Il nuovo colpo di Sam Presti: Ajay Mitchell è la mente più lucida nel 7-0 Thunder, in attesa che tornino tutti.

Ajay Mitchell Russell Westbrook Oklahoma City Thunder
FOTO: NBA.com

Ci sono inizi di stagione che fanno rumore, e poi c’è quello degli Oklahoma City Thunder: un 7-0 che sa di dichiarazione, una difesa già pronta per i Playoffs, Shai Gilgeous-Alexander in versione MVP e Chet Holmgren in costante crescita prima dell’infortunio. E in mezzo a questa sinfonia di gioventù e talento, spunta un nome che nessuno si aspettava di sentire così presto, così forte: Ajay Mitchell.

17.3 punti di media, 3.6 rimbalzi e 3.6 assist in meno di 28 minuti di impiego. Numeri che raccontano una storia di crescita fulminea, ma è guardando come arrivano quei punti che si capisce la sostanza del ragazzo: Mitchell non gioca spesso nel garbage time. Non segna quando la partita è già finita.

Sta rispondendo presente in una squadra campione NBA falcidiata dagli infortuni – Jalen Williams, Isaiah Joe, Alex Caruso, perfino Holmgren da un paio di gare – e lo fa con la naturalezza di chi non sembra nemmeno accorgersi della pressione. 16 all’esordio contro i Rockets, 26 punti in doppio overtime contro Indiana, 18 contro Sacramento di fronte al grande ex di turno, Russell Westbrook.

Mark Daigneault, il direttore zen di questa orchestra in tempesta, lo ha sintetizzato con poche parole: «Non è stata una partita facile per lui. Ha dovuto combattere per tutto, ma ha mantenuto la competitività e la fiducia in ogni momento.». Ecco, qui sta il cuore della questione: Mitchell non è un predestinato. È la 38ª scelta del Draft 2024, arrivato ai Thunder via Knicks quasi per caso. Un ragazzo cresciuto a Santa Barbara, nato in Belgio, troppo vecchio come rookie per gli standard NBA (22 anni), troppo poco atletico per scout e addetti ai lavori. Ma dotato di quella calma tutta europea, quella capacità di leggere il gioco che appartiene più ai veterani che alle matricole.

«Ha un bagaglio tecnico fuori dal comune e non esiste game plan che Ajay non riesca ad aggirare giocando come sa», racconta Shai con tono da fratello maggiore – «Sta solo mostrando al mondo, partita dopo partita, quello che sa fare.».

I paragoni con Malcom Brogdon sono inevitabili: entrambi old school, sottovalutati, carriera collegiale eccellente ma sottotraccia che diventano pedine chiave. Tuttavia, Mitchell è un’altra cosa: più chirurgico, più metodico. Meno scintille, più sostanza. È un orologio svizzero in un mondo di motori rombanti. Più Tyus Jones che Lou Williams, più Jalen Brunson versione Dallas che quello made in NY.

Sports Illustrated lo ha già messo in corsa per il Most Improved Player. Las Vegas lo dà tra i candidati al Sesto Uomo dell’Anno. E siamo solo all’inizio di novembre.

La storia di Ajay Mitchell comincia ad Ans, piccolo comune del Belgio orientale, provincia di Liegi. Non a Bruxelles, non a Oostende. Ans. Suo padre, Barry Mitchell, ex giocatore professionista, gli ha trasmesso il basket come una lingua madre. «Da bambino andavo alle sue partite, e sono cresciuto con il basket come se fosse il mio pane», ricordava Ajay in un’intervista del 2019, con ancora l’aria da ragazzino e la testa piena di sogni.

Nel 2019 si unisce al settore giovanile del Limburg United, un club che fa della formazione una missione quasi pedagogica. Mitchell si distingue subito, non per atletismo ma per “feel”, quel senso innato per il gioco che non si insegna. «Lo vedevi già allora», racconta il coach Raymond Westphalen – «Leggeva le situazioni come un adulto. Ora fa le stesse cose, solo che lo fa al massimo livello del mondo.».

A 17 anni debutta nella Pro Basketball League belga: quattro minuti, due punti, un rimbalzo, un assist. Poco, ma abbastanza per capire che non è intimidito. L’anno successivo resta in prima squadra, segna 7.4 punti di media e mette in mostra una maturità che non appartiene alla sua età. Prima di tornare in Belgio, aveva provato a entrare nel sistema francese del Nanterre, allenandosi anche con un certo Victor Wembanyama. Esperienza breve: troppo presto, troppo lontano. Il ritorno a casa, invece, fu la scelta giusta.

Il basket europeo, dopotutto, insegna che non conta correre più forte. Conta capire ‘quando’ è il momento di farlo.

Ajay Mitchell
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Nel 2021 Mitchell attraversa l’Atlantico e sceglie UC Santa Barbara. Non Duke, non Kentucky, non UCLA: Santa Barbara, Big West Conference. Niente riflettori, solo surf, serenità e un programma che valorizza l’intelligenza più dell’esplosività.

Il primo anno chiude con 11.6 punti e 3.7 assist, guadagnandosi il premio di Freshman of the Year. Il secondo cresce a 16.3 e 5.1, diventando Big West Player of the Year. Il terzo esplode: 20 punti di media, 50% dal campo, 39% da tre, 86% ai liberi. Numeri da All-American, se solo avesse giocato in una conference più blasonata.

Nei suoi highlight si vede subito ciò che ha conquistato i Thunder: controllo, misura, lucidità. Mitchell non forza mai, non gioca per dimostrare. Gioca per vincere. Il suo pick&roll è un trattato di geometria applicata: sa quando affondare, quando fermarsi, quando servire il lungo. Joe Pasternack, coach dei Gauchos, lo chiamava “un allenatore in campo”.

Ma l’ateneo non è di prima fascia: invisibilità. Agli scout interessa il contesto, non solo il talento. E così, nonostante i numeri, Mitchell scivola fino al secondo giro del Draft. I Knicks lo scelgono e lo girano subito a Oklahoma City. Sam Presti, però, ha fiuto per questi ragazzi snobbati: Dort, Giddey, Wallace. Mitchell è solo l’ultimo tassello di una collezione di diamanti grezzi.

Ajay Mitchell
FOTO: UCSBGauchos.com

Se c’è una cosa che i Thunder sanno fare, è trasformare gli “underdog” in protagonisti. Lo fanno con metodo, cultura e pazienza. Mitchell arriva nel 2024 e il suo inizio di stagione è incoraggiante. Trova minuti nell’affollato roster dei futuri campioni e inanella alcune ottime prestazioni per una seconda scelta numero 38. A gennaio, però, si rompe un dito del piede, e finisce col giocare solo 36 partite. Torna in tempo per i Playoffs ma il suo contributo nella cavalcata al titolo – 12 partite – è marginale. Tuttavia, studia. Osserva Shai, assimila il sistema. Capisce che qui non conta chi brilla, ma chi è connesso alle stelle della squadra e a coach Daigneault nel modo giusto.

Ed eccoci così arrivati all’autunno 2025 con la squadra campione in carica falcidiata dagli infortuni. Mitchell sta cogliendo l’occasione alla grande e si sta guadagnando la fiducia di tutti. Non c’è nulla di scintillante nel suo gioco: niente highlight da SportsCenter, solo decisioni perfette. Pick&roll chirurgici, midrange scolpiti, difesa attenta. Questo è il linguaggio dei Thunder: non serve essere il più forte. Serve essere quello giusto al momento giusto.

Dopo l’ennesima vittoria dei Thunder ai danni dei non irresistibili Wizards, un giornalista gli ha chiesto su cosa deve ancora migliorare. Mitchell senza pensarci troppo ha esclamato: «Onestamente, su tutto. Sto ancora imparando.». Nessuna posa, nessun ego nonostante i 20 punti appena segnati. Solo tanta consapevolezza.

Mitchell non è un predestinato, non lo è mai stato. Non è il più veloce, il più forte o il più spettacolare. Ma capisce. Capisce quando rallentare, quando passare, quando aspettare che la partita ‘penda’ dalla sua parte. In una lega che corre sempre, lui sa quando decelerare. In una lega che urla, lui bisbiglia appena.

Daigneault lo ha capito. Shai lo ha capito. Ora sta iniziando a capirlo tutta la NBA: Ajay Mitchell non è un caso isolato, ma un giocatore vero, solido, affidabile. Uno di quelli che fra cinque anni sarà ancora lì, a fare le cose giuste al momento giusto. Come nel film di Spike Lee…

Il futuro, diceva Kerouac, è scritto a matita. Può essere corretto, cancellato, riscritto. Ma Mitchell ha già lasciato un segno. Quando torneranno J-Dub, Caruso e Joe, i suoi minuti forse caleranno. Ma ormai ha dimostrato di appartenere a questa lega. Di poter reggere il peso. Di sapere che, nel frastuono della NBA, la vera forza non è gridare più forte.

È saper ascoltare il battito del gioco.


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