FOTO: NBA.com

Questo contenuto è tratto da un articolo di Marc J. Spears per The Undefeated, tradotto in italiano da Marco Marchese per Around the Game.


Clint Capela è nato e cresciuto in Svizzera, in un ambiente nel quale ha avuto molti problemi di razzismo e discriminazione nei confronti suoi e della sua famiglia. Ma è solo dopo il suo arrivo in NBA, ormai 8 anni fa, che Clint si è riscoperto un vero Black man.

“I miei genitori hanno dovuto sopportare tanto e stringere i denti in Svizzera, e solo perchè venivano dall’Africa. Quando sono arrivato negli USA ho capito che non dovrebbe essere così. ‘A Black person has a voice’, siamo tutti esseri umani. Quando ero piccolo, non sempre è stato così.”

Per Clint, che è stato scelto al Draft 2014 dagli Houston Rockets all’età di 20 anni, si è trattato di un’esperienza del tutto inaspettata, trasferendosi in una nazione che storicamente ha avuto grossi problemi legati al razzismo. Ma durante questo viaggio non è mai stato lasciato solo o abbandonato: ha avuto due importanti mentori afroamericani, John Lucas (membro del coaching staff dei Rockets quando arrivò a Houston) e Brent “B.J.” Johnson, deceduto nel 2020.

Capela ha raccontato che al suo arrivo a Houston, fece un commento sulla sua provenienza che non piacque molto alla squadra, in particolare a Lucas e Johnson. Ma anche grazie al loro sforzo, Clint è riuscito ad emergere con i Rockets e soprattutto ha sviluppato la fierezza riguardo la sua Blackness, in una città in cui la popolazione è composta per il 22.6% circa da afroamericani (per 2021 U.S. Census Bureau).

“Ricordo bene la mia prima intervista al mio arrivo qui in USA. Ho parlato delle differenze tra giocare a basket qui ed in Europa, ed ho usato un linguaggio inappropriato. Non immaginavo quanto grave fosse ciò che ho detto, finchè non mi hanno preso da parte dicendomi che non ci si aspettava che dicessi certe cose, qui negli Stati Uniti.

“Il razzismo ha avuto grosse conseguenze in me, e me ne sono reso conto solo quando sono arrivato negli States. Ovviamente, quando mi trovavo in Svizzera, non avevo idea che ci fossero posti migliori, con mentalità più aperta. Pensi che quello che accade lì sia normale.”

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Claudette Boyance-Johnson, vedova di BJ Johnson, ha spesso evidenziato l’influenza che suo marito e Lucas hanno avuto su Capela.

Johnson era noto per i suoi campus cestistici estivi in Africa, durante l’offseason. Ha contribuito affinchè Clint andasse in Africa in tre occasioni, partecipando ad NBA Africa Game e Basketball Without Borders (a Johannesburg, Sudafrica, nel 2017). 

“Quando Clint è arrivato qui, BJ ha trascorso tantissimo tempo in sua compagnia, sia sul campo che fuori; era sempre ad aiutarlo, parlargli e sostenerlo. Clint era giovane e BJ diceva sempre ‘is just a baby’. Ci ha seguiti per tre volte nei nostri viaggi in Africa, e il tempo trascorso assieme a mio marito in Africa ha probabilmente aiutato Clint a sentirsi meglio con se stesso, con le sue origini e con il suo colore della pelle. BJ gli diceva sempre: Sei Clint Capela. Devi capire e accettare chi sei e che sei fortunato ad essere nato così.”

– Claudette Boyance-Johnson

Lucas ha spesso incoraggiato Capela a guardare la miniserie TV Roots, così come documentari su Muhammad Ali o Tupac Shakur. Spesso andavano a mangiare insieme nei soul food restaurants in giro per gli USA, e Clint si è innamorato della musica rap. Ascolta spesso canzoni di Rick Ross durante i suoi workout.

Capela ha raccontato che si sentiva voglioso di apprendere sempre di più riguardo la storia afroamericana. Più la apprendeva, più imparava a conoscere se stesso:

“Ho pianto tantissimo la prima volta che ho visto Roots, perchè non avevo idea. Come si può separare una famiglia e portar via una figlia senza sapere dove sia, ne se mai la si rivedrà. Ero davvero senza parole, e per la prima volta in vita mia ho sentito quel dolore dentro di me, riguardo qualcosa che non avevo mai saputo prima. In questo modo ho appreso la cultura statunitense, come arrivarono i primi schiavi africani, e quindi come ci si deve comportare. Mi ha reso davvero fiero, fiero di essere chi sono: a Black man.”

La madre di Clint, Philomene, si è trasferita dal Congo alla Svizzera nel 1993, dove presto ha iniziato a frequentare un immigrato angolano. Capela è nato a maggio 1994, pochi mesi prima che i suoi genitori si separassero. Clint non ha mai conosciuto suo padre.

Philomene era un’operaia madre di tre figli. Col senno di poi, Capela racconta di “non aver avuto un’infanzia facile”:

“Lei lavorava tutti i giorni della settimana in fabbrica, su e giù tutto il giorno. Quasi sempre io e i miei fratelli eravamo soli a casa, mentre lei era a lavoro per mantenerci. A volte mi lasciava a casa di un amico o di qualche compagno di scuola, affinchè mi ci accompagnassero. Mia madre ha dato e fatto tutto quel che poteva fare con le sue sole forze. Mi ricordo quando mi svegliava, vestiva e accompagnava da qualche parte. Finivo a scuola e andavo da qualche amico e lei tornava a prendermi quando finiva di lavorare. E pensavo che tutto quello fosse normale, avendo solo mia madre.”

Attraverso il beneficio di alcuni sostegni finanziari, è riuscita ad iscrivere lui e i suoi fratelli a scuola a Ginevra, quando aveva 6 anni, lontano da casa. Si poteva vedere con la madre solo nei weekend, e ciò ha costretto Capela a dover maturare molto velocemente. 

“Volevo solo essere un ragazzino normale e vivere con mia madre, come tutti gli altri. Mi avevano spiegato che dovevo imparare a prendermi cura di me stesso quando ero via, essere un bravo studente e non mettere troppa pressione su mia madre.”

Vivere lontano da casa e andare a scuola, però, non erano le sue sfide più dure. Era il razzismo. Clint era l’unico bambino di origini africane tra tanti studenti ed insegnanti bianchi, non abituati a vedere ragazzi neri a scuola.

“Pensavo di essere come loro, ma era molto difficile avere contatti con loro ed essere amici. Quando a scuola ci chiedevano di fare lavori di coppia, io restavo sempre per ultimo. Non capivo il motivo, credevo fosse normale. Quando sei piccolo non capisci. Spesso sentivo appellarmi con la “N-word”, ma la scuola non ha mai fatto nulla. Anche perchè fino ad allora non avevano mai dovuto affrontare quel problema. E ovviamente io, ignaro, non potevo fare molto, trovandomi ad essere uno dei pochissimi neri.”

Da piccolo seguiva molto il calcio e voleva diventare un attaccante come il suo idolo Thierry Henry, ma essendo alto quasi 190cm a soli 12 anni, Clint ha preferito ascoltare i consigli del fratello maggiore e iniziare a giocare a basket. Se ne è subito innamorato, ispirandosi a Thabo Sefolosha, ex giocatore NBA, che divenne il primo cestista svizzero della lega nel 2006.

Clint si mise in luce a 13 anni e fu scelto per la nazionale Svizzera Under 16, in cui ha impressionato per tecnica, fisicità e soprattutto atletismo. Di ritorno dal campus, Clint ha dovuto affrontare un altro problema.

“Si, a volte sentivo una sorta di gelosia nei miei confronti. Mi insultavano, sentivo che provavano una sorta di invidia nei miei confronti, e ho dovuto imparare ad avere a che fare con tutto ciò.”

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Romain Chenaud, ex allenatore del club francese Elan Chalon, è rimasto sin da subito impressionato vedendo Capela in campo, e gli ha offerto di andare a giocare in Francia. Clint sapeva che anche il suo mito, Thabo Sefolosha, aveva giocato per l’Elan Chalon, ed anche che il campionato francese ha sfornato dei talenti come Tony Parker, Boris Diaw, Joakim Noah, Ronny Turiaf, Mickael Pietrus e Tariq Abdul-Wahad. Ha subito accettato l’offert, trasferendosi in Francia e intrapendendo sul serio la carriera cestistica.

La vita dentro e fuori dal campo era improvvisamente più facile, ora che era circondato da moltissime persone che sentiva simili a lui:

“Ti senti più coinvolto, specie perchè tutti a quel punto hanno il sogno di diventare professionisti, vivere di basket, quindi eravamo tutti uniti, ci allenavamo, studiavamo, andavamo alle partite insieme. In Francia c’era molta più gente come me, molti bambini di origini africane, figli di immigrati come me. Perciò la connessione era naturale e sentivo di appartenere a quel luogo.”

E poi la sua esplosione sul parquet, con 10.2 punti di media, 7.1 rimbalzi in 21.2 minuti giocati nel corso della stagione 2013/14 con l’Elan Chalon, in cui è stato eletto 2014 French LBA Pro A Most Improved Player. Dopo di che, ha giocato il 2014 Nike Hoop Summit contro i migliori prospetti suoi coetanei statunitensi, attirando su di sé le attenzioni degli scout NBA.

Oggi Capela è alla sua ottava stagione in NBA e ha un ruolo importante nel roster degli Hawks che hanno raggiunto le Eastern Conference Finals 2021, con la sua stazza, la sua verticalità, le sue doti difensive e la sua capacità di giocare pick&roll con Trae Young.

Quanto alla Svizzera, i problemi di razzismo sono perdurati in questi anni e si sono amplificato con l’ondata di discriminazione portata dalla pandemia di Covid-19 e dalle sue conseguenze, secondo un report di Swissinfo dello scorso settembre. Ci sono stati 572 casi di discriminazione razziale nel 2020 in Svizzera.

Più maturo, più informato e fiero delle sue origini, la prossima sfida di Capela è trovare il modo giusto di usare la sua immagine per lottare contro il razzismo in Svizzera:

“Sto pensando a cosa posso fare. Potrei fare qualcosa per i bambini, aiutrli, dare loro supporto. Ma devo comunque continuare a crescere affinchè possa fare qualcosa di grande in futuro.”