La rara forma di lealtà di Damian Lillard non poteva che riportarlo a Portland prima o poi.

Damian Lillard Portland Trail Blazers
FOTO: The Oregonian

Questo articolo è una traduzione autorizzata. La versione originale è stata scritta da Bill Oram e pubblicata su The Oregonian, tradotto in italiano da Marco Barone per Around the Game.


Realizza tutto questo, Rip City. Prenditi un momento per crogiolarti davvero nella splendida assurdità di tutta questa storia, la deliziosa e delirante favola che si sta svolgendo proprio qui a Portland, in tutto l’Oregon, grazie alla feroce lealtà ripetutamente dimostrata dal tuo figlio preferito. Damian Lillard è tornato a casa ed è qui per restare.

Riuscite a crederci? A sentirlo? Riuscite a sopportarlo? Che mondo. Che vita. Due anni dopo l’uscita di scena che ha mandato in frantumi i sogni di titolo portati avanti con determinazione da Sisifo, è tornato per riprovarci. Oggi mettiamo da parte la questione se questo ritorno a casa abbia davvero senso per Lillard o per i Trail Blazers. Se il figliol prodigo possa mai tornare davvero a casa.

Dame ha 35 anni e si sta riprendendo da una lacerazione del tendine d’Achille. Probabilmente salterà tutta la prossima stagione. I Blazers hanno ora un nucleo giovane, progettato senza pensare alla point guard stellare. Sarà così semplice inserirlo in quintetto tra un anno e spiccare il volo? Non lo so. E oggi non mi interessa nemmeno.

Questo momento è solo per apprezzare qualcosa di meraviglioso. Dame è davvero diverso, unico, speciale. Tornando nella città che lo ama e nella franchigia che lo ha nutrito, ha compiuto un atto che quasi non ha precedenti nella storia NBA. Quale altra stella ha dimostrato così costantemente la propria fedeltà a una città e alla sua tifoseria come Lillard? Ogni giocatore vuole essere amato. Essere venerato e adorato. Diventare un’icona della propria città. Ma quanti sono disposti a fare i sacrifici che ha fatto Lillard per raggiungere questo status?

Ha scelto ripetutamente di puntare sui Trail Blazers, quando altri avrebbero potuto pensare di prendere il largo. Ha mantenuto la pazienza in mezzo a decisioni del front office che mancavano di urgenza. Ha osservato mentre stelle come Anthony Davis e Kevin Durant lasciavano le loro case in piccoli mercati per raggiungere più rapidamente il successo.

Lillard ha ribadito che non si sarebbe sottratto alla fatica. Che avrebbe lottato per Portland. E quando alla fine se n’è andato per inseguire un titolo, una volta che ogni strada a Portland aveva portato a un vicolo cieco, ha detto che un giorno sarebbe tornato. Ora ha confermato anche questo.

Sarà un lungo viaggio prima che Lillard torni davvero. Prima di entrare in campo con quello che potrebbe essere l’applauso più forte mai registrato al Moda Center. Ha ricevuto una standing ovation di un minuto quando è tornato come membro dei Milwaukee Bucks nel 2024. Nella serata inaugurale del 2026, dovrebbero distribuire tappi per le orecchie all’ingresso.

Considerate quanto fosse improbabile questo ritorno a casa. Quanto sarebbe sembrato inverosimile quando i Blazers hanno accolto la sua richiesta di scambio nel settembre 2023 e lo hanno mandato a Milwaukee in cambio di una serie di giocatori e di scelte per iniziare quella che si preannunciava come una lenta e dolorosa ricostruzione.

Lungo il percorso, i Blazers hanno scoperto un’identità. Hanno trovato i primi pezzi di un nucleo in Deni Avdija e Toumani Camara. Hanno aggiunto Jrue Holiday per una maggiore esperienza difensiva. E poi Milwaukee ha fatto quello che nessuno si aspettava. Dopo che Lillard si è lacerato l’Achille, i Bucks hanno rilasciato Lillard dagli ultimi due anni del suo contratto e dall’astronomica cifra in dollari ad esso collegata. Avrebbe potuto andare ovunque. O da nessuna parte.

Avrebbe potuto aspettare di vedere come procedeva la riabilitazione prima di decidere dove giocare i suoi ultimi anni. Avrebbe potuto tentare ancora una volta di vincere un titolo insieme ad altre superstar in un posto come Los Angeles o Boston, prima di firmare con i Trail Blazers alla fine della sua carriera, mantenendo comunque la parola data.

Qualsiasi giorno di gloria gli rimanga davanti, a quanto pare, sarà regalato a Portland, ai Trail Blazers e ai loro tifosi. Il notevole impegno di Lillard nella Rose City riecheggerà in tutta la storia NBA, ma soprattutto qui. La sua leggenda locale, già simile a un dio greco tra i mortali, in qualche modo è diventata ancora più grande con questa decisione.

Scelto con la sesta assoluta nel 2012, si è trasformato da un piccolo studente modello in una point guard All-NBA e in un vero e proprio “buzzer-beating monster” con un raggio di tiro illimitato, una determinazione incrollabile e una sicurezza ineguagliabile. Ha giocato con i limiti di ciò che è considerato un buon tiro in NBA e nel frattempo ha aiutato i tifosi dei Blazers a superare i limiti dentro di sé. I bambini hanno emulato la sua spavalderia. I genitori hanno celebrato la sua magnanimità. Tutti hanno applaudito i suoi numerosi canestri.

Negli 11 anni in cui ha giocato a Portland, Lillard si è legato alla città e alla tifoseria in modi che poche, pochissime superstar riescono a fare. Sì, ha delle aziende in città. La sua famiglia continua a viverci. I suoi figli, dopo il divorzio, sono rimasti a Portland mentre lui ha giocato le ultime due stagioni a Milwaukee. Questa decisione gli permette di ristabilire una presenza costante nelle loro vite.

Quindi, in un certo senso, questa potrebbe essere vista come una decisione conveniente, o addirittura egoistica, da parte di Lillard. Scegliere la famiglia e la familiarità al posto del basket. Ma non credo che sia tutto qui. Sospetto che Dame creda di avere un conto in sospeso con le cuciture rosse e nere che resteranno lì ad aspettarlo per il prossimo anno nel suo vecchio armadietto d’angolo.

Non so se la storia si chiuderà mai veramente a cerchio. Se porterà a termine il compito di portare un titolo a Portland. Ma ora ha fatto qualcosa che, per molti tifosi dei Blazers, avrà lo stesso significato. È tornato a casa per provarci.