I Bulls hanno mangiato un +24 dei Sixers. Può sembrare una casualità, ma i Pacers insegnano che non è così.

Chicago Bulls
FOTO: NBA.com

Questa moda di voler necessariamente creare continuità con un progetto vincente o con un giocatore leggendario vicino al ritiro può risultare davvero fastidiosa. Specialmente quando dopo meno di dieci partite ci si getta in hot take e paragoni senza senso. Nel caso dei Chicago Bulls, partiti inaspettatamente con un record di 6 vittorie e 1 sconfitta, è impossibile non abboccare, però.

No, non sono e non somigliano nemmeno lontanamente al roster degli Indiana Pacers. No, non arriveranno alle Finals, scioccando il mondo NBA, in tempi brevi. E sì, la stagione è appena cominciata. Ma rinunciare a riconoscere quantomeno la similarità del piano partita tra queste due realtà significa non guardare le partite. Non si tende, insomma, a creare una narrativa da alimentare nel corso della stagione, bensì a compiere un paragone dal punto di vista tattico.

Perché i Pacers rappresentano un caso talmente straordinario e peculiare, che non dovrebbe stupire vedere il loro piano partita – o anche, più semplicemente, il loro approccio – diffondersi in maniera sistemica in giro per la Lega. Uno stile offensivo rapido, ma non frettoloso, con un pace elevato ma non forsennato o mantenuto correndo casualmente, tanta transizione da palla viva quanto addirittura da canestro subito: concetti chiari e soprattutto moderni, che riconoscono la superiorità dell’attacco alle difese non ancora schierate rispetto a quello da costruire a metà campo.

Pura matematica, niente di più, a livello teorico, ma una preparazione fisica e mentale richiesta estremamente sopra la media. Questi Bulls, per ora, hanno dimostrato di possedere tutti i requisiti elencati. Per un motore di questa cilindrata, serve un iniettore di un certo livello.

Josh Giddey vs Tyrese Haliburton
USG% (usage%) indica il carico offensivo; la AST% (assist%) è la percentuale dei tiri assisti dei compagni; A/USG (assist-to-usage ratio) è il rapporto tra la percentuale di tiri di squadra assisti e il carico; TOV% (Turnover%) la percentuale di palle perse

Come per i Bulls, il discorso vale anche in questo caso: non si stanno paragonando strettamente Josh Giddey e Tyrese Haliburton. Quest’ultimo ha dimostrato di saper creare e soprattutto leggere il vantaggio a livello elitario, prendendo sempre la scelta giusta sotto la massima pressione possibile, adeguando le proprie capacità di infilare la palla nel cesto e/o il proprio straordinario playmaking a quanto richiesto dalla circostanza.

L’australiano, invece, ha ancora tutto da provare. A Chicago sta tirando meglio, è salito ben oltre il 40% in questa stagione e ha chiuso con circa il 38% la scorsa, su 4.4 triple tentate a partita. Non è il volume di Haliburton, e non è nemmeno la sua capacità di crearsi le conclusioni in palleggio, arresto e tiro, nonostante Giddey abbia fatto intravedere qualcosina in più in questo inizio rispetto al passato.

Non è nemmeno lo stesso contesto, il che porta a una differenza nel rendimento, con un maggiore carico per l’australiano che influenza la quantità di tiri assistiti dei compagni, comunque elitaria. Ma Haliburton, qualitativamente, non si può pareggiare. Pur con un carico offensivo nella norma, riesce a generare sostanzialmente lo stesso numero di assist di Giddey, perdendo anche molti meno palloni. E senza avere paura di prendersi responsabilità al tiro, come dimostra un’intera compilation di tiri clutch ai passati Playoffs – la Gara 7 contro i Thunder, rivelatasi fatale per l’infortunio al tendine d’Achille, ma cominciata con 9 punti in 7 minuti, grida ancora vendetta.

Per la point guard ex OKC tutto ciò è ancora utopia, ma si sta ritagliando i propri spazi. Senza analizzare per il momento gli on/off e altre statistiche avanzate per misurare l’impatto che richiedono campioni più ampi, si sta rendendo utile perlopiù attaccando il proprio matchup di forza, “a testa bassa”, alla massima velocità.

Giddey non è un bulldozer, né ha il corpo per bullizzare in post guardie più piccole, ma sa sfruttare la propria taglia unendola a un discreto tocco nei pressi della zona pitturata in area, che gli permette di chiudere floater da angoli improbabili, simil “push shot” in testa al difensore o gancetti roteando su sé stesso, ma sempre in equilibrio, per proteggere la palla da difensori più grossi:

Questa “micro-gravity” spinge le difese a collassare con maggiore urgenza di quanta non ne applicassero in passato sulle incursioni dell’australiano, che a quel punto può sfruttare le doti – quelle sì, sempre viste – nel penetra-e-scarica, o nel servire i tagli dei compagni. E questo solo per quanto riguarda la difesa schierata, o semi-tale.

Il piatto forte, ciò che lo rende un iniettore perfetto, è ovviamente il playmaking in fase di transizione, specialmente da rimbalzo difensivo. I Pacers ai passati Playoffs sono stati primissimi per produzione in transizione da rimbalzo difensivo, e questa strada stanno tentando di seguire i Chicago Bulls: la corsa si innesca dal 34% dei rimbalzi difensivi (8°), producendo 137.2 PTS/100 possessi (3°) e aggiungendo 3.1 PTS/100 possessi rispetto a un attacco medio (2°). Dalle mani di Josh Giddey passano molti di questi possessi, come era lo scorso anno per Haliburton.

In questo inizio soprattutto, il volume di attacchi in transizione è sostanzialmente lo stesso mantenuto dagli Indiana Pacers nel corso della passata regular season, con una qualità molto simile, se non superiore (anche se per valutare questo servono prima 82 partite completate):

  • Chicago Bulls, 2025/26: il 16.9% dei possessi comincia con una giocata in transizione, producendo 139.3 punti/100 possessi (3°) e aggiungendone 4.9 punti/100 possessi in transizione (3°) rispetto a un attacco nella media
  • Indiana Pacers, 2024/25: il 16.3% dei possessi iniziato con una giocata in transizione, producendo 130.4 punti/100 possessi (4°) e aggiungendo 3.4 punti/100 possessi in transizione (5°) rispetto a un attacco nella media

Giocare contro un attacco del genere, che corre e lo fa bene, rende qualunque stop difensivo ottenuto da Chicago un vantaggio quasi automatico. Gli Indiana Pacers hanno recuperato quattro partite ai passati Playoffs trovandosi con meno del 5% di chance di vittoria – e ci stiamo tenendo larghi -, spesso trovandosi in doppia cifra di svantaggio molto avanti nel quarto periodo.

I Bulls hanno ripreso 24 punti di vantaggio dei Philadelphia 76ers, entrando nel quarto periodo inseguendo di oltre 10 punti, e con questo approccio non crediate che sia un caso. Ogni singolo stop, a questi ritmi, può innescare un parziale, se non una vera e propria valanga in qualunque momento della partita.

Anche perché, e questo è un altro punto in comune con Indiana, Chicago esegue sempre fino alla fine dei 24 secondi. I possessi, in poche parole, diventano tre o quattro in uno solo: se il primo gioco chiamato non va, si prova altro, o male che vada si chiama un blocco e via di penetra e scarica, nel peggiore dei casi.

Nel migliore, invece, si continua con il movimento di palla con tanto di relocation (seconda clip) e i tagli a canestro (terza clip sotto). Il ritmo non viene mai a mancare, tutti toccano il pallone, non esistono tiri dell’Ave Maria o concetti del tipo “diamola a lui e s’abbracciamo”. Non è facile tenere testa a squadre simili, disposte a impiegare ogni extra sforzo possibile pur di ottenere la via del canestro.

Unite tutte queste armi, la transizione e la volontà di sfruttare il possesso in quanto squadra, a un attacco già di per sé organizzato a metà campo, e la minaccia si farà concreta per chiunque. I New York Knicks, già affrontati due volte in questo inizio di stagione da Chicago, ne hanno avuto un assaggio, trovandosi costantemente assaliti sull’asse Brunson-Towns come già fatto dai Pacers alle passate Conference Finals.

La point guard, per questioni di taglia e di “riposo” dovuto al carico offensivo, rimane più semplice da esporre anche canonicamente, pertanto non si traggono particolari spunti. Quanto a Towns, invece, si parla di un lungo pigro difensivamente e anche poco consapevole del campo, ma più complicato da attaccare fronte a canestro senza collaborazioni, essendo rapido di piedi e dotato anche di un buon timing per la stoppata.

Billy Donovan e il proprio staff, copiando dal playbook di coach Rick Carlisle, sono andati a nozze con l’incapacità di KAT di avere una panoramica tale da permettergli di passare sui blocchi. Un classico “Spain” pick&roll, con un tiratore che blocca alle spalle il difensore del rollante per poi aprirsi sul perimetro, ha rimesso in piedi nel solo secondo quarto quello che sembrava un blowout già annunciato al Madison Square Garden, costringendo i Knicks a vincere la partita due volte.

Sopra, uno “Spain” pick&roll eseguito dai Bulls a inizio stagione, mentre sotto il contesto è Gara 2 delle NBA Finals.

La narrativa degli underdog non si può ancora applicare a questi Bulls, per questo il paragone resta puramente tattico. Il talento diffuso non pareggia quello di Indiana, soprattutto dal punto di vista balistico, ma l’attacco 5-out con un playmaker di qualità come Giddey rende applicabili numerosi aspetti del playbook di Carlisle. I risultati, poi, si vedranno a lungo termine, in questo inizio c’è anche molta fortuna che si regolarizzerà con l’andare della stagione.

Anche difensivamente, il personale non è proprio elitario, sebbene a Chicago siano presenti vari esterni versatili e rognosi – Okoro e Dosunmu in primis, ma anche Patrick Williams e Jalen Smith possono marcare più ruoli, mentre Buzelis sta migliorando – utili nell’ottica di una potenziale partecipazione ai Playoffs.

Per adesso, la soluzione è stata proprio sfruttare i primi due cagnacci per inseguire il creator più pericoloso o negarne la ricezione, zonando gli altri tre e accettando solo sporadicamente, se non in extremis, cambi difensivi. Una strategia che punta sugli aiuti e sullo sporcare palloni, ma che espone a scarichi che miracolosamente gli avversari non stanno concretizzando per pura varianza, ma che potrebbero far male ai Playoffs.

Per il resto, si dovrà aspettare, ma, in assenza di Haliburton, questi Chicago Bulls sono la squadra filosoficamente più vicina agli Indiana Pacers “dei sogni” nella attuale NBA.


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