L’esperienza di Datome in NBA è stata tutt’altro che indimenticabile. Eppure Gigi ne ha saputo trarre insegnamenti preziosi per trasformarsi in uno dei migliori giocatori d’Europa, grazie soprattutto alla sua cultura cestistica e alla sua mentalità.

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«Col senno di poi è facile cambiare idea. Eppure se tornassi indietro rifarei la stessa scelta. Sapevo che sarebbe stato difficile: è stata ugualmente un’esperienza splendida.» 

Il tono è lucido, per certi versi amaro, per altri sereno. Non sono parole facili: da una parte c’è la consapevolezza di quello che, all’atto pratico, è un fallimento; dall’altra la certezza che da questo stesso “fallimento” rappresenti comunque una pietra miliare. Luigi Datome pronuncia queste parole appena rientrato da Boston, nella sua amata Olbia. In attesa di definire quello che sarà il futuro della sua carriera.  

Ma come si può sintetizzare la sua parabola negli Stati Uniti, in NBA? Forse potremmo farci guidare da quello che ha detto di lui l’ex coach dei Celtics, Brad Stevens, suo allenatore nel 2015:


 «Penso che sia davvero un buon giocatore. Come gli ho detto l’altro giorno è il nostro miglior tiratore. Ha giocato bene diverse partite, dandoci una mano a vincerle, poi magari in qualche altra è rimasto in panchina. Ma ha sempre incitato la squadra, nessun parola fuori posto. È sempre pronto, lavora al massimo, a un livello a cui tutti dovrebbero aspirare.»

– Brad Stevens, Boston Celtics

In queste frasi c’è tutto Gigi: talento cestistico, umiltà, grande professionalità… ma anche, Oltreoceano, poche presenze in campo.

Facciamo un passo indietro. Il suo arrivo negli States – in particolare in quel di Detroit – coincide con l’estate del 2013, nella piena maturità dei suoi 26 anni. Dopo una stagione fantastica con la Virtus Roma, marchiata da una finale Scudetto e il titolo MVP della Regular Season.

Non è un giocatore da appariscenti statistiche, non ha bisogno di prendersi troppi tiri per essere decisivo. Eppure, quando le sorti della partita sono governate dall’incertezza, la sua produzione offensiva cresceva sempre, regolarmente. Datome c’è. Sempre.

Questo però accade in Europa. Dall’altra parte dell’Oceano è un’altra storia.

Il capitano della Nazionale fa il suo esordio in NBA contro i Washington Wizards, respirando così per la prima volta l’emozione di un parquet a stelle e strisce. Una magia… che dura soli 19 secondi. Dopo il match twitterà: «Parafrasando Armstrong: pochi secondi per un giocatore NBA, un’eternità per un sardo!!!».  (Neil Armstrong, il primo uomo sbarcato sulla luna, disse: «Questo è un piccolo passo per un uomo, ma un grande balzo per l’umanità»).

A Detroit ha fin da subito problemi fisici evidenti a causa di un infortunio al piede rimediato con la Nazionale, di cui come detto è capitano dal 2013, grazie al suo carisma e alla sua leadership dentro e fuori dal campo. Risultato: con i Pistons niente Pre-season e durante la stagione regolare vede il campo con estrema irregolarità. La prima stagione in NBA oscilla tra il rammarico di non aver fatto di più e l’emozione di un palcoscenico sognato fin da bambino e incredibilmente diverso dal nostro:

«Lì una sconfitta viene vissuta molto alla leggera dai tifosi. A guardare bene un motivo c’è: sono felici perché dal soffitto cadono delle pizze omaggio con dei paracadute».

Un’idea di gioco-intrattenimento super spettacolarizzato, così lontana dalla sua focalizzata su un unico obiettivo: migliorare, competere, vincere.

Datome ripete spesso di essere deluso dello scarso minutaggio, e non farà mistero nel tempo della sua frustrazione per il non-rapporto con coach Van Gundy, ma allo stesso tempo sa che ha avuto la possibilità di confrontarsi con il campionato più competitivo del mondo.

La stagione successiva (2014/15) è quella della rivoluzione in casa Pistons e del cambiamento per l’ex Virtus. Detroit rinuncia definitivamente a puntare su di lui e lo costringe addirittura a scendere in D-League: una sistemazione provvisoria, quasi una stanza d’albergo nella quale posare le valigie e dormire – male – in attesa di una fissa dimora. Dopo poche partite in Development League – dove porta la sua squadra in finale del torneo, mettendo in mostra le sue qualità – Gigi torna nel roster dei Pistons, ma è già pronto alla rottura di un matrimonio mai realmente cominciato con la squadra del Michigan. E così il 19 febbraio, alla trade deadline, parte verso il Massachusetts: destinazione Boston Celtics.

La franchigia è in una fase di rifondazione che ha poco a che fare con i fasti del (recente) passato, complice lo smantellamento del nucleo del titolo 2008 e delle Finals del 2010, con Ray Allen ormai ritiratosi dalla scena, Garnett in maglia Nets e il duo Pierce-Rivers a Los Angeles (sponda Clippers). Al posto di quest’ultimo sulla panchina arriva il trentaseienne Brad Stevens, reduce da due finali NCAA con Butler University.

Quell’anno Gigi a Boston sigla 18 uscite in maglia numero 70 (numero scelto in onore della sua prima squadra, Santa Croce Olbia ’70). Al TD Garden diventa subito un personaggio di culto, per il suo look e alcune sue abitudini viste come “strane” agli occhi degli americani, una su tutte il fatto che si conceda un caffè espresso prima di ogni gara, anziché le consuete bevande energetiche. Chiude la Regular Season giocando una partita da titolare contro i Bucks, realizzando 22 punti, il suo career-high personale; ma questo è anche il suo reale addio alla NBA, perché ai Playoffs giocherà molto poco e i suoi Celtics usciranno al primo turno contro i Cavs di LeBron James.

«Quest’estate sarò free agent. Cercherò come sempre di fare la scelta migliore per la mia carriera, ascoltando ogni proposta e valutandola con estrema attenzione, da qualunque parte essa arrivi.»

Si chiude così l’anno più caotico della sua carriera. La stagione successiva compirà il percorso inverso, trasferendosi in Turchia per vestire la maglia del Fenerbahçe, e per calcare con più continuità i campi da basket, con un ruolo da protagonista. E così sarà: nel maggio 2017 contribuisce enormemente alla “nona sinfonia” – nono titolo europeo – di Zeljiko Obradovic, che tanto aveva premuto per averlo a Istanbul. La vittoria in finale di Eurolega contro l’Olympiacos rappresenta anche una storica prima volta per la Turchia. Finalmente Datome può alzare un trofeo che può sentire legittimamente suo, giocando e andando regolarmente in doppia cifra. È la sua definitiva consacrazione a livello europeo.

Perché allora in America non ha trovato abbastanza spazio? Pur essendo un elemento senz’altro apprezzato per doti fisiche, di tiro e per l’approccio caratteriale, Datome non è riuscito a raccogliere quanto sperava in una lega nella quale sia atleticamente che tecnicamente non aveva probabilmente i mezzi per imporsi, nonostante le sue tante qualità viste e apprezzate in Italia e in Europa per anni.

Dopo aver raggiunto il tetto d’Europa, comunque, Datome si è sempre detto soddisfatto dei suoi anni negli Stati Uniti: è impossibile del resto, almeno dal suo punto di vista, non uscire appagati dopo un’esperienza in NBA. Anche se breve. Gigi valuta questa avventura con molta lucidità e positività; quella stessa la positività che non lo hai mai mollato anche nei momenti più difficili.

«Di sicuro l’esperienza negli Stati Uniti mi ha fatto diventare un giocatore più fisico e veloce in certe situazioni di gioco. Dal punto di vista mentale non do più per scontato il fatto di giocare a basket. Ricordandomi la nostalgia per il campo, provata tutte le volte che rimanevo fuori, oggi la prendo in un modo diverso: mi godo ogni minuto in campo».

Insomma, senza l’esperienza in NBA, Datome non sarebbe quello che è diventato. Più maturo e più forte psicologicamente: uno dei migliori d’Europa. E proprio per questo Obradovic, il Phil Jakson europeo come lo definisce lui stesso, lo ha scelto nel 2015 per fare la storia.

«Gigi è molto più importante di quello che si vede: sembra un giocatore della vecchia generazione, un leader. È un personaggio straordinario, umile nell’approccio, ambizioso nelle motivazioni. Sempre con un’incredibile etica di lavoro. Lo adoro anche come persona: è un esempio per tutti. Sono felice di averlo nello spogliatoio per come migliora i compagni, li aiuta e parla con i giovani e i nuovi arrivati.»

E’ in questa sua dimensione di spessore internazionale che emerge una volta per tutte – in Turchia e poi al rientro in Italia, all’Olimpia Milano (con cui chiuderà la carriera da assoluto protagonista nella vittoria dello Scudetto 2023, in finale con Bologna) – la sua esperienza americana. Certo, il tutto nasce anche da profonde riflessioni e grande ricettività in merito: non tutti i giocatori sono in grado di fare un salto di qualità dopo una fase complicata della propria carriera.

Quello di Datome in Europa non è stato un ritorno, ma un nuovo inizio. L’inizio di un altro lungo viaggio, che lo ha portato a togliersi tante altre soddisfazioni e a ritirarsi da capitano e simbolo della Nazionale italiana.