Un’intervista con Makayla Timpson, una giovane giocatrice alla ricerca del rimbalzo perfetto.

Makayla Timpson, Indiana Fever.
Makayla Timpson, Indiana Fever.
FOTO: fever.wnba.com

Sono arrivato a Praga in un mattino gelido di inizio dicembre. Mentre il centro era invaso da turisti da ogni angolo del mondo, io cercavo di risalire faticosamente, sotto un cielo plumbeo, la collinetta dove si trova l’arena dell’USK Praha, appena dietro lo stadio dello Sparta. 

Lo Sparta Praga è nettamente la società sportiva più famosa della città, con uno store dedicato nell’aeroporto internazionale. Ma non è la più vincente a livello internazionale. L’USK Praha è campionessa d’Europa in carica, è fresca vincitrice della Supercoppa Europea contro il Villeneuve, e domina incontrastata il campionato nazionale da anni.

Ero qui per intervistare Makayla Timpson, rookie delle Indiana Fever proveniente dal college di Florida State e arrivata in Repubblica Ceca durante l’offseason americana. Ironicamente, quello sarebbe stato già il suo ultimo match in Europa.

Rimango sempre affascinato da come molte giocatrici della WNBA riescano a trascorrere sei mesi all’anno negli Stati Uniti e gli altri sei in un paese a diverse ore di fuso orario di distanza, senza quasi mai fermarsi.  Nel caso di Timpson, però, siamo di fronte a un ulteriore salto di qualità.

Timpson ha chiuso la sua carriera al college in Florida a marzo, sconfitta dalle LSU Tigers di Kim Mulkey e Flau’jae Johnson al secondo turno della March Madness. Ad aprile è stata selezionata dalle Indiana Fever con la 19esima scelta al WNBA draft. A fine settembre ha concluso la sua prima stagione professionistica con un finale thrilling: la sconfitta in Gara 5 di semifinale all’overtime contro le Las Vegas Aces di A’Ja Wilson, al termine di una stagione piena di disgrazie e colpi di scena. Poco dopo, ha preso l’aereo per Praga, dove ha avuto inizio la sua prima avventura fuori dagli Stati Uniti.

E il 7 dicembre, quando l’ho incontrata, ha salutato le sue compagne per tornare negli Stati Uniti, a Miami, dove stava per iniziare la seconda stagione di Unrivaled.

L’ultima partita di Makayla Timpson nella sua carriera universitaria.

Tallahassee, Indianapolis, Praga, Miami in meno di un anno. Una March Madness, una Commissioner’s Cup in bacheca, l’EuroLeague. Solo a metterlo per iscritto, il 2025 di Makayla Timpson, mi è venuto il mal di mare. Per questo ero curioso di incontrarla e di sapere da lei – una donna di 23 anni appena compiuti nata e cresciuta a Edison, un paesino della Georgia di poco più di mille anime – com’è stato affrontare tutto questo. 

L’ho trovata in grande forma: MVP del match contro Sokol, con 15 punti, 15 rimbalzi di cui 10 offensivi, tre stoppate e due assist. E un saluto commosso alle compagne di squadra. 

Pur avendo già stima di lei, dopo averla vista guadagnarsi minuti importanti nella sua prima stagione in W, non mi aspettavo una prestazione così autorevole. Timpson, in questi mesi autunnali, ha giocato in un’eccellenza del basket femminile europeo. Tra le sue compagne di squadra c’è Bridget Carleton, punto fermo delle Minnesota Lynx dal 2019; Pauline Astier, giovane point guard che sta già puntando a scalare le gerarchie di una nazionale, quella francese, già stracolma di talento, e pronta ad approdare nel campionato americano; Janelle Salaün e Kaitlyn Chen, due rookie protagoniste della scorsa stagione delle Golden State Valkyries; Valeriane Ayayi, e molte altre ancora. 

Come Chen, tornata negli States per partecipare alla nuova stagione di Athletes Unlimited, anche Timpson ha dovuto lasciare l’Europa dopo pochi mesi, ma con la consapevolezza di aver centrato un obiettivo personale e di aver riempito il proprio bagaglio di esperienze preziose. 

«Ricordo quando, al college, ci fecero scrivere i nostri obiettivi a breve e lungo termine» racconta KK dopo la vittoria contro Sokol. «Come obiettivi a lungo termine scrissi: giocare in WNBA e giocare oltreoceano. Averli già raggiunti nel mio primo anno, e aver avuto un impatto in entrambe le realtà, mi dà una grande emozione e una spinta enorme a continuare a migliorare».

«Ho vissuto tutto questo senza soffermarmi troppo a pensare – non c’era nemmeno il tempo per farlo. Sono grata di tutte le opportunità che ho avuto. Tutte. Sono veramente felice della mia carriera al college, e dal momento del mio addio alla Florida ho avuto molte occasioni per dimostrare il mio valore. Mi sono sempre allenata, ho sempre avuto fiducia nel mio gioco, e mi sono sempre fatta trovare pronta.»

«Thankful». Grata. È la parola che ripete più spesso, durante la nostra conversazione. A 23 anni, Timpson ha già vissuto diverse vite. Ogni tanto devo ricordarmi che per gli atleti e le atlete americane, a 22-23 anni, si conclude un grande capitolo del loro percorso sportivo. E, per la maggior parte, il percorso si chiude lì.

Il college è un elemento centrale dello sport negli Stati Uniti, ma nello sport femminile è ancor più importante. Le occasioni, per una sportiva, sono inferiori a quelle che hanno gli uomini, che possono contare su leghe professionistiche ricche di squadre con roster e stipendi abbondanti. Nella pallacanestro, le giocatrici hanno la possibilità di dichiararsi per il WNBA Draft: le pick totali sono 45 – tre per ogni team, con la consapevolezza che ogni squadra deciderà di tenerne due, quando va bene, e quando va male nemmeno una. Altrimenti ci sono due strade: preparare la valigia e tenerla sempre pronta per girare il mondo come trottole, o dire addio alla palla a spicchi. 

Timpson, terminata la sua carriera a Tallahassee, ha atteso pazientemente una chiamata da una squadra di WNBA. Il Draft, tranne che per poche elette, è insieme un terno al lotto e un allineamento di pianeti. Già Jazmon Gwathmey, ex giocatrice che ora ha cominciato la sua nuova vita da coach come assistente di Cinzia Zanotti al Geas, ci ha raccontato che scoprì di essere stata scelta mentre cenava con le compagne di college, guardando la televisione. Nel caso di KK, il merito va alla dirigenza delle Indiana Fever, capace di fare di necessità virtù.

Dopo aver vinto due lotterie consecutivamente, le Fever sono riuscite a tornare ai Playoffs dopo otto anni, e dopo aver deciso di scambiare la loro prima scelta (l’ottava assoluta), sono scalate al diciannovesimo posto. Da queste posizioni, in genere, è difficile pescare diamanti. Ma con Timpson hanno trovato ciò che cercavano: una post player abile nella fase difensiva e capace di darsi il cambio con Natasha Howard, la veterana tornata a Indiana nell’ultima parte della sua carriera. Il caso vuole che anche Howard provenga da Florida State, e che il loro gioco sia incredibilmente simile.

Complice un mercato aggressivo e mirato a scalare rapidamente la classifica – DeWanna Bonner, Sophie Cunningham, la stessa Natasha Howard, Sydney Colson, Brianna Turner -, Timpson è partita piuttosto indietro nelle gerarchie. Ma la stagione delle Indiana Fever ha preso pieghe imprevedibili. L’abbandono improvviso di Bonner, il primo stop di Caitlin Clark che ha innescato una interminabile catena di infortuni, le vittorie esaltanti seguite da crolli rovinosi: tutto questo ha portato la giovane Timpson a bruciare le tappe, e a rendersi subito disponibile. E la rookie ha risposto presente. 

Alla sua prima stagione tra le professioniste ha giocato 31 partite, con 7 minuti di media. Non numeri appariscenti, ma un contributo concreto soprattutto in difesa e nella protezione del ferro, interpretando con intelligenza il ruolo e concedendo minuti preziosi a Howard e Damiris Dantas.

«La stagione alle Fever è stata dura, soprattutto quando hanno cominciato a infortunarsi alcune giocatrici chiave. Ma la nostra forza è stata il gruppo: siamo rimaste sempre unite. Dentro e fuori dal campo, ci siamo sempre date una mano. È per questo che, nonostante tutte le avversità, siamo riuscite a ottenere degli ottimi risultati. Ogni volta che arrivava una brutta notizia, a ogni infortunio subito, ci rialzavamo. Grazie anche al supporto dello staff, siamo riuscite a rimanere a galla. Ho imparato tanto nella passata stagione, e devo dire grazie a tutto il gruppo.»

La migliore partita di Makayla Timpson nella sua stagione da rookie in WNBA: 14 punti, 4 rimbalzi e 3 palle rubate contro le Chicago Sky.

Dicono di lei

Timpson ha lasciato subito il segno nelle Fever, a partire dal lavoro di tutti i giorni in allenamento. Per Kelsey Mitchell – tre volte WNBA All-Star, e parte del quintetto ideale del 2025, alla sua ottava stagione a Indianapolis – è «una delle migliori rookie che abbia mai avuto in squadra. Una professionista esemplare. Quando hai un buon clima nello spogliatoio, è importante inserire le persone giuste. E lei lo è. Mi è stata accanto quando ne avevo più bisogno, e questo dice tutto di lei».

Per la coach Stephanie White, tornata nel 2025 in Indiana dopo aver allenato le Connecticut Sun, la sua presenza è stata molto preziosa, a fronte di tutte le difficoltà affrontate in stagione. «Si è sempre fatta trovare pronta, senza mai lamentarsi. Per una post player il salto dal college alle professioniste è particolarmente arduo, ma lei si è guadagnata il suo spazio. La sua versatilità ci è molto utile, soprattutto in fase difensiva, e ci permette di giocare in modo diverso rispetto a quando schieriamo Dantas o Howard».

«Sono davvero orgogliosa di Makayla» ha detto di lei Caitlin Clark. «Lavora duramente ogni singolo giorno ed è una grande compagna di squadra. Ogni volta che viene chiamata sul parquet dà il massimo, e sono certa che continuerà a migliorare».

Il rapporto con Clark è stato buono fin da subito. La guardia di West Des Moines, Iowa, ha cambiato per sempre la traiettoria delle Fever e della lega stessa, portando con sé migliaia di nuove fan e catapultando la piccola franchigia sotto i riflettori: nel 2025 è stata la squadra con il maggior numero di partite trasmesse sulla tv nazionale degli Stati Uniti (41 su 44, in regular season; Lakers, Warriors, Thunder e Knicks sono arrivati a 34). Ero curioso di sapere come deve essere stato per Timpson approcciarsi a lei e a tutte le narrazioni che si porta dietro. 

«La prima cosa che ho notato, e che mi ha più colpito di lei, è quanto faccia ridere. È simpaticissima. Ha una personalità molto divertente, ci siamo trovate subito in sintonia. La ammiro molto, è una grande compagna di squadra. So tutto quello che affronta, quello che viene detto di lei sui social media, ma ha una forza mentale incredibile. E in campo è una giocatrice eccezionale. Quello che ha fatto nella sua prima stagione in WNBA è straordinario, lo sport femminile deve tanto a lei. Sono davvero fiera di giocare con lei, spero ancora a lungo.»

Già, perché qui si apre un tema molto spinoso. Timpson mi ha ribadito più volte il desiderio di tornare a giocare con le Fever, e la franchigia punta su di lei. Ma resta un grande punto interrogativo: nel 2026 ci sarà una stagione di WNBA?

Nei primi di novembre del 2025 abbiamo pubblicato un articolo per fare il punto sulle trattative tra giocatrici e lega per rinnovare il CBA, il contratto collettivo che regola i rapporti tra le parti.  A oggi, non è cambiato nulla. Le parti sono ancora distanti e i nervi piuttosto tesi. 

Ho provato a chiedere a Timpson la sua idea sulla vicenda, e sulla possibilità di arrivare a un accordo. Mi ha risposto in maniera diplomatica, con molta cautela, consapevole che si tratti di un tema molto spigoloso, e che con una mezza frase fuori posto si rischierebbe di rovinare quei pochi passi avanti fatti.

«Il mio desiderio, come quello di tutte noi, è tornare a giocare. Al momento, però, nessuna di noi sa cosa succederà. Ci sono delle trattative in corso, abbiamo fatto delle proposte, ne abbiamo ricevute, ma non siamo ancora riuscite a trovare un terreno comune. Spero davvero che riusciremo a trovare un accordo, perché voglio tornare a giocare in W.»

Ma potrebbe esserci finalmente un lieto fine. La lega ha pubblicato il calendario ufficiale della stagione 2026, che sarebbe la trentesima dalla sua fondazione. L’accordo per il nuovo CBA non è ancora stato trovato, ma questo sembra essere un segnale importante in tal senso.

Un altro segnale importante.

Al momento molte giocatrici, comprese tre vicepresidenti del WNBPA, il sindacato delle cestiste, sono impegnate nella seconda stagione di Unrivaled, il campionato invernale di 3×3 fondato da due giocatrici, Napheesa Collier e Breanna Stewart. Non è un concorrente della WNBA, dal momento che si svolge nei mesi di pausa della lega, ma la sua fondazione è dovuta in parte al conflitto tra WNBA e giocatrici. La lega rende da sempre difficile la vita alle atlete che decidono di giocare oltreoceano nei lunghi mesi di offseason; una necessità, più che uno sfizio, considerato che gli stipendi della WNBA, a partire dai più alti, sono piuttosto esigui. 

A Miami, sede di Unrivaled, c’è anche Timpson. Attualmente non fa parte di nessuna delle otto squadre del campionato, ma è nel cosiddetto development pool, ovvero le riserve pronte a subentrare in caso di infortuni. «Sono molto contenta di vivere anche questa esperienza» dice Timpson. «Ovviamente non auguro a nessuna di farsi male, ma mi alleno e aspetto pazientemente il mio turno, se mai dovesse arrivare. Sono felice già solo di potermi allenare con tutte le grandi giocatrici della lega, credo che potrò imparare moltissimo. Voglio sfruttare anche questa opportunità che mi è concessa per poter crescere ancora».

Dal punto di vista tecnico, la possibilità di giocare in quattro campionati completamente diversi tra loro – in meno di dodici mesi – offre uno sguardo privilegiato sulle differenze di gioco. «Il passaggio dal college alla W è stato sicuramente tosto», ammette. «Il gioco è molto più veloce, e noi, a Florida State, giocavamo già a ritmi alti. E c’è molta più attenzione ai dettagli. Bisogna stare attente a ogni singolo movimento, anche e soprattutto senza palla. C’è sempre qualcuna che si muove».

E poi, ovviamente, c’è la fisicità. Una delle differenze sottolineate da tutte le giocatrici che fanno il salto nel professionismo. «È un altro aspetto su cui ci si deve abituare in fretta. Le giocatrici sono molto più esperte; ti capita di giocare contro atlete con tre, cinque, otto, o dieci anni in più di esperienza».

La grande fisicità è un fattore anche in Europa. Timpson ha avuto la possibilità di sperimentare, oltre al campionato ceco, due partite di EuroLeague, la maggiore competizione continentale. «Anche qui il gioco è molto fisico. Ci sono molte spinte, e gli arbitri non fischiano ogni contatto; bisogna imparare a saper incassare e continuare a giocare».

«Quello che mi porto a casa da questa esperienza», dice Timpson, riflettendo sui suoi mesi praghesi, «sono tutte quelle piccole cose che il coach e le compagne hanno richiesto da me. Qui ho avuto più responsabilità. Dovevo essere sempre pronta a passare a marcare le guardie, e a muovermi molto rapidamente. Ne esco con una consapevolezza maggiore sulle mie doti difensive: ora mi sento pronta a marcare chiunque sul parquet».

«È cresciuta anche la fiducia in me stessa. Qui, in attacco le compagne mi cercavano, si aspettavano che segnassi. In questo mi ha ricordato il college. Ho imparato a essere più aggressiva in campo, a lottare su ogni rimbalzo. A continuare a migliorare come giocatrice a tutto tondo. Credo di essere migliorata e di poter tornare alle Fever più completa.»

E ora, Unrivaled. La stagione è già cominciata, con le Laces di Jackie Young e Alyssa Thomas in testa con quattro vittorie in cinque partite. Il format 3×3 e il campo ristretto lo rendono ovviamente diverso dal tradizionale 5×5. Una delle caratteristiche principali, come spiegato da Sue Bird – peraltro investitrice di Unrivaled – nel suo podcast Bird’s Eye View, è che «non ti puoi nascondere. In ogni azione, offensiva e difensiva, devi partecipare attivamente. Il rischio è esporsi a delle figuracce. Non ci si può nascondere in un angolo e sperare che le compagne facciano da sé».

Sempre secondo Bird, il 3×3 favorisce le giocatrici più duttili, quelle che riescono a fare più cose. Come le post player che sanno tenere la palla e chiamare gli schemi, si veda Aliyah Boston, o che sanno tirare da tre come Azurá Stevens; «coltellini svizzeri» capaci di rendersi utili in ogni zona del campo. 

In questo senso, credo che Timpson potrà essere una giocatrice importante in Unrivaled. Se arriverà l’occasione, sono certo che saprà coglierla — come ha sempre fatto. E che continuerà a migliorare e fare tesoro di tutte le opportunità che le verranno offerte.