Bobby Jones fu il primo Sesto Uomo dell’Anno della storia della Lega. Giocatore e uomo tutto d’un pezzo, con la vocazione per il gioco di squadra. Un vincente per missione.

Il sesto uomo è sempre un po’ speciale. La quintessenza dell’utilità fatta basket. L’esaltazione della duttilità. Il tuttofare a servizio della squadra.

Bobby Jones fu degno interprete del ruolo. Il primo grande e fulgido rappresentante della categoria. Un giocatore e un uomo modello.

Probabilmente non il più forte sesto uomo di sempre. Magari John Havlicek, Kevin McHale, Manu Ginobili, magari altri, erano o sarebbero stati davanti a lui. Bobby fu però il primo ad aggiudicarsi il premio al migliore della stagione, nel 1983.

Era l’anno della sua istituzione e Bobby veniva dall’ennesima annata efficientissima, da lì a poco – anche grazie al suo cruciale apporto – quei Sixers di Doctor J, di Moses Malone, Maurice Cheeks, Andrew Toney e, naturalmente, anche di Bobby Jones, sarebbero saliti sul tetto del mondo del basket, vincendo un agognato e fin lì sfuggente anello. Per merito delle stelle, certo, ma anche per merito dei gregari. Termine peraltro alquanto riduttivo nel caso di Bobby.

Robert Clyde Jones, ala di 2.06, era l’uomo multiruolo. Lo era dagli albori della sua carriera e si era specializzato ancor di più in quella Philadelphia, dove passò ben otto dei suoi dodici anni totali da pro.

Serviva far riposare Julius Erving? Dentro Bobby. Marcare l’avversario in striscia al tiro? Vai Bobby. Rimbalzi e stoppate provvidenziali? Go Bobby, go.

Lui c’era, sempre e comunque. Impassibile, infaticabile, la quintessenza dell’affidabilità. The Secretary of Defense, mai nickname fu più azzeccato.

Foto: Dick Raphael/NBAE via Getty Images

Nato in North Carolina – BJ – come da imprescindibile tradizione locale, si vide mettere un pallone da basket nella culla. Soltanto che a lui la pallacanestro proprio non piaceva. Non gli piacevano gli sport di squadra, doversi confrontare con compagni troppo diversi da lui caratterialmente. Avrebbe preferito l’atletica, magari il salto in alto, dove comunque eccelleva, dove poteva esercitare il suo spirito solitario e assecondare il suo carattere introverso. Ma essendo anche religiosissimo, se ne fece una ragione. Se Dio mi ha dato un talento, sarebbe un peccato sprecarlo. Il Bobby Jones pensiero.

Talento e problemi fisici, a Bobby erano stati dati in dono l’uno e gli altri.

Asmatico, con occasionali attacchi epilettici e un’aritmia cardiaca, scoperta al college. Jones era costretto ad un regime medicinale che lo spossava. A vederlo in campo non lo avresti mai detto. Imperturbabile dietro la sua maschera da bravo ragazzo, non si lasciava distrarre da niente. Un uomo in missione.

Strappato a forza dalle pedane e dalle sacrestie, questo lungagnone tutto nervi e falcate fece fatica a farsi notare al liceo. Pessimo palleggiatore, poco coordinato e con il tiro inesistente, Bobby preferiva disfarsi del pallone al primo tocco, sviluppando così inconsapevolmente una sana attitudine al coinvolgimento dei compagni più intraprendenti. Capì presto che il suo pane quotidiano non sarebbe passato tanto dallo sforacchiamento delle retine, quanto piuttosto dalla capacità di contenere e rilanciare, correndo a perdifiato da una riga di fondo all’altra.

All’inizio fu tanta panchina, luogo ideale per nascondersi. Quando però cominciò a capire un po’ meglio il Gioco, divenne una pietra angolare della sua South Mecklenburg HS. Nel suo anno da junior fu fondamentale per portare i suoi ai playoff statali, dove dovette arrendersi agli avversari di Greensboro, guidati da un certo Bob McAdoo – già incrociato nelle gare di salto in alto. Il futuro aveva cominciato a lanciargli dei segnali. Ma Bobby sembrava ignorare i segni del destino, la palla a spicchi era solo un hobby invernale. Lo sarebbe stato ancora per poco.

foto: tarheelstimes

Tutto ciò che è basket nella Carolina del Nord ha la massima priorità. La voce dell’ennesimo nascente talento locale si diffuse rapidamente, fino ad arrivare a Dean Smith – uomo che nella storia di questo sport può dar di gomito a James Naismith. L’approdo a North Carolina fu tutto sommato naturale, adesso si cominciava a fare sul serio. Fare sul serio a quell’epoca voleva dire passare quattro anni di “servizio di leva” obbligatoria al college ad imparare il Gioco, ad affinare l’arte. Luogo perfetto per il soldato Jones, il quale – eravamo nel 1972 – venne a sapere quasi per caso del “reclutamento” per le Olimpiadi di Monaco. Le “maledette”. Bobby fece la squadra e partì in spedizione, per giocarsi anche cinque (soli) minuti della finale olimpica più famosa della storia, URSS vs. USA, uno dei tanti simboli della Guerra Fredda.

Intanto le sirene delle leghe professionistiche, NBA e ABA all’epoca, cominciavano a farsi sentire, ma le orecchie di Bobby erano ben riempite di cera. Gli studi, prima di tutto. Così rimandò una prima profferta da parte dei locali Carolina Cougars che lo chiamarono – vanamente – al draft ABA del 1973. L’anno successivo invece, a quadriennio completato, Jones venne chiamato con la quarta assoluta nel draft NBA dagli Houston Rockets.

Nel frattempo Larry Brown, che lo aveva adocchiato per Carolina, nel passare ai Nuggets, fece in modo di assicurarsi i suoi diritti, ingaggiando poi una mini-asta per portarlo a Mile-High City. La carriera professionistica di Bobby Jones era pronta per partire, nella pittoresca American Basketball Association, con le Pepite di Denver.

Uomo giusto al posto giusto, si potrebbe dire. Intanto in panchina Larry Brown assicurava la continuità con NCU e Dean Smith, e soprattutto garantiva sulla qualità e serietà dell’approccio al Gioco. Poi in squadra con lui c’erano Dan Issel e, soprattutto, David Thompson. Erano loro le bocche da fuoco e i terminali d’attacco. Bobby poteva dedicarsi con fervore ai suoi compiti preferiti, la difesa e il contropiede, i rimbalzi e l’assistenza.

foto: gettyimages

A Denver saranno quattro anni di record positivi di squadra e di riconoscimenti personali. E’ qui che Bobby inizierà la sua striscia di partecipazioni alla post-season, che raggiungerà ogni santo e benedetto anno della sua carriera. Tanto per rimarcare la sua natura di vincente.

Con i Nuggets, nel 1976, sbarcherà in NBA con la fusione tra le due leghe. Tutto bene, salvo qualche dubbio sulla sua tenuta. Tra la dirigenza cominciò a serpeggiare il sospetto che il suo fisco potesse improvvisamente mollarlo. Come detto, da fuori non si vedeva, ma Bobby lottava quotidianamente con i suoi malanni, con le sue invalidità. In Colorado, sbagliando, pensarono che fosse più saggio sbolognarlo. Si chiude una porta, si apre il proverbiale portone. BJ fu scambiato a Philadelphia.

Saranno gli anni del suo peak.

A Philly, Bobby trovò un altro guru della panchina, Billy Cunningham, che lo studiò, lo soppesò e intravide per lui un ruolo diverso, di partente dalla panchina, da Sixth Man. L’allenatore si arrovellò un’intera estate, non sapendo come dirglielo. Poi un bel giorno prese Bobby da parte e con sua somma sorpresa, gli bastarono trenta secondi. Jones capì subito. Era rapido di gamba e di comprendonio. Era totalmente al servizio della squadra. Se quello era il modo migliore per arrivare a vincere, non avrebbe detto di no.

foto: nba.com

Era velocissimo, Bobby, aveva dei tempi di reazione esplosivi, falcate da levriero e mani rapide. Difensore sublime, abbiamo detto, uno dei migliori di tutti i tempi. Il suo obiettivo ad inizio stagione era mettere insieme almeno 100 stoppate e 100 rubate. Ci riuscì sei volte. Grande atleta e agonista inarrestabile, fino all’ultima goccia di sudore, fino all’ultima scossa di energia. Ma mai scorretto. No, quello no, assolutamente non conforme ai suoi saldi principi. E mai una protesta con gli arbitri. Se necessario li aiutava, braccio sempre alzato in caso di fallo e suggerimenti su chi avesse toccato per ultimo la palla. Una volta andò a riprendere un referee, ma fu per dirgli che era stato lui a fare fallo, non il compagno. Era il suo quinto. Dovette uscire.

La rettitudine come faro della sua vita, in un mondo non certo popolato di anime candide. Ma pure i satanassi, di cui era piena l’NBA, lo rispettavano. Larry Brown diceva di lui che fosse come l’onestuomo seduto ad un tavolo da poker con dei bari. Charles Barkley un giorno disse che se tutti gli uomini fossero come Bobby, il mondo non avrebbe problemi.

Tutto giusto, per carità, ma San Bobby, come il Trinità di quei film di Bud Spencer e Terence Hill, era in grado di tirarti metaforicamente dei gran sganassoni, anche con la faccia da buono. Mai un gomito alzato a rimbalzo, ci mancherebbe, ma non potevi lasciargli un centimetro e se poi partiva in transizione, erano inchiodate da far tremare i tabelloni.

Mai un gomito alzato sotto le plance, mai un gomito alzato sopra il bancone di un bar. Niente alcool, niente vizi. Solo fede e duro lavoro. Sorrideva e cortesemente rifiutava quando il compagno Darryl Dawkins lo provocava offrendogli una birra. Lo stesso Darryl – amante dei nickname – che lo aveva soprannominato “White Lightning” e che lo descriveva come “the baddest white dude in the NBA”, in senso buono, s’intende.

foto: nba.com

La sua cavalcata a Philadelphia lo vede per sette anni consecutivi – otto totali con l’ultimo a Denver – All-Defense. The Secretary of, appunto. Poi in apparizioni all’All-Star Game e il mitico Titolo del 1983, per la conquista del quale, come detto, è elemento essenziale.

Poi ci son voluti oltre trenta anni, dal 1986 – anno del suo ritiro – al 2019 – anno del suo inserimento nella Hall of Fame – per riconoscere in lui un esempio eccezionale dell’altro lato del basket, quello fatto di difesa ed agonismo, di competizione, abnegazione e atletismo. Le caratteristiche salienti di Bobby, uno di quelli che ci ha fatto capire che “white men can jump” e che sesto può essere bello. Il primo dalla panchina e l’ultimo ad arrendersi. Come Bobby Jones. Mister Sesto Uomo.