si può fargliene una colpa.

Stiamo parlando di uno dei cestisti più rivoluzionari di sempre, che molto probabilmente chiuderà la carriera come leader della maggior parte delle voci statistiche rilevanti. 

È migliorato in ogni aspetto del Gioco da quando è diventato professionista fino ad oggi, 37enne con ancora cartucce da sparare, mostrando un’etica del lavoro che ha del paranormale, mantenendo le clamorose aspettative che il mondo aveva su quel giovane ragazzo di Akron, come il recente spot del Super Bowl ci ha ricordato.

Non si può vincere sempre: le stagioni no, le partite no, capitano a tutti e dimenticarci che LeBron sia umano è un nostro limite. Non possiamo negare di essere tuttora testimoni di qualcosa di speciale, che difficilmente si rivedrà in futuro.

Non credo che la gente apprezzi davvero appieno i giocatori mentre li vive durante la loro attività: penso a Bird, Magic, persino a Jordan… Quando poi si ritirano, e ti siedi con calma a riflettere sulle loro carriere, forse, apprezzi di più quello che hanno fatto.
Anche con LeBron andrà così.

– Chris Bosh

Joni Mitchell aveva provato ad avvertirci: non sai mai quello che hai, finché non l’hai perduto.

Cerchiamo di non ripetere lo stesso errore.