
La “love story” principale di questa sessione di mercato, quella fra Jimmy Butler e i Phoenix Suns, sta ottenendo forse più risonanza mediatica di quanto meriterebbe. Non perché il livello di drama non sia avvincente, anzi: è stato divertente leggere le risposte di Bernard Lee, l’agente del giocatore, a un mostro sacro di ESPN come Shams Charania, o addirittura vederlo bloccare Evan Sidery di Forbes dopo svariati altri report sull’argomento, per poi dover fare dietrofront dopo la rottura pubblica fra il suo cliente e i Miami Heat. Ecco, anche i modi hanno ampliato e non poco la portata della questione, con le dichiarazioni in conferenza stampa di Butler – praticamente un desiderio di addio palesato ai microfoni – e la seguente sospensione da parte della dirigenza, con annessa ammissione di ricerca attiva di uno scambio. Il tutto, poche settimane dopo che Pat Riley aveva saldamente asserito che non avrebbero in alcun modo scambiato la propria stella veterana. Absolute Cinema. Non si intende svalutare tutto questo circo, parte integrante (e che funziona) dello showbusiness NBA, ma semplicemente bisogna essere razionali: vedere Jimmy Butler con una canotta dei Phoenix Suns entro la trade deadline è molto, molto difficile. Anzi, quasi impossibile. Ancora, per non fraintendere, non perché non esista interesse fra le parti – le quali, al contrario, non potrebbero volersi di più, stando ai mille report di questi giorni – ma perché dal punto di vista pratico è davvero tutto troppo complicato. Almeno, entro febbraio, quando il mercato di questa stagione chiuderà. E i motivi sono molteplici, racchiusi in 3 macro-categorie:
1. il nuovo CBA
La questione si complica a causa delle limitazioni derivanti dal nuovo Contratto Collettivo (CBA), che ha introdotto anche il secondo apron (dividendo così in primo e secondo), ulteriore soglia salariale che può essere superata ma non senza essere penalizzati in eventuali scambi e firme. La situazione illustrata da uno dei massimi esperti di salary cap come Keith Smith è la seguente:
Gli Heat si trovano: $13.6 milioni sopra la soglia della luxury tax, $8.2 milioni oltre il primo apron, $1.6 millioni sotto il secondo apron. È importante notare che gli Heat non sono limitati (hard capped) né al primo né al secondo apron [livelli salariali che portano a restrizioni, il secondo figlio del nuovo CBA, ndr]. Ciò significa che Miami può aggregare giocatori in scambi, a patto che il risultato finale li veda rimanere sotto il secondo apron. Tuttavia, poiché gli Heat sono ben al di sopra del primo apron, in un affare non possono ricevere in stipendi più di quanto mandino, perché ciò farebbe scattare l’hard cap del primo apron. Questi fattori saranno cruciali da tenere a mente nel momento in cui si mettono insieme le possibili opzioni. La trattativa di Phoenix per Jimmy Butler è complicata perché i Suns sono talmente al di sopra del secondo apron che non riescono più a vederlo (31.5 milioni di dollari in più). Ciò significa che Phoenix non può ricevere in stipendi più di quanto ne spedisca e non può nemmeno aggregare stipendi in uno scambio. Ciò significa che qualsiasi scambio che porti Butler ai Suns deve mandare Bradley Beal, Devin Booker o Kevin Durant a Miami. Non c’è altro modo per far funzionare l’affare. I Suns non possono aggregare gli stipendi nelle trade, quindi devono mandare uno dei “Big Three” agli Heat. Tuttavia, ogni giocatore di questo trio guadagna più di Butler. Dato che gli Heat hanno già superato il primo apron, non possono riprendere nemmeno un dollaro in più di quanto guadagna Butler in un accordo diretto. Anche i Suns non possono riprendere più stipendio di quanto ne mandano, quindi anche solo un giocatore con lo stipendio minimo rende difficile l’operazione.
Quindi, come sarebbe possibile un affare? Smith propone uno scambio che vedrebbe Jimmy Butler approdare a Phoenix assieme a un minimo salariale come Josh Richardson o Alec Burks (meglio il primo per Miami, che si toglierebbe lo stipendio più alto dei 3); gli Heat, invece, riceverebbero Bradley Beal. Sebbene gli stipendi combinati in arrivo da Miami sarebbero pari a una cifra superiore a quella guadagnata dall’ex Wizards, rendendo l’operazione apparentemente impossibile per i Suns, Smith spiega che si tratterebbe di strutturare lo scambio sponda Phoenix come: trade Butler – Beal, legittima dato che il primo ha uno stipendio più basso del secondo; acquisto di un minimo salariale tramite la “minimum exception”, utilizzabile in scambi di questo tipo.
Abbastanza ovvio, in ogni caso, che serva uno fra Beal, Booker e KD, e ovviamente i milioni di rumors di queste settimane sono andati a parare esattamente sul primo, il più sacrificabile per Phoenix. Ecco, forse troppo sacrificabile.
2. Bradley Beal non è facile da scambiare (e non interessa a Miami)
Le problematiche dell’inserire l’ex Wizards in uno scambio sono molteplici. La più grande, come si sarà capito, riguarda lo stipendio: $50 milioni in questa stagione, $53.6M in quella dopo e $57.1M in quella dopo ancora. Il che introduce alla seconda, legata alla produzione. A parte il fatto che si tratti di un 31enne con problemi cronici di infortuni, crollato fisicamente nelle ultime stagioni, la produzione è molto ridotta – 18 punti e 3 assist scarsi con il 57.8% di true shooting, media della Lega. Non proprio il rendimento che ti aspetti da un massimo salariale, il quale soprattutto è un minus ambulante nell’altra metà campo, tanto che il suo on/off net rating (differenza fra quando è in campo e fuori per 100 possessi) è il peggiore della squadra, ben -11.1. Nei 1703 possessi giocati dalle lineup senza di lui, i Suns sono +3.2 per 100 possessi, e il quintetto più usato (147 possessi) ha un net rating di +33.9, massimo percentile. Insomma, giocatore “anziano”, che gioca male e strapagato. Come se non bastasse, si tratta anche dell’unico della Lega assieme a LeBron James titolare di una “no-trade clause”, clausola contrattuale che permette di porre il veto su qualunque scambio. La mossa strategica da parte dei Suns di retrocederlo in panchina per innervosirlo sembra anche funzionare, stando alle ultime dichiarazioni (“Io sono un titolare in questa lega. Ne sono fermamente convinto. Non voglio mancare di rispetto a nessuno, ma sono un titolare.”), ma non è abbastanza. E nonostante John Gambadoro, autorevole insider di Phoenix, abbia parlato QUI di disponibilità da parte del giocatore di rinunciare alla clausola per destinazioni come Los Angeles, Miami o Denver, nelle ultime ore è arrivata la smentita dell’agente Marc Bartelstein, riportata da Brian Windhorst:
Bradley Beal e il suo agente non hanno parlato di rinuncia alla clausola di non scambio e il suo unico obiettivo è aiutare la squadra a uscire dalla recente crisi, ha dichiarato l’agente Mark Bartelstein a ESPN.
“Non ci sono state discussioni su scambi con i Suns o con altre squadre”, ha detto Bartelstein – “Bradley è totalmente concentrato sull’aiutare i Suns a risollevare le sorti della squadra”.
Bartelstein ha detto che Beal, che ha ancora due anni e 110 milioni di dollari nel suo contratto dopo questa stagione, non rinuncerebbe mai alla clausola che ha ottenuto quando ha firmato un contratto di cinque anni e 251 milioni di dollari con i Washington Wizards nel 2022.
Bartelstein non ha escluso la possibilità di rinunciare alla clausola per un accordo approvato, come fece Beal nel 2023 quando fu ceduto ai Suns, se si presentasse una situazione “perfetta”. Ma questa azione non è attualmente in esame, ha ribadito Bartelstein.
E se proprio volessimo andare oltre tutto questo, ipotizzando che l’ex Wizards accetti lo scambio, fonti autorevoli come il Miami Herald e molte altre riportano del mancato interesse da parte dei Miami Heat a ottenere Bradley Beal in uno scambio. Legittimo, se si esaminano soprattutto le cifre gargantuesche del suo contratto in relazione al rendimento, ma anche gli asset molto limitati a disposizione dei Suns. Questi ultimi possono scambiare solo una first-round pick, la 2031, mentre hanno a disposizione un paio di second-round pick da Denver (2026, 2031) e la loro del 2031. Fine. Considerando che Beal si pone come asset enormemente negativo al momento, che già di per sé per essere anche solo scaricato a qualche franchigia disposta ad assorbirne il contratto richiede l’inclusione di Draft capital, non è sicuramente abbastanza per convincere Miami. Non perché Butler abbia chissà che valore al momento – la player option a fine anno mette anche una certa fretta agli Heat, che potrebbero perderlo a 0 – ma perché qualunque pacchetto con più role player, o comunque contratti con il mix meno pesanti/più brevi, ha più valore di quello che hanno da offrire i Suns. La sola speranza consiste nell’arrivo di una terza squadra a facilitare ex machina, come potrebbero essere i Detroit Pistons, secondo quanto riportato vagamente e confusamente da Gambadoro, o nel potere esercitato dallo stesso Butler.
3. Jimmy Butler non offre garanzie a nessuno
Allora, c’è uno scenario in cui Jimmy Butler finisce a Phoenix: Bradley Beal accetta lo scambio, togliendo la clausola, e si fanno quadrare tutti i conti; Butler esercita un braccio di ferro su Miami, urlando in faccia a Pat Riley che intende rinunciare alla player option in estate e andarsene a 0 se non verrà scambiato entro la trade deadline; nel frattempo, il suo camp continua ad avvisare e a diffondere voci per vie traverse che qualunque franchigia che non siano i Suns verrà abbandonata da Butler a fine stagione per testare il mercato dei free agent, trasformando la mossa per le altre 28 squadre in un noleggio di pochi mesi. Questo è il solo stratagemma grazie al quale il 36enne di Miami potrebbe arrivare in Arizona, in parte già messo in atto, dal momento che Memphis Grizzlies e Milwaukee Bucks sarebbero stati avvisati di non fare proposte per il giocatore, pena perderlo a fine stagione (i dettagli QUI). Il potere di Butler risiede nel possedere da contratto una player option da $52.4 milioni per la prossima stagione, che potrebbe rifiutare per testare il mercato dei free agent in estate; di conseguenza, diventa estremamente importante per le squadre poter avere quantomeno la certezza di poter collaborare con il giocatore per un rinnovo, in modo che non si tratti di un semplice noleggio per metà stagione. Una situazione simile, per rendere l’idea, a quella di Kyrie Irving dopo il passaggio dai Nets ai Mavericks, che ha portato nell’estate 2023 a una ri-firma con i Texani da parte del giocatore dopo aver esplorato la free agency. I Bird Rights davano garanzie ai Mavs, ma ovviamente nulla era dato per certo, e lo stesso vale per Jimmy Butler. Questa strategia rischia però di rivelarsi un’arma a doppio taglio anche per i Suns, dal momento che i primissimi report di Shams Charania accennavano al fatto che l’intenzione di Butler fosse quella di rinunciare in ogni caso alla player option per testare la free agency, indipendentemente dalla destinazione. Sebbene esperti come Windhorst abbiano dichiarato che Phoenix sarebbe disposta a offrirgli tutto quello che vuole per rimanere oltre, diciamo che lo storico di uscite turbolente di Butler dalle sue ultime franchigie (Minnesota Timberwolves, Philadelphia 76ers, ora Miami Heat) lo rende una mina vagante. Il suo contratto non offre garanzie, la sua recente condotta non offre garanzie, la sua età non offre garanzie e non lo fanno nemmeno le recenti prestazioni, dato che il suo rendimento nella passata stagione è stato a dir poco altalenante (a causa anche di problemi personali) e influenzato in questa dalla volontà di andarsene. Per quanto si leggano dichiarazioni d’amore, spiattellate ovunque dai numerosi insider NBA, da parte di Jimmy Butler per i Phoenix Suns, chi promette a questi ultimi che non perderanno comunque il giocatore a fine stagione? Magari perché ha voglia di chiudere la carriera a Houston, vicino casa, o perché Giannis Antetokounmpo lo ha invitato a firmare al minimo salariale promettendogli un titolo – con Damian Lillard, tra l’altro, vecchia fiamma di Butler e Miami. I Suns hanno lavorato anni per aprire questa finestra competitiva, per arrivare a Kevin Durant e a una terza stella, sacrificando tutti i propri asset, e, per quanto possa andare male, potrebbe finire perfino peggio se dovessero perdere Butler a 0 a fine stagione – da Beal, magari, con qualche scambio intricato si potrebbe ricavare qualche role player. Forse, anche per Phoenix, è meglio trovare prima qualche altra squadra per far funzionare una sign&trade, anziché prendersi un rischio così alto in una stagione che comunque sembra difficilmente raddrizzabile, Jimmy o non Jimmy.
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