Ascese e cadute, risalite e redenzione. Il lungo percorso – di basket e di vita – di Stephon Marbury.

Coney Island è un lembo di terra attaccato a Brooklyn. Ancora New York, ma così lontana. Un altro mondo, a volte quasi un altro continente.

È la meta finale dei mitici “Warriors”, i Guerrieri della Notte di uno dei film più iconici della storia del cinema, che dal Bronx cercavano la salvezza verso la loro casa, a sud, dall’altra parte della città.

Quartiere di luna park, immigrazione e di projects, case popolari ad alta densità abitativa e criminale. Innumerevoli luci finte e altrettante tristi realtà. Fondale scenico di tanto cinema, di svariate serie tv, di esperimenti architettonici, di canzoni eterne. Luogo di mille playground e di una famosa High School, la Abraham Lincoln HS. Quella dove Spike Lee fa giocare Jesus Shuttlesworth, in “He got game”. Ma anche scuola e il quartiere dei Marbury, da ultimo di Stephon, il Jesus in carne ed ossa.

Stephon Marbury nasce e cresce lì, in uno dei tanti palazzoni popolari di Surfside Gardens, a pochi isolati dalle vestigia dei parchi divertimenti e dalle lunghe spiagge in riva all’oceano. La sua è una famiglia già famosa localmente. Il capostipite è Don, detto “the Creator”, per aver messo al mondo sette figli. Già discreto atleta da pista, avvia la prole allo sport, con questi che preferiscono però il passatempo locale, il basket, soprattutto nella versione giocata sull’asfalto degli spiazzi tra gli isolati.

foto: iamastar

I primi tre maschi sono già rinomati talenti, quando Steph è ancora in fasce. Eric è un’ala sottodimensionata, ma che salta come un canguro e ha la fortuna di incrociare Dominique Wilkins. Donnie una guardia tiratrice dalle spiccate doti offensive e Norman una point-guard tutta penetrazioni e scarichi. Tutti e tre dalla strada alla Lincoln, tutti con varie forzature instradati verso il collage, tutti con talento e col numero 3 sul petto, ma nessuno destinato a farcela.

La torcia della speranza passa quindi al sesto, il piccolo, ma determinato Stephon. Eric, di quasi venti anni più grande lo prende sotto la sua ala, così come fa la sorella Stephanie, una sorta di seconda mamma. Non sprecare tutto, almeno tu. 

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New York è grande, ma non così da contenere la voce impetuosa che viene dai boroughs. Sta arrivando il nuovo fenomeno dell’asfalto. Adolescente o poco più e già sulla bocca di tutti. Basta un niente e la strada ha pronto un nickname per lui, Starbury. Con la Lincoln High domina i campionati cittadini. È ancora un freshman quando diventa una dei protagonisti del libro “The Last Shot”, un viaggio nelle speranze, nelle asprezze, nelle illusioni e nelle dure realtà di aspiranti giocatori di Coney Island. Nel suo anno da senior viene nominato Mr. Basketball dello stato di New York e dà spettacolo nei tornei AAU con i celeberrimi New York Gauchos. Un intero quartiere, un’intera città guardano a lui come modello, come incarnazione del ragazzo di strada che può elevarsi sulle miserie del quotidiano. Le fondamenta dell’opera di Spike Lee.

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Dopo aver incantato il pubblico locale, grazie alla sua fama e alle entrature dei fratelli maggiori, Stephon si accasa a Georgia Tech. Agli Yellow Jackets va a rimpiazzare, da PG titolare, nientemeno che Travis Best, nel frattempo passato pro. E non manca di farsi notare insieme ai futuri sodali NBA Matt Harpring e Drew Barry. One and done, dopo una sola stagione si dichiara per le scelte. Siamo nel 1996, l’anno magico del draft dei fenomeni, Allen Iverson, Kobe Bryant, Steve Nash, tra gli altri. Marbury viene chiamato alla 4, ma immediatamente scambiato dai Bucks ai Timberwolves per Ray Allen, scelto appena dopo di lui, insieme a una futura prima scelta. Un segno del destino, lo Shuttlesworth dello schermo, per quello della strada. Il primo dei tanti scambi che – per ironia della sorte, ma non solo – porteranno le squadre che si privano di Stephon a rinforzarsi e migliorare dopo la trade. Accadrà anche Minnesota, ai Nets con Jason Kidd, ai Suns con Steve Nash. Un marchio indelebile appiccicato addosso a Marbury. Meglio perderlo che trovarlo, o giù di lì.

Eppure con i Wolves Stephon parte bene, fa coppia con Kevin Garnett e il duo fa salire le quotazioni della franchigia, magari soprattutto per merito di KG. Marbury guadagna l’All-Rookie team nell’anno del suo esordio, non facendo mancare il suo contributo. Salvo che il Midwest comincia a stargli stretto, lui uomo della metropoli mal si adatta alla provincia americana. Troppo freddo e troppo poco melting pot, dirà poi. Invidia per il ruolo e i guadagni di Garnett e voglia di trovare mercati più ricchi e maggiori sponsor personali, diranno gli altri. Fatto sta che dopo neanche tre anni, Stephon forza lo scambio per andare ai Nets, tornando quasi a casa. Qui saranno un paio di stagioni di consacrazione personale, compresa una chiamata all’All-Star, ma di magre soddisfazioni di squadra, niente playoff e sostanziale anonimato.

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È tempo di cambiare ancora, Marbury entra nella trade che porterà Jason Kidd nel New Jersey e lui a Phoenix. A Meadowlands in pochi lo rimpiangeranno, forse nessuno. Mentre Giasone spopolerà.

Nel nuovo scenario dell’Arizona il copione è sostanzialmente simile, il solito Marbury recita a soggetto. Talento infinito, carattere complicato. Tosto, primo passo bruciante, tiro intermittente, ma punti nelle mani e feeling per il passaggio, specie se no-look. Contributo alla squadra rivedibile, anche se il trio con Stoudemire e Marion fa faville. Starbury è al suo zenith professionale. Poi il grande sogno si avvera, si torna a New York. Nella prima settimana di gennaio del 2004 il nostro sbarca nella Grande Mela, nella sua città, per giocare con quella che è sempre stata la sua squadra del cuore, i Knicks.

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Nemo profeta in patria, dice l’espressione latina, che dubitiamo Stephon possa aver studiato, ma che potrebbe diventare uno dei suoi motti. I Knicks sono la solita franchigia nella tormenta e tutti si accorgono che Marbury tutto può essere meno che profeta. Anzi è lui a perdersi, come giocatore, ma anche come uomo.

Con Larry Brown la rottura è totale, filosofica e tecnica. I fallimenti e le litigate si estendono dal Madison Square Garden alle Olimpiadi di Atene. Un disastro dietro l’altro. Non andrà meglio con Isaiah Thomas, Stephon Marbury ascende, una polemica e un incidente dopo l’altro, al poco invidiabile trono di atleta più vituperato della città. La stampa cittadina, notoriamente incalzante e cattiva, lo tiene costantemente sulla graticola. Una maledetta sera il padre Donald si sente male al Madison. Morirà, con ancora negli occhi le giocate del figlio, sulla strada per l’ospedale. 

La parabola discende, precipitevolissimevolmente. Quand’anche Mike D’Antoni lo scarica mettendolo fuori squadra, Stephon non ha altra alternativa a quella della porta d’uscita e deve lasciare le “mille luci”. Per lui sembra proprio farsi buio, pesto.

Dopo un breve e anonimo passaggio a Boston, Marbury appare sempre più in bilico sull’orlo di un abisso che oltre all’aspetto professionale sembra sul punto di inghiottire anche la sfera personale. È l’estate 2009 quando uno Stephon – invero in grande anticipo sull’uso dei social media – si riprende in una diretta streaming di svariate ore, dove tra comportamenti sconnessi, crisi di pianto, soliloqui indecifrabili, appare essere ad un delicato snodo della propria esistenza. Anni dopo ammetterà di essere caduto, in quel periodo, in una profonda depressione, accompagnata da terribili pensieri suicidi.

L’NBA, il mondo intero, non sono ancora pronti a ragionare sui legami tra malattie mentali e sport, non sono ancora pronti per comprendere quanto possa essere vulnerabile un atleta professionista specialmente se ha passato la gran parte della sua vita su un roller-coaster di vicende e di emozioni come quelle vissute da Stephon. Ed è così che il nostro, invece di passare per un essere umano da capire, diventa ancora più vittima del dileggio esterno. Come càpita di frequente agli anticipatori incompresi.

Poi, come spesso non succede, a volte neanche nelle favole, il colpo d’ala.

Per una serie di inaspettate vicende, prende corpo l’avventura in Cina. Tutto nasce da un contatto con un agente locale. La titubanza, prima, la curiosità poi, la grande intuizione infine che questa esperienza potrebbe risollevarlo sia moralmente che sportivamente e Marbury ritrova la sua dimensione, lontano dalle ansie di una Lega che lo ha ripudiato, da una città che lo ha abbandonato. Nel campionato Cinese Stephon torna Starbury e soprattutto ritrova l’equilibrio.

Non subito, non tutto d’un fiato, come spesso gli era capitato nella vita “precedente”. Stephon parte con un approccio soft, mentre il pubblico orientale lo accoglie subito con entusiasmo. Quell’entusiasmo che diventa benzina per far ripartire un motore ingolfato. Così nei primi anni Stephon ritrova la fiducia e ricomincia da dove aveva lasciato, guadagnando premi personali inizialmente. Poi con l’arrivo ai Beijing Ducks viene catapultato in una dimensione nuova e inedita per lui, di uomo squadra, di condottiero, di colui che con l’esempio spinge tutto un movimento verso la vittoria.

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Con i primi titoli di squadra – alla fine saranno in tutto tre – arriva l’incontrastata venerazione di un popolo che vede in lui un atleta capace di adattarsi alle nuove sfide e un uomo voglioso di comprendere quello che gli gira attorno. Un atteggiamento mai visto dai locali in uno sportivo straniero, un atteggiamento insospettabile da parte del “vecchio” Marbury.

Nel 2018, a quarantuno anni, Stephon Marbury decide che è giunto il momento di dire addio al basket giocato. Non al mondo della pallacanestro, non alla Cina, dove resta come allenatore, un bel modo per ripudiare la fama dai anti-coach.

Da lì a poco arriverà la pandemia a cambiare i destini del mondo, non quelli di Marbury, da sempre – anche nei periodi più difficili – impegnato nel sociale, attento alle istanze del mondo dal quale proviene, dell’ambiente nel quale è cresciuto. Si mette così al lavoro per portare, tra la sua gente dei ghetti, mascherine a basso costo per chi non può permettersele, come un tempo faceva con la sua linea di scarpe ultra-economiche.

Lo Stephon Marbury che non si dimentica da dove è venuto. Once a Starbury always a Starbury. Oppure il Jesus di Coney Island, se preferite.