Da ieri Nick Nurse non è più alla guida dei Toronto Raptors e questo può essere l’inizio di un lungo processo di riassestamento per la franchigia canadese

Nick Nurse sulla panchina dei Toronto Raptors
FOTO: LIBERTY BALLERS

Era nell’aria da tempo, e una volta conclusa la stagione abbiamo avuto l’ufficialità: i Toronto Raptors hanno licenziato Nick Nurse dopo cinque anni sulla panchina della squadra canadese, con il tecnico che ha firmato per i 76ers.

Arrivato in Canada nel 2013 come assistente allenatore di Dwane Casey, il nativo dell’Iowa ne ha preso il posto all’inizio della regular season 2018-19 dopo l’ennesima eliminazione ai Playoffs. La mossa di Masai Ujiri ha pagato immediatamente i dividendi e i Raptors hanno vinto il loro primo titolo quello stesso anno. L’annata successiva ha confermato Toronto come squadra solida, efficace e unita, arrivando al secondo posto nella Eastern Conference e regalando a Nurse il suo primo premio individuale come Coach Of The Year.


Da lì in poi sono cominciati i problemi: la stagione 2020-21 ha visto i Raptors tornare nel baratro con un record di 27 vittorie e 45 sconfitte e le prime avvisaglie di un declino fino a quel momento inaspettato. La conferma del coach sulla panchina dopo le prime due annate più che positive non è neanche apparsa in discussione ed è diventata una certezza lo scorso anno con l’avvento di Scottie Barnes.

Il prodotto di Florida State è stato il regalo derivato dall’annata disastrosa ed è sembrato sufficiente per risollevare le sorti della squadra: Rookie Of The Year per lui, quinto posto e un record nuovamente accettabile per i Raptors. La rivincita dei Sixers al primo turno ha però cancellato ogni ambizione, catapultando Toronto in un limbo di incertezze.

I Toronto Raptors oggi

Inutile girarci intorno, la stagione è stata deludente e il record finale è in linea con quanto messo in mostra. 41-41, un 50% spaccato che descrive perfettamente la difficoltà dei Raptors (tutti, dal front office all’allenatore fino ai giocatori) nel trovare una quadra. C’è stato un momento a metà stagione in cui la scelta forse più sensata sarebbe stata il tanking in favore di una potenziale ricostruzione; allo stesso modo è sembrato anche che la squadra potesse trovare il suo ritmo e risalire vertiginosamente la china dopo una partenza stentata.

Invece niente, Nick Nurse è rimasto fermo sulle sue posizioni e così ha fatto Masai Ujiri. Toronto ha continuato a mostrare sprazzi di ottima difesa e gioco offensivo corale per poi ritirarsi nuovamente negli isolamenti di Fred VanVleet e Pascal Siakam. Lo stesso VanVleet ha descritto benissimo l’atmosfera creata intorno alla squadra:

Quando giochiamo male, l’atmosfera è una me***. Il pubblico e la città diventano il riflesso di quello che facciamo noi in campo. Quando siamo in grado di esprimere il nostro basket cambia tutto, possiamo dare il nostro entusiasmo alla gente sugli spalti. Alle volte va al contrario, il pubblico è molto ansioso.

Questa non è stata la prima né l’ultima critica pungente all’ambiente, alla squadra e alla gestione uscita in conferenza stampa. Sempre con toni tutto sommato rispettosi, certo. Dopotutto siamo in Canada.

In ogni caso i Toronto Raptors oggi ripartono senza un allenatore, con poche scelte al Draft e con i senatori della squadra sull’orlo della partenza.

FOTO: SPORTS PICKS

Di chi è la colpa

Da dove cominciare? Per una situazione del genere, con una squadra con queste potenzialità, la colpa non può che essere condivisa. Ma andiamo con ordine.

Nick Nurse è il primo imputato alla sbarra. Se le cose non funzionano il primo a pagare è sempre l’allenatore e il comunicato stampa di ieri è l’ennesima conferma. L’errore più evidente apparso nel corso della stagione è il mancato sviluppo dei giocatori e lo scarso utilizzo della panchina: Pascal Siakam comanda la lega per minuti giocati, 37.4 a partita, seguito a stretto giro da VanVleet (quinto con 36.7) e OG Anunoby (sedicesimo con 35.6).

Soltanto gli acciacchi hanno tenuto Barnes fuori dalla Top 20 ma anche lui mette a referto 34.8 minuti a partita. Il minutaggio della second unit, esclusi Boucher e Trent Jr (un caso a parte, avendo giocato titolare 44 partite su 66 giocate), è a malapena oltre i dieci minuti per Flynn, Koloko e Barton.

Dowtin e Banton, visti come il futuro dei Toronto Raptors (tutti e due al secondo anno in NBA), si sono ritagliati rispettivamente 25 e 31 partite con 10.4 e 9 minuti. Decisamente non abbastanza per crescere e “imporsi” come alternative valide ai titolari. La totale mancanza di fiducia nei loro confronti e verso il resto della panchina ha portato inevitabilmente i titolari ad essere spremuti e a mancare di lucidità in alcuni momenti chiave.

Non sono esenti i giocatori. Le ultime parole di Nurse a Ujiri sono state testualmente “Tanti auguri con quei ragazzi…”: un buonista ci vedrebbe un sincero in bocca al lupo ma, dal tono di voce del Vice Presidente della squadra, le interpretazioni sono state ben altre. Il core è stato con Nurse fin dall’esordio e, se il coach è arrivato a dire quello che ha detto, un motivo ci sarà. La gestione da parte sua non è stata ottimale nel corso dell’ultimo periodo ma la squadra non ha fatto molto per metterci una pezza.

Ovviamente si parla principalmente dei due senatori: il talento dei due è innegabile, ma la convivenza sembra sempre più forzata. Le gerarchie in campo sono confuse a dir poco. VanVleet monopolizza il pallone, con buone o meno buone intenzioni: l’idea di base sembra essere quella di coinvolgere i compagni, ma al primo errore parte un 1 vs 5 con penetrazioni a raffica e triple assolutamente fuori ritmo. Questo può cambiare totalmente la partita, e non necessariamente per il verso giusto.

Anche Siakam ha cominciato il campionato con le migliori intenzioni ma dopo l’infortunio, e in particolare dopo l’All Star Game, è sembrato spegnersi gradualmente. Quindicesimo in NBA per tiri tentati a partita (18.5), anche lui come la sua point guard si è spesso arenato in scelte di tiro non particolarmente efficaci .La verve entusiastica generata dall’arrivo di Poeltl è durata troppo poco perché questo bastasse a strappare un posto ai Playoffs.

E di per sé i numeri non dicono tutto. Scottie Barnes è apparso troppo spesso spaesato nell’inquadrare il suo ruolo; Anunoby è sembrato pronto a fare il passo successivo e allo stesso tempo frenato dal monopolio di possessi dei più illustri compagni. In generale la squadra ha risentito molto di quell’egoismo tanto evidenziato da Ujiri e dallo stesso Nurse in più di una occasione.

Ultimo ma non ultimo, proprio Masai Ujiri. Il Vice Presidente esecutivo dei Toronto Raptors è stato messo alla graticola dopo il quasi totale immobilismo durante il mercato invernale, con Jakob Poeltl come unico rinforzo effettivo. Ci sarebbe anche Will Barton, in teoria, ma mi perdonerete se non considero “rinforzo” i suoi 4.5 punti col 34% al tiro in 13.2 minuti di utilizzo.

Non mi è piaciuto quello che ho visto, non eravamo noi. Questo la dice lunga e penso spieghi abbastanza quanto fossimo preoccupati.

Queste le sue parole durante la conferenza di ieri post licenziamento di Nurse. Va detto però che, pur non piacendo quanto visto in campo, non è stato fatto molto per cambiare rotta. Le possibilità in fase di mercato c’erano e non sono state sfruttate a dovere, rimanendo intrappolati in quel già menzionato limbo tra il tanking e i Playoffs a portata di mano.

A favore di Ujiri si può riconoscere che non si sia mai tirato indietro dal fare mea culpa in questo tipo di situazioni, perciò è auspicabile un percorso diverso nel futuro dei Raptors da quello visto finora.

A dover fare una percentuale di colpe effettive di quest’annata insoddisfacente direi che c’è un buon 33,3% per ognuno. Nessuno è esente, ognuno ha fatto la sua parte.

Cosa riserva il futuro

Qui si fanno due discorsi separati.

Per Nick Nurse sembra esserci Houston all’orizzonte. L’ipotesi Rockets era già gettonata dopo le dichiarazioni premature ma non meno determinanti fatte da Nurse contro i Sixers, in cui aveva detto di voler valutare ogni opzione a livello personale a stagione conclusa per poter fare le scelte migliori per il suo futuro. Tra l’altro la franchigia texana è in odore di prime scelte al Draft 2023 e questo potrebbe dare al coach nuovi stimoli per costruire qualcosa di interessante con le giovani promesse a disposizione come Green, Sengun e Smith.

Per i Toronto Raptors il futuro è già più incerto. Intanto bisogna trovare un allenatore che risponda alle ambizioni, o alla loro mancanza, della squadra: il nome più caldo di queste ore è Ime Udoka, profilo graditissimo a Ujiri per i suoi trascorsi eccellenti a Boston e per quanto fatto vedere con la nazionale nigeriana. Con Udoka al comando i Raptors potrebbero sì sperare di tornare a contendersi posti verso la vetta. Qualora invece si optasse per la ricostruzione il discorso sarebbe ben diverso probabilmente, e la lista di nomi diventerebbe ben più ampia.

Per quanto riguarda il roster, il ritorno di Poeltl ha portato via delle scelte alla squadra (che ne mantengono comunque una al primo turno) per i prossimi due anni, VanVleet e Trent Jr sono in scadenza di contratto e saranno free agent in estate, Siakam e Anunoby saranno nella stessa situazione alla fine della prossima stagione. A questo punto sarà imperativo capire che direzione vorrà prendere Ujiri, se un rebuild totale, smantellando e vendendo tutte le pietre angolari del progetto, o se cedere solo alcuni dei pezzi pregiati per inserire nuovi elementi al fianco dei senatori dello spogliatoio.

L’acquisto di Poeltl, visto come una pezza alla “selfishness” del roster, è stato descritto anche come un modo per mettere in casa degli elementi da titolo, ossia giocatori in grado di dare alla squadra quello che manca per fare il salto di qualità. A questo punto è lecito pensare che Ujiri voglia ripartire dagli stessi elementi di sempre con i dovuti aggiustamenti, magari lavorando principalmente sulla profondità della panchina, vero scandalo di questa stagione.

Quale che sia, il futuro dei Raptors è appena cominciato e il sacrificio di Nick Nurse è solo la prima mossa sulla scacchiera canadese.