Nonostante la maggior parte dei giocatori dei Timberwolves sia tornata dalla scorsa stagione, ci sono state evidenti passaggi a vuoto sul campo.

Questo articolo è una traduzione autorizzata. La versione originale è stata scritta da Chris Hine e pubblicata su The Minnesota Star Tribune, tradotto in italiano da Marco Marchese per Around the Game.
La continuità non salverà questa versione dei Timberwolves. Dopo cinque partite, i tifosi, gli esperti e la squadra farebbero bene a eliminarla dal loro vocabolario. Ciò che è chiaro è che questa non è la squadra del 2023/24, che aveva la difesa numero uno della Lega. Non è quella della scorsa stagione, che aveva la difesa numero sei. Nonostante quasi tutti i giocatori titolari siano rimasti in rosa rispetto alla stagione precedente, questi Timberwolves devono trovare la propria identità, il proprio modo di giocare in difesa.
E affidarsi alla continuità della memoria muscolare che questa fantomatica continuità avrebbe dovuto creare si è rivelato nient’altro che un miraggio. Impedisce ai Timberwolves di porsi le domande difficili e di apportare le modifiche necessarie per diventare la squadra che sanno di poter diventare, soprattutto in difesa.
“Non si arriva così, di punto in bianco, alle Conference Finals”, ha dichiarato Mike Conley dopo la sconfitta di mercoledì contro i Lakers – “Si parte da 0-0, proprio come tutti gli altri”. E ora i Timberwolves sono a quota due vittorie e tre sconfitte.
In queste cinque partite, anche senza Anthony Edwards, i Wolves dicono tutte le cose giuste, ma sembrano avere poca urgenza di giocare con costanza in difesa. Sanno bene che, grazie alla continuità e al fatto di aver raggiunto due finali consecutive della Western Conference, possono dare il meglio quando necessario.
A volte sì, lo hanno fatto. Come nella serata inaugurale a Portland, quando hanno limitato i Trail Blazers a 19 punti nel quarto periodo di una partita poi vinta. Mercoledì hanno finalmente stretto le maglie in difesa nel quarto finale contro i Lakers, che schieravano una formazione priva di Luka Doncic e LeBron James, e hanno recuperato uno svantaggio di 20 punti prima che Austin Reaves segnasse il canestro della vittoria sulla sirena.
Gli unici aspetti in cui si vedono i benefici della continuità sono le prestazioni di Julius Randle, che ha iniziato la stagione da All-Star (26.6 punti e 5.4 assist a partita), e Jaden McDaniels, che ha saputo sostituire egregiamente Anthony Edwards durante la sua assenza. McDaniels continua a dimostrare, come ha fatto la scorsa stagione quando i Timberwolves hanno avuto molti infortuni, di avere un bagaglio offensivo ampio che può prosperare quando ha la palla in mano. Oltre a questo? Disorganizzazione in difesa, con dati da 25esimo posto nella Lega.
“Due anni fa era una squadra diversa, con giocatori diversi. Ovviamente, le abilità di quei giocatori mancheranno. Ma ora abbiamo uomini che possono fare le stesse cose che facevano loro, sono solo più giovani. Stiamo cercando di farli adattare a questo e alla velocità del nostro gioco. E ci riusciranno.”
– Mike Conley
È qui che la continuità non ha aiutato. Giocatori come Kyle Anderson e Nickeil Alexander-Walker erano fondamentali per l’identità difensiva dei Timberwolves. Questi ultimi stanno chiedendo a giocatori giovani come Terrence Shannon Jr. e Rob Dillingham di assumere ruoli più importanti, cercando al contempo di mantenere lo stesso standard difensivo. Forse questo è uno degli effetti collaterali dell’assenza di Anthony Edwards: la squadra e lui stesso possono rendersi conto di quanto abbiano bisogno di lui, soprattutto in questa stagione.
Questo non significa che i giocatori più giovani siano gli unici responsabili delle prestazioni difensive dei Timberwolves, tutti hanno una parte di responsabilità. Ma il processo per mettere tutti sulla stessa lunghezza d’onda potrebbe essere un po’ più difficile di quanto si pensasse inizialmente. Dopo la sconfitta di lunedì contro Denver, l’allenatore Chris Finch ha esortato i suoi due migliori difensori, Rudy Gobert e McDaniels, a essere all’altezza della loro reputazione. Anche Conley ha ammesso mercoledì che la colpa non è dei giovani, ma di quelli che sono lì da tempo, che danno continuità a questo progetto.
“Nel complesso, soprattutto per gli altri che sono stati qui per tutto il tempo, non ci sono scuse per non giocare a quel livello. Se bisogna puntare il dito contro qualcuno, deve essere il gruppo che è stato qui e che sa cosa stiamo facendo, che sa come dovremmo giocare.”
– Mike Conley
Ma anche con questa continuità, metterlo in pratica sin qui è stato più difficile di quanto pensassero.
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