Haliburton, la certezza Carlisle, la sapienza di Larry Bird: come gli Indiana Pacers sono alle Finals dopo 25 anni

FOTO: Dallas Morning News

Non è una sfida normale quella tra Indiana Pacers e New York Knicks. Ha tutti gli stilemi vintage della Eastern Conference più europea, vendette covate nell’irrilevanza per un quarto di secolo. Ma anche la classica divisione – oggi più che mai rilevante – tra la metropoli atlantica per eccellenza e il granaio dell’impero, la tanto decantata Rural America. Senza scomodare Hemingway e Steinbeck, a chiunque abbia visto due partite della disfida, non sarà sfuggito il glam irraggiungibile del Madison e come sia diverso dal Field di Indianapolis, con tanto di mostra equina nell’intervallo. 

Ad aggiungere pepe al tutto, la crew di TNT è stata premiata dal fato per la scelta di Reggie Miller come seconda voce, il quale nonostante trascorsi turbolenti e puntualmente riproposti dato che la storia non si ripete ma a volte fa rima, ha saputo mantenersi all’incirca neutrale. Almeno nel corso dei 48 minuti. 

Una questione di appartenenza

Non è facile essere un tifoso nel Great State of Indiana. I Colts, squadra di football, nonostante Manning hanno subito da vicino l’era Brady, hanno salutato tra le lacrime per i troppi infortuni il talento cristallino di Andrew Luck quasi 10 anni fa, e da allora stanno cercando di riprendersi. 

Come suggerisce il nome della franchigia NBA – Pacers letteralmente si traduce in battistrada – anche l’automobilismo da queste parti ha il suo peso. La storica 500 Miles di Indianapolis nel 2001 venne interrotta per troppa pioggia. Lo stoppage della gara superò per share televisivo il finale di stagione dei Sopranos, show tutt’oggi imprendibile per vari aspetti. 

Eppure, la religione di questo stato quasi completamente agricolo, fondato da coloni tedeschi e scandinavi prima, irlandesi e italiani dopo, è la pallacanestro. In particolare quella collegiale, tipica della province, unita ad una tradizione liceale paragonabile solo a quella del vicino Kentucky: fino al ’97 a questo livello non c’erano divisioni di categoria, e le storie – spesso romanzate – avevano spesso un tocco disneyano. 

La nobiltà da parquet di chi scrive a bordo campo “We grow basketball here” si è cristallizzata negli anni ’80 con Larry Joe Bird, stella dell’olimpo celtico in quel di Boston, ma per tre anni eroe di Indiana State University. Erano altri tempi, si stava tanto al college, e Larry Legend passò anche l’anno da sophomore fermo, a lavorare per la nettezza urbana. Il motivo fu il contrasto insanabile con un’altra leggenda locale, coach Bob Knight. 

Padrone di casa nell’arena degli Indiana Hoosiers dal 1971 al 2000, è l’ultimo ad aver concluso una stagione da imbattuto, a data 1976, uno dei suoi tre National Championships. Un personaggio autoritario, di un’altra epoca, o comunque sui generis. Ad oggi è in pensione, mentre l’eterno #33 dei Boston Celtics è un consulente del Gm Kevin Pritchard. A detta di chi è nella sua sfera, molto ascoltato. 

Questo ateneo è di netto l’istituzione più riconosciuta ed amata dello stato. Anche il nome della squadra è profondamente radicato nella comunità, e come in tutti gli States la sua origine è dibattuta. Il racconto migliore – considerando anche che non c’è motivo di rovinare una bella storia con la verità – è che sia una corruzione di whose ear?, domanda che a quanto pare erano soliti porre le forze dell’ordine dopo che i ceppi etnici sopracitati, non esattamente amici a prima vista, si erano scambiati le rispettive opinioni. 

Deve ormai essere chiaro come dal 1976, anno di fondazione dei Pacers, nessun free agent di grido abbia scelto di firmare ad Indianapolis. Ciò è aggravato anche dalla sorte, dato che i gialloblù sono anche tra le poche franchigie a non aver mai scelto per prime al draft. Ebbero comunque l’occasione di mettere il loro cappellino sui dreads di Kawhi Leonard, ma poco dopo aver sfoggiato il solito sorriso di cuore, il nativo di Compton fu mandato a San Antonio in una scambio incentrato sul buon George Hill. Lui e PG13 si ritroveranno comunque ad LA. 

Come ci tengono a ricordare però, loro la pallacanestro la coltivano, quindi le emozioni sono arrivate comunque, paradossalmente grazie a due californiani, separati da circa due decadi: il già citato Reginald Miller e Paul George. Uno alle Finals ha dovuto alzare bandiera bianca contro la premiata ditta Shaq & Kobe, l’altro è stato scambiato – per sua scelta – in direzione OKC dopo che l’approdo alla terra promessa era stato negato a più riprese dalla Miami di LeBron & Wade. Curiosamente, non si vedeva un duo offensivamente prolifico come Brunson e Towns proprio dai tempi dei due Laker. 

L’architetto: Rick Carlisle

Insomma, il punto è uno: tradizione e cultura sono alla base, ma nel professionismo se non sei attrattivo tutto si complica. Ciò non ha mai spaventato Rick Carlisle, già autore di quello che secondo molti, pound per pound, è il titolo più pesante e difficile di sempre: i Dallas Mavericks del 2011, che nell’ordine mandarono a casa i Lakers campioni, la tremenda Oklahoma City di Durant e Westbrook e la prima spedizione dei Big Three a Miami. 

Il nativo – ironicamente – dello stato di New York ha scelto una piazza dove avrebbe avuto tempo e chiavi in mano. Partendo dal fondo di una Eastern Conference non irresistibile, ha giocato a primavera inoltrata anche nella scorsa stagione, con tutta la fiducia necessaria per un’impresa di questo tipo in provincia.

Nel 2022 i Pacers trasformano il lascito di Paul George – arrivando prima degli altri sul valore assoluto dei due, tre anni fa ancora in discussione – per Tyrese Haliburton e Pascal Siakam. Il primo sollevava dubbi difensivi e Sacramento pensava togliesse spazio a De’Aaron Fox, il secondo era già stato fondamentale nel titolo 2019 in Canada. Queste mosse si aggiungono alla terza – non più così comune per un marginal All-Star – l’estensione di Myles Turner. Aggiungendo pick pienamente azzeccate come Nembhard, Sheppard e Mathurin alla trade in pieno saldo per Toppin, si può passare dal tanking al contending in tre stagioni. Ma non è per tutti, soprattutto con solo il sedicesimo payroll della lega. La luxury tax infatti, rimane appunto un lusso da big market. 

Carlisle si conferma una delle più raffinate menti offensive in circolazione, già nell’esperienza texana aveva dovuto compensare col sistema a roster non esattamente lanciafiamme, e la sua Indiana è in grado di limitare l’elemento volatile e volubile del gioco moderno, risultando al contempo quella col ritmo più alto. La squadra con più canestri da assist nei Playoffs, ma anche quella con meno palle perse. Un capolavoro fondato sul continuo movimento in cerca del mismatch, con set di blocchi e ricezioni interne ben distinti in base a quanto si legge sul cronometro di tiro. 

Haliburton, il prodotto di Iowa State e il motore di questa Tesla, ha descritto lo stile del suo allenatore come organized chaos: un attacco irrefrenabile in transizione, capace a gioco rotto di rimontare in breve tempo ogni svantaggio facendo piovere triple dall’arco o di rimanere in partita con i post-up (c’è ancora chi lo usa!) di Turner o di Siakam. Durante la regular season, i Pacers si sono classificati sesti per tiri dal mid-range, ventesimi per triple e nella stessa posizione per le conclusioni al ferro. L’idea di assoluto equilibrio però è confermata dalla percentuali in queste categorie, top 10 in tutte. 

Da considerare anche come per volume offensivo Indiana non abbia un accentratore come, noblesse oblige, Shai Gilgeous-Alexander. Si notava già in regular season, ma in questi Playoffs è stato chiaro come ad una giornata storta di Haliburton c’è più di un effettivo in grado di compensare, di sistema, esattamente come si è detto per una decade dei San Antonio Spurs. 

Se il lavoro di Carlisle ha la sua epitome in Myles Turner, ormai stabile poco sotto del 40% dall’arco e in grado di fare letture che qualche anno fa sembravano lontane dal suo gioco, il successo in post-season è dovuto anche all’esplosione del pretoriano Nembhard, il quale sta tirando molto meglio che in inverno da tre. Stesso discorso – dato che almeno in questa serie si è deciso molto su questo fondamentale – per le percentuali da lontano di Siakam. Era l’ultimo passo per l’ex Raptors, che avrà anche iniziato a giocare a 15 anni, ma ha abbondantemente recuperato il tempo perso dietro al pallone da calcio in Camerun. 

Se tutto ciò possa essere abbastanza per battere i Thunder, non è dato saperlo. Per la prima volta in questi Playoffs Indiana avrà davanti una squadra abituata al suo ritmo, che sa portare come loro tanta pressione sul perimetro e costringere a decisioni difficili giocatori non abituati a farlo. 

Turner potrà essere un problema per Holmgren? Mark Daigenault può fare il passo successivo in ordine all’attacco a metà campo contro le diverse pressioni di Carlisle? I Pacers manterranno queste percentuali, dato che quelle di OKC sono circa quelle che ci si aspettava? E poi il giro di marcature su Shai, la difesa del pitturato contro Siakam, i temi non mancano. Diffidate da chi rimpiange i big market. Al basket rurale non manca nulla.