Nulla di buono, se si considera che i New York Knicks hanno perso 9 delle ultime 11. Ma nemmeno nulla per cui strapparsi (già) le vesti.

Era il 16 dicembre 2025. Sembra passata un’eternità da quel giorno, quando i New York Knicks hanno vinto la NBA Cup, imponendo il proprio status di contender primaria nella Eastern Conference, se ce ne fosse stato bisogno. Ad oggi, le cose sono un po’ cambiate. La squadra ha perso 9 delle ultime 11 partite giocate, accumulando blowout tremendi contro avversari altrettanto tremendi come Sacramento Kings e, proprio nell’ultima sfida, Dallas Mavericks.
Si parla di scambiare mezza squadra, di un ambiente poco entusiasta della nuova gestione di coach Mike Brown, di problemi irrisolti sotto Tom Thibodeau che adesso sono riemersi dimostrandosi ancora più irrisolti, e via dicendo. Come è normale che sia in un mercato così grande, in un’annata con aspettative da titolo, con una squadra costruita per vincere ogni singola gara, almeno sulla carta. E invece, i numeri parlano chiaro:
- fino al 29 dicembre 2025: 2° miglior attacco, 16° difesa, +7.2 net rating (4° NBA)
- dal 31 dicembre (incluso): 24esimo attacco, 28esima difesa, -8.0 net rating (27° NBA)
Cosa è successo ai New York Knicks? Degli alieni hanno rubato loro il talento? Si è rotto davvero qualcosa nello spogliatoio? Gli avversari hanno trovato qualche debolezza nel loro sistema? Vediamo un attimo.
Le scuse
In questa categoria rientrano tutti quei problemi che non sono reali, o comunque hanno un’incidenza minima. Le questioni sono due: la fatica e gli infortuni. Come fa notare molto bene Tommy Beer, una delle personalità più celebri della community dei New York Knicks, il calendario dopo la vittoria della NBA Cup si è fatto molto fitto, con 18 partite in 33 giorni, più di qualunque altra squadra NBA. A questo dato vanno aggiunti tre back-to-back e ben due road trip piuttosto lunghi – una da tre gare in trasferta a fine dicembre, uno da quattro gare appena concluso. La partita contro i Nets sancisce la prima striscia di tre gare al Madison Square Garden dal 7 dicembre.
Questo è un problema reale, rende comprensibile il calo di prestazioni specialmente contro squadre intense come i Phoenix Suns (due volte) o di ottimo livello come Detroit Pistons, San Antonio Spurs e Golden State Warriors (prima dell’infortunio di Jimmy Butler). Non è una scusa, però, per prenderne 30 nel primo tempo dai Mavericks senza Anthony Davis e numerosi giocatori di rotazione, o per alimentare il revenge game di Precious Achiuwa nella sfida con i Kings.
Non è una scusa per non opporre alcun tipo di resistenza sul campo, concedendo agli avversari il 39.6% da tre punti dal 31 dicembre 2025, terzo peggior dato NBA, e non compensando in alcun modo nel pitturato – 19esima difesa al ferro, 26esima sui tiri entro la zona della lunetta. Si tratta, in questo caso, di poco impegno, di pigrizia o di mancanza di concentrazione, tre aspetti che si possono riassumere nel (non) rientro di Karl-Anthony Towns divenuto virale contro Sacramento – dove il lungo ha scelto di non tornare pigramente pensando che il compagno avrebbe lanciato il contropiede:
Così come, per le stesse ragioni, fatica e infortuni non sono affatto una scusa essere presi a sberle (letteralmente) senza un minimo tentativo di reazione. Purtroppo, e questo è un grave problema NBA, gli arbitri concedono più “pass” a quelle squadre o a quei giocatori che per tutti i 48 minuti impiegano enorme intensità e fisicità. Un esempio sono i Thunder, oppure i Suns tra gli avversari recenti dei Knicks, mentre per i giocatori l’esempio più calzante è Draymond Green – che ne ha abusato con lo stesso Towns, evitando una potenziale espulsione.
Di conseguenza, se una squadra si comporta pigramente e prova ad alzare l’intensità a partita in corso per pareggiare quella avversaria, viene spesso punita con falli che dall’altro lato non vengono fischiati. Per evitarlo, basta che i New York Knicks si decidano a giocare più intensamente sui 48 minuti – o semplicemente che non si innervosiscano si concentrino sulle rotazioni, visto il personale di altissimo livello tra gli starter.
Quanto agli infortuni, Brunson di recente ha saltato due partite, le assenze di McBride, Shamet, Hart e prima ancora di Anunoby non sono abbastanza per giustificare questo rendimento e soprattutto questo atteggiamento, specialmente nella metà campo difensiva. Inoltre, ora i principali giocatori di rotazione sono rientrati, c’erano anche nella tragica sconfitta contro Dallas, quindi è il momento di andare oltre.
Quello che non è dato sapere
Uno dei temi ricorrenti da inizio stagione è quello della difficoltà di adattamento al sistema di coach Mike Brown. Il primo ad ammettere di non saper riconoscere con certezza il proprio ruolo è stato Karl-Anthony Towns in pre-season, ed effettivamente la stella dei New York Knicks è stato l’ombra di sé stesso, dopo un’annata da All-NBA Team lo scorso anno e Playoffs dove ha vinto praticamente da solo partite complicate contro Pistons e Pacers nei minuti finali.
Questo è figlio dei cambiamenti tattici, e ne parleremo tra pochissimo, ma anche di un’evidente assenza di fiducia che lo sta portando a chiudere malissimo al ferro e nel pitturato. Se però questo dipenda dall’allenatore, dalle voci di scambio per Giannis Antetokounmpo, dalla mancanza di supporto da parte di staff e compagni nella continua lotta ai fischi arbitrali – o, più di recente, nella faida con Draymond Green – non è dato saperlo.
Mike Brown, come metodo, sta utilizzando quello di responsabilizzare i proprio giocatori, anche a costo di non schierarsi con loro. Questo può non piacere alla fanbase, ma nessuno sa effettivamente come venga percepito all’interno dello spogliatoio. Brunson, Hart e Towns, per esempio, dopo la sconfitta contro Dallas hanno criticato sé stessi, l’incapacità di seguire il piano partita e giustificato i “boo!” del Garden. Proprio per questo, il focus principale non deve essere riposto su aspetti di questo tipo da parte dei non addetti ai lavori – nemmeno se ne parlano fonti con SNY, The Athletic o New York Post, che marciano semplicemente sul sentimento dei tifosi (quindi i lettori) in base al periodo.
I problemi tattici
L’attacco dei New York Knicks è elitario, su questo ci sono pochi dubbi. Sotto Mike Brown, forse ancora di più si sta cercando di proporre un sistema di flusso capace di generare vantaggio in due modi: aprire spazi da attaccare con i drive, per poi generare buoni tiri al ferro o sugli scarichi; cercare il mismatch più favorevole da attaccare. Nelle ultime settimane, questo si è visto molto poco, e da un attacco organizzato a metà campo si è passati a esecuzioni maggiormente “freestyle” – o, in alcuni momenti, viceversa, rendendo però la manovra troppo stagnante.
Il tentativo di usare Karl-Anthony Towns come hub, in un attacco con spaziature 5-fuori, è sensato, ma necessita di un utilizzo corretto e soprattutto combinato con Jalen Brunson. KAT non sta tirando bene da tre punti e non sta chiudendo bene al ferro, ma il numero di possessi che gli sono concessi per mettersi in ritmo soprattutto nel primo quarto è ridotto all’osso. Inoltre, la mancanza di un playmaker affidabile nella second unit lo sta penalizzando e non poco nei minuti senza Brunson.
Si tratta di un giocatore super efficiente storicamente in post e nell’attaccare da fuori i pariruolo, ma non gli si può chiedere di creare dal palleggio – e i New York Knicks lo hanno imparato bene palla persa dopo palla persa. Semplicemente, va innescato. E, per farlo, serve passargli la palla o costruire dei giochi appositi dove possa sfruttare un vantaggio già creato. Questo non sta succedendo.
Che poi stia sbagliando tiri facili, è un problema suo e dovrà trovare la forza mentale di risolverlo, ma il contesto non lo aiuta molto, specialmente se la scelta delle difese avversarie è quella di utilizzare il proprio centro su Josh Hart, che non è un tiratore affidabile. Questo era un problema lo scorso anno per mancanza di alternative, mentre in questo lo sta diventando perché porta necessariamente a usare Hart come bloccante per Brunson, limitando le opzioni che altrimenti sarebbero infinite con Towns.
L’unico beneficio viene sullo short-roll quando Brunson è raddoppiato o marcato aggressivamente, ma i New York Knicks stanno facendo fatica a segnare anche buoni tiri. Serve maggiore creatività nel forzare cambi favorevoli, o una distribuzione dei minuti in campo differente dei quintetti con Towns e Hart se si vogliono implementare principi offensivi 5-fuori al meglio contro gli aggiustamenti che, per forza di cose, verranno riproposti ai Playoffs.
Anche perché, se i minuti di Towns e Brunson insieme non sono remunerativi offensivamente, si sfiora il disastro. Il primo ha gravi problemi di percezione del campo e del corpo nella metà campo difensiva, trovandosi spesso preso fuori posizione in attacchi complessi o apparendo incapace di difendere senza commettere fallo se attaccato con continuità a causa di angoli fisici mai corretti. Il secondo, per problemi di taglia, è un target per il 99.9% degli attaccanti.
La presenza di Hart, Bridges e Anunoby, ali dinamiche anche in aiuto, non è casuale, ma nell’ultimo periodo la qualità della loro pressione sulla palla è calata vertiginosamente, rendendo ancora più insostenibile la presenza in campo di due difensori così potenzialmente negativi. Questo è il vero campanello d’allarme, anche andando avanti, che può essere risolto in due modi.
Il primo prevede un implemento della produzione offensiva, come nella prima parte di stagione, che sembra più che sufficiente a supplire alla mancanza di difensori PoA affidabili nei minuti senza Anunoby e nelle giornate storte di Bridges. Il secondo, che si sacrifichino molto di più i minuti insieme di Towns e Brunson, lasciando solo uno dei due in campo e lasciando che l’altro “cucini” nei minuti con la second unit/senza gli starter.
Questi due elementi possono convivere all’interno della stessa partita, ovviamente, ma quanto visto finora deve necessariamente cambiare – e questo è a carico del coaching staff, perché il materiale umano è ben noto e i problemi strutturali (risolvibili) esistono già dallo scorso anno.
Quindi che succede ai New York Knicks?
Siamo a gennaio, la stagione è solo a metà e i New York Knicks sono terzi nella Eastern Conference a 1.5 vittorie dal secondo posto, nonostante una serie negativa che va avanti da oltre dieci partite, appena prima di iniziare la seconda metà di regular season con il settimo calendario teoricamente più facile della NBA. Questo è il modo di vedere il bicchiere mezzo pieno.
I New York Knicks sono già a metà stagione, non hanno risolto i problemi strutturali in difesa, offensivamente non producono abbastanza da compensare e ci sono rumors su disconnessioni interne, in più hanno perso nove delle ultime undici gare e sono appena 1.5 vittorie sopra la zona Play-In. Questo è il modo di vederlo mezzo vuoto.
La risposta più equilibrata consiste invece nell’uscire da questo momento di crisi, e nella regular season di gennaio basta poco. Si può fare aumentando il proprio effort nella metà campo difensiva per generare palle perse e chance in transizione, tornando al flusso “semplice” di inizio stagione in quella offensiva per diminuire palle perse e chance in transizione degli avversari. Questa è una squadra che, tiro che entra o no, sopravvive vincendo la lotta dei possessi, con un attacco molto efficiente sia per turnover% che a rimbalzo d’attacco ed esterni attivi in aiuto e sulle linee di passaggio.
Ricordando, lo ripetiamo, che si parla di una dozzina di partite nella regular season di gennaio, prima dell’All-Star Break, il momento più soporifero per la pallacanestro NBA. Questo non significa che bisogna ignorare tutti i segnali negativi, ma che, se deve esistere un momento per sperimentare e capire cosa serve per reagire alle avversità, nessuno sarà mai migliore di questo. I Pacers delle passate NBA Finals, a fine dicembre 2025, avevano un record di 16 vittorie e 18 sconfitte. I Dallas Mavericks del 2024, poco prima degli scambi nei pressi della trade deadline, avevano un record di 26-23, appena positivo. I Miami Heat 2023 sono passati dal Play-In. E via dicendo.
Se l’obiettivo è vincere, per i New York Knicks, allora serve uscire coesi da momenti come questo e non cedere alle prime avversità, come significherebbe fare arrendendosi a uno scambio disperato dell’ultimo momento che porterebbe a dover modificare ulteriormente un sistema già nuovo da quest’anno sotto Mike Brown. Per l’amore del cielo, Giannis Antetokounmpo è Giannis Antetokounmpo, e forse è l’unico per cui varrebbe la pena farlo. Ma richiederebbe una cessione di asset che forse i New York Knicks non possono permettersi se l’obiettivo è vincere le NBA Finals e non uscire semplicemente passeggiando dall’est.
Tutto il resto, invece, sarebbe solo una over-reaction a una fase che ogni contender attraversa. Ai New York Knicks non sta succedendo semplicemente nulla di troppo diverso da quello che un calendario NBA di 82 gare richiede a ogni singola squadra, un calo fisico, psicologico e di fiducia. Il resoconto delle stagioni si misura poi dalla capacità di uscirne.
In parole povere, per vincere, per sperare di fare ottimi Playoffs, per arrivare alle NBA Finals e vincere il titolo, i New York Knicks dovevano attraversare un periodo come questo. Se e come se ne tireranno fuori, deciderà la sorti di un’intera franchigia.
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