Non esiste universo in cui il matchup che deciderà la prima eliminata dal Play-In Tournament possa rivelarsi noioso. Come mai? Scopriamolo insieme.

Heat contro Hornets alla prima del Play-In Tournament NBA.
FOTO: Inquirer.net

Nemmeno il tempo di realizzare che finalmente è arrivata la post-season, che è subito dentro o fuori. Gli Charlotte Hornets ospiteranno infatti i Miami Heat per quello che sarà un incontro già decisivo per una delle due: chi perde è eliminato, chi vince dovrà aspettare la perdente della sfida tra Philadelphia 76ers (7) e Orlando Magic (8) per giocarsi l’ottavo posto, ultimo utile per i Playoffs. Così funziona il Play-In Tournament, ultimo baluardo contro la noia dei finali di regular season ormai dal 2020.

Prima ancora di ogni altra sfida di questi giorni, inclusa quella tra Suns e Trail Blazers di stanotte per decretare la settima forza a ovest, questa si preannuncia spettacolare, per varie ragioni.

I Miami Heat su gara secca fanno paura

Vi ricordate il 2023? Miami che perde lo spareggio per il settimo posto, ma poi vince quello per l’ottavo, completando una run leggendaria fino alle NBA Finals poi perse contro i Denver Nuggets. Non c’è più Jimmy Butler, ma la squadra di Erik Spoelstra fa ancora molta paura su gara secca, considerando che è sempre uscita dal Play-In con un posto assegnato ai Playoffs, anche nelle problematiche edizioni 2024 e 2025.

Parlare di Heat Culture, se permettete, vorrebbe dire solo raccontare una bella favola, o comunque nascondere dietro un semplice fantoccio quella che è un’impostazione unica tra tutte le 30 squadre NBA. Miami è in un limbo totale, arriva sempre sull’orlo di scivolare fuori dalla carreggiata Playoffs, ma non si sa come poi riesce a salvarsi con una sterzata all’ultimo secondo. C’è adesso, nel retooling dopo l’addio rumoroso di Jimmy Butler, lo era nel 2023, quando ha comunque completato una cavalcata leggendaria con un roster atipico. Perché?

Perché, indipendentemente dagli interpreti, si tratta di una squadra non tanto con un’identità rigida, quanto con idee ben definite e flessibili, che si adattano di anno in anno al personale a disposizione. Prendiamo questa stagione: gli Heat hanno il pace più elevato di tutta la NBA, un ritmo di gioco forsennato che porta la squadra a giocare 103.4 possessi sui 48 minuti; dal 2020, non avevano mai superato il quartultimo posto per ritmo di gioco, assestandosi stabilmente tra le ultime tre per pace dal 2021.

Questo ritmo ha portato ad avere ben tre giocatori – Norman Powell, Bam Adebayo e Tyler Herro (per quel poco che ha giocato) – oltre i 20 punti di media, sacrificando la perfezione nella metà campo difensiva che aveva caratterizzato il lustro precedente – per la prima volta negli ultimi 5 anni, non solo Miami non ha una difesa top-10, ma è addirittura 22esima per punti di media concessi e 13esima per defensive rating.

Gli Heat hanno un obiettivo chiaro: vincere la guerra dei possessi, al costo di esporsi a transizioni o di lasciare canestri facili. E l’attacco è rivoluzionario, pieno di penetrazioni verso il ferro, o anche solo per mettere i piedi nel pitturato. Per drive, incursioni dal palleggio, Miami è primissima nella Lega a quota 60.8, generando praticamente da lì ogni tiro, con un’abbondanza di transizioni – 2° nella Lega per frequenza. Accumulando conclusioni nei primi secondi, cercando l’isolamento migliore o prendendosi un tiro apparentemente buono da subito, anche le palle perse sono poche, esponendo gli Heat alla corsa avversaria più da errori balistici, che non altro.

Ma soprattutto Miami ha eliminato il pick&roll. Non è solo all’ultimissimo posto NBA per l’utilizzo di questa soluzione, ma è distante anni luce perfino dalla penultima, i San Antonio Spurs: i texani arrivano a chiudere l’azione con un pick&roll in 13.9 casi di media a partita, ma i Miami Heat solo in 6.6, meno della metà. Una tendenza della quale abbiamo parlato a inizio stagione e nel dettaglio QUI, per chi ne ha curiosità, creando un paragone con i Grizzlies 2025.

Gli Charlotte Hornets sono on fire

Quello degli Charlotte Hornets potrebbe rivelarsi un vero e proprio miracolo. Dopo un inizio da 4-14, oppure da 11-23, se preferite, la squadra ha cambiato marcia precisamente a partire dal 22 gennaio. Tre mesi di assoluto fuoco, accumulando un record di 28 vittorie e 10 sconfitte, il terzo migliore in questo periodo. Sempre in questa span, la squadra di coach Charles Lee si è assestata come la 2° migliore per offensive rating e la 6° migliore per defensive rating, ottenendo un differenziale punti netto secondo solo a quello dei San Antonio Spurs – una contender.

Adesso, vincere due partite forse sembra uno scoglio troppo grande da scavalcare, ma l’ultima cosa a morire per Charlotte sarà l’entusiasmo. La squadra è giovane, e si esalta proprio nel momento in cui le cose cominciano ad andare bene. Nel corso delle loro vittorie stagionali, hanno superato gli avversari con un margine medio di 18.2 punti a partita, il più alto della storia NBA. Basta un tiro che entra e parte la striscia, anche perché gli interpreti sono di altissimo livello.

Kon Knueppel ha chiuso la regular season NBA con 273 triple a segno, LaMelo Ball con 272, la prima coppia di compagni di squadra a guidare la Lega balisticamente con il 1° e 2° posto da Stephen Curry e Klay Thompson. Knueppel, in particolare, è il primo rookie di sempre a chiudere una stagione al 1° posto per triple a segno, e con efficienza fuori dal normale: tra i giocatori con almeno 200 canestri da tre punti in stagione, solo Jamal Murray (43.5%) supera il 42.5% del giovane titolare degli Hornets.

Tutto il quintetto titolare, però, è equilibrato. Anzi, è senza mezzi termini il migliore di questa stagione NBA.

Perché sarà spettacolare?

Si tratta di due attacchi stellari e di due difese che sanno benissimo quali scelte prendere. Negli incontri giocati a marzo, un match è andato agli Heat, uno agli Hornets, e in generale per Miami il comune denominatore è stato l’assenza di giocatori chiave – tra i veri motivi per cui si sono ritrovati qui. In parole povere, non solo i canestri non dovrebbero mancare, ma si prospetta una gara equilibrata.

Tanto quanto imprevedibile. Il ritmo alto di Miami comporta la possibilità di generare tanti tiri, più di quelli avversari, che in caso di varianza positiva potrebbero regalare un exploit – magari non gli 83 punti di Bam Adebayo, ma un buon rendimento di squadra. La qualità offensiva degli Hornets, invece, ben si presta ad attaccare una difesa che da sempre tende a chiudere i gap e le linee di presentazione, a costo di concedere tiri sugli scarichi. Charlotte è molto creativa nel generare buone conclusioni, e se i tiri cominciano a entrare poi uno tira l’altro, “come le ciliegie” – 2° per frequenza di triple tentate, 3° per conversione.

E se invece i tiri non dovessero entrare? Allora significa che le difese avranno stretto qualche vite, e sarà una partita brutta e cattiva, dove però si correrà tanto, in piena linea con quella che è la pallacanestro dei Playoffs. L’unico timore è un blowout qualora una dovesse tirare molto meglio e l’altra invece molto peggio della media, ma anche in questo caso siamo sicuri che assisteremmo a dei quarti di altissimo livello e intensità. Proprio come, se non meglio di una Gara 7.


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