Le parole durissime di Napheesa Collier contro la WNBA Commissioner hanno messo a repentaglio il rinnovo del contratto tra giocatrici e lega.

FOTO: Sports Illustrated
«Abbiamo le migliori giocatrici e la peggiore dirigenza al mondo». Due giorni dopo la sconfitta in semifinale contro le Phoenix Mercury, che ha chiuso in anticipo una stagione sotto le aspettative per Minnesota, Napheesa Collier ha convocato i giornalisti e le giornaliste per attaccare frontalmente la WNBA Commissioner, Cathy Engelbert, e la sua gestione.
Una presa di posizione dura e senza mezzi termini che ha gettato nel caos l’intero campionato e messo a rischio le discussioni in corso per l’accordo sul rinnovo del contratto tra lega e giocatrici. Un mancato accordo vorrebbe dire solo una cosa: lockout, sciopero e conseguente cancellazione della prossima stagione, in un momento di crescita storico e forse irripetibile per la lega.
Uno degli aspetti più affascinanti dello sport americano, soprattutto per chi ci si approccia da fuori, è scoprire quanto sia sindacalizzato e combattivo. È anche molto sorprendente, se si pensa in quale paese accade. Ma è vero: gli atleti e le atlete americane, quando fanno parte di una lega, lottano su ogni singola cosa. E non hanno alcun timore di scioperare.
Chi segue l’NBA si ricorderà del lockout dei giocatori all’inizio della stagione 2011-12, lo sciopero che ha portato alla chiusura momentanea della lega e alla corsa contro il tempo per cercare un accordo per poter salvare la stagione – poi iniziata, in una versione ridotta, il giorno di Natale.
Oggi, potremmo assistere allo stesso scenario. Il CBA (il Collective Bargaining Agreement, nientemeno che il nostro CCNL) tra la WNBA e la WNBPA, ovvero il sindacato delle giocatrici, è scaduto il 31 ottobre 2025. Le giocatrici chiedono da tempo e a gran voce una revisione degli accordi, in modo da rendere più equa la divisione degli introiti e alzare il massimo salariale, al momento fermo a 250mila dollari all’anno – che, per intenderci, rappresenta meno del 20% del contratto più basso per un rookie in NBA.
La lega ha proposto un’estensione di trenta giorni dell’attuale accordo, che è stata accettata. Pur nel clima molto teso tra le due parti, un’interruzione non conviene a nessuno. È vero che il campionato inizia (inizierebbe) a maggio 2026, ma niente accordo vuol dire anche divieto di accesso ai centri sportivi delle squadre, utilizzati durante l’offseason dalle atlete che non sono sotto contratto con team oltreoceano.
A costo di suonare pedanti: nessuna giocatrice chiede gli stessi ingaggi dei cugini dell’NBA, che al momento fattura molto di più della W. Ma tutte, in maniera pressoché unanime, chiedono semplicemente una fetta più equa, riprendendo le parole di Jazmon Gwathmey alla nostra rivista. I giocatori della NBA guadagnano tra il 49 e il 51% dei ricavi della lega, compresi gli accordi televisivi, i biglietti, il merchandising e le licenze. Nelle altre leghe professionistiche statunitensi troviamo sostanzialmente le stesse cifre. Per quanto riguarda la WNBA, invece, le giocatrici guadagnano circa il 9% (secondo alcune stime).
Va aggiunto che la WNBA, forse ancor più che ogni altra lega, è tenuta in piedi dalle giocatrici e dalla loro fama, piuttosto che dallo status delle squadre che, al massimo, hanno 28 anni di vita. Il campionato, infatti, è nato nel 1996, ha già visto molti team nascere e morire nel giro di poche stagioni. E, a eccezione di poche realtà come Minnesota, Seattle o New York, la maggior parte delle squadre non ha ancora raggiunto una grande popolarità.
Coloro che sono riuscite a creare attenzione e hype attorno alla lega sono state soprattutto le giocatrici provenienti dalla scuderia dal sangue blu di UConn (come Sue Bird, Diana Taurasi, Maya Moore, la stessa Collier, e adesso Paige Bueckers), le atlete che hanno portato a casa l’oro in tutte le Olimpiadi, e, dal 2024, colei per cui è stato coniato il termine Clarkonomics, il fenomeno per cui migliaia di persone di ogni età macinano kilometri in tutti gli Stati Uniti per vedere dal vivo il talento di Caitlin Clark.
La crescita della WNBA è evidente. È stata moderata e costante per diversi anni, ma dal 2024 gli indicatori si sono impennati. Anche nel 2025, nonostante Clark abbia giocato meno della metà delle partite di regular season e nessuna dei Playoffs a causa di diversi infortuni – e di una stagione, per Indiana, stracolma di sfortune – i numeri sono cresciuti ancora. Per ESPN si tratta della stagione più vista di sempre, con un incremento del 5% dall’anno scorso.
Ryan Ruocco, telecronista di punta dell’emittente televisiva di proprietà della Disney, ha vissuto da vicino la crescita della lega. «Ho cominciato a commentare la WNBA nel 2013.» – ha raccontato nel podcast di Sue Bird, Bird’s Eye View – «Durante i miei primi anni, a ogni partita temevamo di mostrare troppi spazi vuoti sugli spalti. Mi ricordo persino che qualche volta, quando gli spettatori erano veramente pochi, chiedevamo alle organizzatrici di spostarli nella tribuna centrale per dare un’impressione migliore in camera. Adesso, questi problemi non ce li abbiamo più».
La crescita, da lenta e costante, è diventata impetuosa. Con Indianapolis in testa (le Fever, anche dopo l’infortunio di Clark, sono rimaste la squadra più seguita della lega, complice la fedeltà delle nuove fan portate dalla guardia dell’Iowa), tutte le squadre hanno avuto ottimi numeri. Anche e soprattutto le neonate Golden State Valkyries: il loro Balhalla ha registrato 22 sold out su 22 in stagione.
Ma i nodi vengono al pettine
Mentre succedeva tutto questo, alcune cose rimanevano uguali: l’organizzazione della lega, saldamente nelle mani di Cathy Engelbert, e le continue polemiche su diversi fronti, provenienti dai fan, vecchi e nuovi, dai coach, e dalle giocatrici stesse. Un esempio, chiaro a chiunque segua anche saltuariamente la WNBA, è la qualità media degli arbitraggi, decisamente non all’altezza dei livelli a cui la lega aspira.
Oltre all’incoerenza delle chiamate e la semplice inadeguatezza della classe arbitrale, l’aspetto che le giocatrici denunciano da tempo è l’eccessivo lassismo sui contrasti di gioco. La lega rivendica la fisicità delle giocatrici. Chi non lo rivendica sono le giocatrici stesse, che quest’anno hanno subito di gran lunga più infortuni che in qualsiasi stagione precedente. Ma Engelbert, ogni volta che è stata interpellata dalle giocatrici e da Collier stessa sul tema, ha sempre minimizzato o negato del tutto il problema.
«Dire che nessuno di questi infortuni sia colpa della fisicità e della qualità dell’arbitraggio è un insulto alla mia intelligenza»
Un altro fattore che ha indubbiamente contribuito all’impennata di infortuni nell’ultimo anno è stato l’aumento di partite, da 40 a 44, a fronte di un limite di 12 giocatrici per roster, rimasto invariato così come la finestra temporale. Le giocatrici chiedono un cambiamento anche qui: se aumentano le partite, dobbiamo poter aumentare anche il numero di giocatrici per ogni rosa, e così anche il tetto salariale.
Poi, ovviamente, ci sono i soldi. Clark, così come Angel Reese e Paige Bueckers, hanno portato tantissime nuove fan, ma il loro reddito si basa quasi esclusivamente sugli sponsor. Il loro contratto da rookie ammonta a meno di 350mila dollari in quattro anni, circa 85mila dollari a stagione; Cooper Flagg, prima scelta all’ultimo NBA draft, nello stesso periodo guadagnerà 62 milioni di dollari. 177 volte tanto.
Ma per Cathy Engelbert – secondo Collier – è tutto merito di Cathy Engelbert. «Quando ci siamo incontrate a febbraio, prima dell’inizio dell’ultima stagione, le ho chiesto che piani avesse per risolvere questa stortura, per ovviare al fatto che giocatrici come Clark, che portano grandi introiti alla lega, prendessero così poco», ha detto Collier nella famosa conferenza stampa.
«Mi ha risposto che Clark dovrebbe essermi grata, perché il contratto da 16 milioni con Nike ha potuto ottenerlo solo grazie al palcoscenico che le dà il nostro campionato».
Prima di attestare le smentite (invero piuttosto blande) di Engelbert, va precisato che si tratterebbe di una palese bugia, poiché Clark stava già accumulando sponsorizzazioni da parecchi zeri al college (compreso lo stesso contratto con Nike), ben prima che mettesse piede in W.
La replica di Engelbert è stata concisa e piatta. Non è vero niente, Collier dice il falso, in parole povere. Ma nel corso delle settimane, con l’avvicinarsi dello spettro del 31 ottobre poi scongiurato con il prolungamento dell’attuale CBA, il cerchio attorno alla commissioner si è fatto sempre più stretto.
Le giocatrici, in maniera pressoché unanime a partire da Nneka Ogwumike, presidente della WNBPA, hanno espresso il loro sostegno totale alle rivendicazioni di Collier.
Pochi giorni dopo la sua conferenza, ESPN ha pubblicato un articolo in cui, tra le altre cose, compaiono alcune considerazioni di un* dirigente di lunga data della lega sulla commissioner, rea di non essere mai riuscita a creare un vero rapporto di fiducia con le giocatrici; una di quelle frasi che, in genere, non trapela per errore o sbadataggine.
Giorno dopo giorno, uno dopo l’altro, sono fioccati comunicati a difesa della battaglia delle giocatrici da parte dei sindacati dell’NBA, MLB, NFL, e persino una lettera firmata da settanta politici e amministratori, tra cui il neo eletto sindaco di New York Zohran Mamdani.
Lo spettro di Unrivaled
A fronte di tutto questo, pare impensabile che Cathy Engelbert possa rimanere al comando della WNBA. Nel mese di ottobre, poco dopo la conferenza stampa, Collier ha cancellato l’incontro previsto con Engelbert per discutere del nuovo CBA. Il rapporto di fiducia sembra irrecuperabile. Il rinnovo di trenta giorni dell’attuale accordo è sicuramente una boccata d’ossigeno e un’occasione per provare a salvare il 2026, ma allo stato attuale nulla è cambiato tra le parti.
C’è un elemento importante che non può essere tralasciato, e che aggiunge uno strato di complessità alla vicenda. Napheesa Collier, insieme a Breanna Stewart, è da due anni la fondatrice di una nuova lega di basket 3vs3, Unrivaled, che va in scena da gennaio a marzo. La WNBA inizia a maggio e finisce a ottobre, e i due campionati non si sovrappongono, ma la posizione di Collier, tra l’attacco diretto alla WNBA e la presidenza della sua lega, ha un innegabile sentore di conflitto di interessi.
Certo, Unrivaled non è una lunga settimana bianca. È una preziosa opportunità per le giocatrici di continuare a pagarsi le bollette con la palla a spicchi senza dover prendere i bagagli e trasferirsi in Turchia, Italia, Cina o Australia, come hanno sempre fatto.

Si torna sempre al portafoglio. Lo stipendio di una stagione di WNBA non ha abbastanza zeri per permettere alle giocatrici di riposare per sei mesi all’anno, e la lega non ha mai reso facile le cose per chi decide(va) di andare a giocare all’estero durante l’offseason.
Un esempio emblematico è il caso di Jessica Shepard. Post player fisicamente dominante delle Minnesota Lynx e della Famila Schio, è stata costretta a saltare l’intera stagione americana del 2024 poiché i suoi impegni con Venezia, sua squadra di allora, terminavano ai primi di maggio, quando le giocatrici di WNBA devono essere obbligatoriamente presenti ai training camp di preseason. Pena, la squalifica per tutto l’anno.
Ma il conflitto di interessi rimane. Tra i principali investitori di Unrivaled c’è Alex Bazzell, marito della stessa Collier, che durante i concitati giorni post conferenza avrebbe cercato con insistenza di contattare telefonicamente Engelbert, senza ricevere risposta.
Bazzell ha investito parecchi soldi in Unrivaled, che peraltro prevede ricchi compensi per le giocatrici, come i 200mila dollari previsti per la vincitrice del mini-torneo uno-contro-uno (l’anno scorso vinto, curiosamente, da Collier stessa). Anche la sua, evidentemente, è una posizione spinosa da inquadrare.
L’obiettivo, qui, non è fare previsioni, ma mettere tutti gli elementi sul tavolo per provare a fare un po’ di chiarezza. Si tratta evidentemente di una situazione delicata, soprattutto dopo l’intervento di Collier. Ma non di un’uscita estemporanea.
Ogwumike, ala delle Seattle Storm e indiscussa presidente del sindacato, ha spiegato come si tratti di un percorso che inizia da lontano. Dal 2020, anno della firma dell’ultimo CBA, quello ancora in vigore in via provvisoria. Nel podcast di Sue Bird ha raccontato come si arrivò a quell’accordo (anch’esso non privo di conflittualità), e di come sapessero tutte che si trattava di una prova generale in attesa del prossimo.
A testimonianza del fatto che una correzione delle storture del campionato è sempre stato il fine delle giocatrici, e non un capriccio dell’ultimo minuto dovuto a dissidi personali.
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