Dopo l’ennesima eliminazione prematura, è il momento di tirare le somme sulla stagione dei Sixers.

FOTO: Marca.com

I Philadelphia 76ers si affacciano al nono anno dall’inizio di “The Process” dopo aver concluso la quinta run di Playoffs consecutiva senza disputare nemmeno una volta le finali di conference.

Con un Joel Embiid prossimo ai 29 anni, fisiologicamente sempre più vicino ad uscire dal prime al quale la franchigia della Pennsylvania si è legata mani e piedi, sono necessari degli interventi decisi e a stretto giro di posta.

Se 3 anni fa un bistrattato Brett Brown è arrivato ad un “Kawhi shot” dal giocarsi le Conference Finals e dal (probabilmente) dare ai Sixers una vera title shot, oggi la situazione è molto più complessa poiché, tra le altre cose, il già confermatissimo Doc Rivers non è sembrato dimostrarsi sempre all’altezza del compito.

Gli scogli da superare in questa offseason sono diversi, e il primo sembra proprio essere il coach campione NBA nel 2008 con i Celtics, sebbene la conferenza di Morey non sembri lasciare spazio a dubbi sul fatto che il sodalizio continui.

Qualche esperto ci ha visto una mossa tipicamente moreyana, volta ad ottenere qualcosa in cambio del coach imbastendo una vera e propria trade, probabilmente con i Lakers. Non è un’idea così peregrina, vista la vulcanicità dell’ex GM dei Rockets ma, restando più aderenti allo stato dei fatti, è chiaro ed evidente che diverse cose debbano cambiare nella gestione di questo coaching staff, a partire dallo sviluppo dei giocatori fino ad arrivare alla composizione delle lineup, sempre troppo squilibrate a livello di impatto sulle gare.

Per dare un’idea di quanto grave sia la situazione, nelle ultime due post-season, i quintetti titolari hanno un net rating rispettivamente di +40 e +11, mentre nel 2020/21 il terzo quintetto più usato, con 4 panchinari su 5, ha fatto registrare uno spaventoso net rating di -16.0 contro il +40 citato sopra.

Purtroppo per la franchigia che non vince il titolo dal 1983, le indicazioni statistiche, nonostante Doc non ne sia troppo convinto, certificano dei risultati mediocri a fronte di due stagioni MVP caliber di Embiid. L’attacco dei Sixers, sempre troppo orientato agli isolamenti e con interminabili minuti di stagnazione in ogni gara, dovuti al pochissimo movimento di palla e giocatori, è risultato il tredicesimo della Lega per due anni consecutivi nella gestione Rivers, a cui va integrata anche una regressione difensiva. Nella stagione 2020/21, la squadra era seconda e aveva un ottimo Defensive Rating sia in Regular Season che ai Playoffs, mentre nella stagione corrente ha chiuso undicesima la stagione regolare e nona la post-season.

2020/212021/22
OFF RTG – Regular Season113.7 (13°)114.0 (13°)
DEF RTG – Regular Season108.2 (3°)110.7 (11°)
OFF RTG – Playoffs116.7 (7°)113.7 (9°)
DEF RTG – Playoffs109.9 (4°)112.9 (9°)
Stats: Cleaning the Glass

Questo evidenzia come non ci sia stato nessun vero aggiustamento di sistema o lavoro di valorizzazione su un difensore potenzialmente élite come Matisse Thybulle ma, semplicemente, fatto fuori un DPOY caliber come Simmons, è stato gettato nella mischia Tyrese Maxey, difensore pessimo e sottodimensionato.

Con un po’ di lavoro sul roster, i Sixers avrebbero potuto tranquillamente sviluppare Isaiah Joe, che ha una perfetta intelaiatura da 3&D, garantendo impatto nella propria metà campo e spacing in quella avversaria, non avendo anch’egli la necessità di tenere la palla in mano o di fermarla come già fanno James Harden, Embiid e Tobias Harris – anche se quest’ultimo, a onor del vero, specialmente ai Playoffs è stato il più attivo nel non cedere all’istinto da ball-stopper.

La gestione del personale è un vulnus enorme e una forte concausa al fallimento dell’epoca Rivers fino ad ora, definibile come cestisticamente reazionaria e totalmente volta al massimo utilizzo dei veterani, relegando i giovani al garbage time o alla G-League. Fotografia perfetta di questa gestione è l’inizio della serie con Miami, quando l’infortunio di Embiid (l’ennesimo della sua sfortunatissima carriera) ha aperto la posizione di centro titolare.

Questa, ragionando in maniera razionale, sarebbe andata ad un Paul Reed via via inserito nelle rotazioni durante la stagione, così da limarne i difetti posizionali, posturali e di aggressività, ma che nel mondo di Rivers è toccata a quel che resta di un DeAndre Jordan ormai a fine carriera e non più fisicamente pronto, così negativo da costringere solo in ultima battuta Doc a gettare nella mischia l’inesperto Reed.

Nella prossima stagione a Rivers deve essere imposto un diverso approccio nella gestione dei 15 a tutto tondo, dalla composizione delle lineup al lavoro di player development, fino ad ora inesistente, oltre a un minor ricorso ai veterani, specialmente a quelli ormai ai margini della lega come Jordan e Paul Millsap.

Cartina al tornasole di questa netta virata deve essere Thybulle, in quanto l’australiano, se adeguatamente lavorato e sviluppato da uno staff attento, ha le carte in regola per fare una carriera à-la-Danny Green, essendo anche un miglior difensore in quanto miglior atleta rispetto al veterano. Le percentuali di Tisse sono buone, mancano i volumi, ed è questa crescita che deve portarlo ad essere un tiratore affidabile.

L’offseason che si appresta ad affrontare il front office sarà da subito calda per la questione del contratto di Harden. Vista la volontà del giocatore di arrivare a Philly e vista l’importanza capitale di questa trade, di fatto la prima della storia a portare una superstar a Philly, credo che la quadra si troverà senza la Player Option esercitata dal Barba – nonostante, al momento della trade, le notizie iniziali dicessero tutt’altro, per poi andare mutando.

Nonostante il Barba sia eleggibile per un’estensione da più di $270 milioni in 5 anni, il best case scenario sul quale sta lavorando Morey è un contratto simile a quello di Kyle Lowry a Miami, che consentirebbe ai Sixers di arrivare, tramite l’eventuale trade di Harris, ad una terza stella che sia uno scorer, cosa di cui il troppo spesso asfittico attacco Riversiano necessita disperatamente. Anche, e soprattutto, alla luce della transizione ormai completata da parte di Harden verso l’essere un playmaker con meno punti e più assist, pur con un’inalterata capacità di manipolare le difese.

Un altro grattacapo da risolvere sarà l’infortunio di Danny Green, che potrebbe anche rivelarsi un career-ending ma che, in ogni caso, terrà il tre volte campione NBA lontano dai campi per quasi tutta la stagione, impoverendo ulteriormente un reparto ali già scadente – sebbene ci sia ottimismo da parte del giocatore.

Alla luce di tutto ciò, l’agognato scorer potrebbe essere proprio un’ala che vada a completare un quintetto iniziale più equilibrato con Harden , Embiid, Joe e Reed, con Maxey sesto uomo e guida di una second unit che quest’anno, proprio come lo scorso anno, non ha prodotto praticamente nulla, chiudendo 28esima per tempo di gioco e punti realizzati.

Se Georges Niang ha dimostrato di essere una buona presa e un upgrade per le rotazioni, purtroppo Furkan Korkmaz e Shake Milton ancora una volta non hanno dimostrato di essere all’altezza della situazione, indice che sia arrivato probabilmente il tempo di cambiare aria per entrambi, liberando spazio e minuti per Jaden Springer e Thybulle, ragazzi di valore ma sui quali bisogna lavorare. Springer ha tutte le carte in regola per essere la PG di riserva della squadra, mentre Tisse è già un ottimo difensore al quale va data pericolosità offensiva. I suoi numeri non sono pessimi ma, come scritto sopra, va reso consistente a volumi più elevati in modo che le difesa debbano per lo meno rispettarlo.

Per 36 minutes3PT%3PTA
2019/2035.74.4
2020/2130.14.0
2021/2231.33.1
Stats: Basketball-Reference

Infine, uno step importante da parte dell’organizzazione sarà necessario fuori dal campo nella persona di Joel Embiid. Il camerunense non sembra essere la figura più bilanciata del mondo e, soprattutto in quanto personalità che riveste e rivestirà il ruolo di volto e leader della franchigia, lasciarsi andare alle ennesime dichiarazioni equivoche post-eliminazione non è il massimo per l’ambiente Sixers.

Non fa mai quadrato intorno al gruppo e, anzi, indica spesso un colpevole più o meno velatamente, salvo poi dire di includersi nella critica dopo aver fatto nomi e cognomi. Non è quello che una leadrship positiva dovrebbe fare. Embiid ha il diritto di ritenere chi vuole colpevole degli insuccessi – per quanto sia infantile ritenere che in uno sport di squadra ci possa essere un solo responsabile -ma deve essere aiutato a capire in quali sedi certe cose possa o non possa dirle.

Se nel segreto delle stanze delle facilities può esprimersi liberamente, davanti alle telecamere o sui social dovrebbe saper misurare la sua comunicazione e, possibilmente, smettere di dare in pasto costantemente dei compagni di squadra alla folla. Anche perché, se davvero quello che gli è stato chiesto è di diventare è il leader di una squadra vincente, allora il suo ruolo dovrà essere più di primus inter pares che non di ente esterno, assumendosi le proprie responsabilità in quanto parte integrante del gruppo.

Per fare un esempio, Embiid ha parlato, seguito a ruota da Harris e Rivers, di “toughness”, citandone PJ Tucker quale esempio, come principale mancanza di questi Sixers, ma questa, come la quasi totalità delle narrazioni che circondano l’NBA, è una banalizzazione che cerca risposte semplici a problemi complessi.

La durezza a cui fa riferimento Embiid è un elemento totalmente relativo e, di conseguenza, aleatorio. Ma, se dovessimo stare sull’esempio da lui fatto, non si capisce se si riferisca alla necessità di un’ala grande bivalente o se, in generale, sia un tentativo di responsabilizzare il nucleo di cui lui stesso fa parte, facendo risaltare i pregi degli avversari e, in questo caso, i difetti dei compagni.

La stessa identica associazione che deriva dagli apprezzamenti su Jimmy Butler, in cui non solo l’attenzione viene posta sul gioco di presenza/assenza di un profilo come quello dell’ex-compagno, ma anche sulle responsabilità di tutto l’ambiente dei Philadelphia 76ers.

Il pensiero critico di Embiid dovrebbe essere rivolto in primis verso sé stesso, e poi verso il roster di cui fa parte, applicando un lavoro di responsabilizzazione sana su fattori che riguardino in primis il campo, più che elementi impalpabili come la “toughness”, qualità completamente astratta e irrilevante per i successi di un organico.

Per quanto possa sembrare una questione di lana caprina, il modo nel quale le stelle polari di una franchigia si comportano nell’esercizio delle proprie funzioni è un fattore che può essere determinante nei risultati che una squadra raggiunge, sia in senso negativo, sia in senso positivo.

Anche da questo passano le probabilità di successo che, nella finestra ancora aperta per la title shot dei Sixers versione “Embeard”, determineranno l’esito definitivo di The Process.