Tutto troppo difficile: Damian Lillard e i Milwaukee Bucks ci hanno provato, ma il risultato è stato un fallimento

Questo articolo è una traduzione autorizzata. La versione originale è stata scritta da Lori Nickel e pubblicata su Milwaukee Journal Sentinel, tradotto in italiano da Emil Cambiganu per Around the Game.
Damian Lillard è stato un buon fit per i Milwaukee Bucks nei suoi due anni qui?
Le uniche risposte davvero significative possono arrivare solo da lui e dai suoi compagni di squadra.
Io posso dire questo: è sembrato complicato – ma solo a causa di circostanze eccezionali. Lillard ha chiaramente dato tutto sé stesso a questa franchigia, ancora e ancora.
Nel valutare i due anni di Lillard a Milwaukee, è importante ricordare alcuni fatti:
Milwaukee lo ha ottenuto tramite trade a fine settembre 2023, quindi molto tardi rispetto all’inizio della stagione. Non ha avuto un’estate di preparazione, né il tempo per ambientarsi: aveva un mese per prepararsi al debutto stagionale con una squadra completamente nuova.
In seguito, coach Doc Rivers ha raccontato in un podcast che Lillard si sentiva insicuro in quel periodo, fuori forma; in effetti, Dame aveva evitato di sovraccaricarsi in estate per timore di farsi male.
Lillard voleva lasciare Portland per competere per un titolo, ma ciò non significa che sia stata una decisione semplice. Ha lasciato la squadra e la città che lo avevano ospitato per 11 anni.
Due settimane dopo essere stato scambiato ai Bucks, ha chiesto il divorzio.
Questo lo ha allontanato di oltre 2.700 chilometri da ciò che amava di più: i suoi tre figli piccoli e la sua famiglia. C’erano voci che lo volessero ancora altrove, e se fosse vero, sarebbe stato ancor più lontano da casa. Ma restiamo sui fatti, non sulle ipotesi. A Milwaukee, Lillard viveva in un altro mondo: lontano dalle risate dei figli, dagli abbracci appiccicosi – e forse solo altri genitori possono davvero capire il vuoto che questo crea nel cuore di un padre.
«Il cambiamento è un peso», ha detto Lillard a Thanasis Antetokounmpo nel suo podcast. Il modo in cui ha descritto il sistema di sostegno familiare che aveva costruito attorno a sé a Portland – con mamma, sorelle e parenti – e poi il trasferimento in isolamento a Milwaukee, è apparso reale e comprensibile.
A Milwaukee, Lillard ha affrontato la pressione immensa legata a una nuova identità: un super team con Giannis Antetokounmpo, Khris Middleton e Brook Lopez. Una squadra che aveva deluso molti nei playoff del 2023, venendo eliminata da Miami.
E Lillard si è ritrovato a giocare per Adrian Griffin, alla sua prima esperienza da head coach. Fin dall’inizio sono emersi problemi. L’assistente Terry Stotts si è dimesso improvvisamente. The Athletic ha riportato un episodio in cui Stotts ha parlato con i giocatori e non ha partecipato a un timeout con lo staff.
La squadra di Griffin aveva problemi strani. A volte le chiamate erano caotiche, la comunicazione interna mancava, la difesa era incostante. Solo gli osservatori più attenti riuscivano a cogliere che l’esplosiva capacità realizzativa del gioco uno-contro-uno di Milwaukee, unita al puro talento del roster, nascondeva problemi più profondi a livello organizzativo. Griffin, che a volte faticava a spiegare la propria filosofia ai media, contava quasi esclusivamente sull’intesa con Antetokounmpo.
«Ci sono tante aspettative su questa squadra, e per me la parte più difficile è proprio gestirle», ha detto Griffin. «Vinciamo, entro negli spogliatoi, e sembra che dovessimo vincere di 20 o 30. Ma una vittoria è una vittoria – è il processo che conta, il miglioramento continuo».
«Certe volte, c’è come una nuvola nera sopra di noi, per qualche motivo…»
Lillard e Giannis hanno provato a intendersi, ma le occasioni erano limitate
Lillard era il nuovo arrivato, ci si aspettava che mostrasse subito i superpoteri, e ogni dettaglio veniva scrutinato: dalle sue giocate decisive alla sua espressione facciale. Forse avrebbe solo voluto potersi ambientare con calma. Perché, per la prima volta nella sua carriera, non era più l’unico “Alpha” nella stanza.
È stato interessante da vedere, ma sia Lillard che Antetokounmpo hanno compiuto sforzi evidenti e ripetuti per aiutarsi a vicenda. Condividevano la palla, le responsabilità, il peso delle aspettative.
Ma hanno faticato – e questo è più importante – a giocare alla stessa velocità, almeno a tratti. Il ritmo è stato argomento continuo. Giannis è come un treno in corsa; Dame osserva, studia e colpisce. Ma il ritmo è concetto collettivo.
Mentre Lillard e Antetokounmpo cercavano l’equilibrio, Middleton spariva dal campo per infortuni. Griffin fu esonerato a gennaio 2024 e Lillard si ritrovò con un secondo allenatore: l’interim Joe Prunty.
Dopo una settimana e tre partite, i Bucks assunsero Rivers e partirono per una trasferta a ovest da cinque partite, tutte perse – comprensibile, vista la confusione totale.
Durante l’anno, Lillard ha ribadito, sia ai media che ai tifosi, che costruire intesa con una nuova squadra richiede tempo ed esperienza. Alcune transizioni non si incastrano facilmente.
In tutto questo, Lillard è rimasto in campo nonostante acciacchi come distorsioni alla caviglia. L’unica volta in cui ha saltato una gara è stata a gennaio 2024, per motivi personali. Giannis ha scherzato dicendo che non voleva più che Lillard lo lasciasse solo. Ma se Dame salta una partita, si può presumere che si tratti di qualcosa di serio. (Non è Dennis Rodman a Las Vegas, per intenderci.)
Poi sono arrivati i playoff, e Giannis si è infortunato per tutta la post-season. Un’ulteriore sfida per Lillard, che ha dovuto guidare i Bucks da solo. Ci ha provato, ma non è bastato. Milwaukee è uscita di nuovo al primo turno, nella primavera 2024.
Un’altra occasione mancata per creare intesa nell’estate 2024. Giannis ha avuto l’estate più intensa della sua vita: si è sposato con la sua storica compagna, ha debuttato con la nazionale greca alle Olimpiadi, si è riabilitato da un infortunio per giocare a Parigi, e ha portato avanti la fondazione CAFF.
Dame e Giannis si sono ritrovati nella stagione 2024‑25. Alti e bassi: la vittoria dell’inutile Emirates NBA Cup a dicembre, e alcuni potenziali game-winner sbagliati da entrambi. Ma la squadra sembrava più in sintonia. Giocavano con ritmo.
E Lillard, a 34 anni, ha dimostrato quanto è tosto.
È tornato dopo una commozione cerebrale. Ha giocato con un occhio gonfio e livido. Ha difeso – un aspetto sempre criticato nella sua carriera – con grande intensità.
Il gesto più da “duro”? Quando ha scoperto che il forte dolore alla gamba era dovuto a un coagulo sanguigno. Avrebbe potuto – e forse dovuto – chiudere lì la stagione. Invece ha preso anticoagulanti, ha fatto un mese di riposo obbligato, e ha lottato per rientrare e aiutare Milwaukee nei playoff 2025. Un gesto che dice tutto sullo stato mentale di Damian Lillard.
Vederlo rompersi il tendine d’Achille appena una settimana dopo aver smesso gli anticoagulanti è stata una delle scene più dolorose della storia recente dei Bucks. Il suo volto, normalmente imperturbabile, era stravolto dall’incredulità, mentre si teneva la gamba, incapace di stare in piedi.
E poi, questa settimana, la notizia shock: i Bucks lo hanno tagliato. Ma è più una questione di contesto che di meriti sportivi.
Il tempo di Dame a Milwaukee non ha rispettato le aspettative – ma non per colpa sua
Se seguite Lillard, sapete che parla spesso con i fan su Instagram. Nelle ultime 24 ore ci ha mostrato come si sente.
Ha ricondiviso una storia TikTok di Legion Hoops, riprendendo un report di The Athletic: Lillard è entusiasta della scelta dei Bucks di tagliare il suo contratto, perché ora può scegliere la contender dove giocare – una situazione più unica che rara per un giocatore del suo livello.
Poi, sempre mercoledì, ha criticato chi si fa ingannare facilmente da tutto ciò che gira in rete.
Sono stati due anni turbolenti a Milwaukee, e forse sto anche dimenticando altri elementi chiave. (Senza contare le nuove voci emerse, come le indagini per scommesse su Malik Beasley, suo ex compagno.) È stato faticoso ripercorrerli in questo articolo improvvisato, e magari anche per voi leggerlo. Ma riuscite a immaginare cosa abbia significato per Lillard vivere tutto questo, giorno per giorno?
Lillard, con quella tripla devastante. Lillard, e i 43 punti a Philadelphia. Lillard e l’entourage di tifosi che salutava personalmente a bordo campo. Lillard e gli allenamenti pre-partita, sia con la mano destra che con la sinistra. Lillard che studiava video seduto in panchina. Che portava i suoi figli alle conferenze stampa o nei colloqui post-partita. Lillard, il musicista, che salutava DJ Shawna con calore prima di ogni partita.
Lillard, sotto coach Rivers – che ancora deve scrollarsi di dosso la fama di non vincere titoli dal 2008. Lillard, che talvolta non era nemmeno in campo con Giannis, a causa della gestione dei cambi da parte di Rivers.
Lillard e i Bucks non hanno raggiunto le aspettative che noi, da fuori, avevamo assegnato loro. Si potevano fare meglio molte cose per facilitare la sua transizione a Milwaukee. Sui social, come sempre, c’è tanto rumore inutile su questa separazione.
Ma chi può davvero dire che i due anni di Lillard a Milwaukee non siano stati segnati da un’infinità di ostacoli straordinari?