Ja Morant non è contento di una situazione che lui stesso si è creato, disgregando un sistema innovativo che stiamo vedendo anche a Miami.

Oggi parliamo di Ja Morant. O, meglio, della grande delusione provocata da Ja Morant. Anzi, meglio ancora, della delusione provocata da Ja Morant per aver distrutto con la propria voce un sistema di gioco, quello dei Memphis Grizzlies pre-allontanamento di Jenkins, innovativo e utile alla squadra per un capriccio personale – e senza comunque accontentarsi dell’alternativa.
La rottura tra i Grizzlies e Taylor Jenkins l’abbiamo già spiegata bene QUI, ma il succo è che in tutto il caos venuto a crearsi si è deciso di allontanare anche Noah LaRoche, assistant coach promotore di un attacco di squadra quasi del tutto privo di pick&roll che, per forza di cose, andava a penalizzare la produzione personale di un giocatore così esigente palla in mano come Morant in favore di un flow offensivo corale. Chiariamo questo aspetto, approfondito anche in QUESTO articolo.
Questo genere di guardia, definibile come “slasher”, un profilo atletico che vive di drive e scorribande a canestro, secondo la nostra modestissima opinione non ha futuro come opzione principale in questa NBA. Perché? Per i creator palla in mano richiede o uno skillset qualitativamente e quantitativamente più ampio, o l’eccellenza in uno o più aspetti del gioco, siano essi fisici (maggiore taglia), intuitivi (nel movimento e nei tagli senza palla) o difensivi, e Morant non è certo un mastino.
Il solo modo che ha Morant di creare vantaggio a difesa schierata è sul pick&roll, aggiungendo poi le classiche situazioni di transizione e semi-transizione. Il sistema di LaRoche ha rimosso traumaticamente la prima dimensione, costringendolo a ricevere palla più dinamicamente o a intraprendere letture di più alto livello a favore dei compagni.
E la cosa buffa è che lo stava pure facendo bene. Sembrava un Morant molto più in controllo del gioco, molto meno “testa bassa a penetrare”. Sembrava cioè aver in qualche modo accettato un po’ il ruolo assegnatogli, giocando moltissimo su ricezione dinamica e facendo pochi palleggi prima di penetrare. Soprattutto dopo il pick&roll non partiva forte cercando subito il contatto con il lungo, ma temporeggiava molto e mostrava mosse un po’ à-la-Chris Paul, dove rinculava un pochino sul difensore in attesa di alzarla al giocatore oppure scaricarla.
In transizione, inoltre, si sono intravisti passaggi veramente notevoli, e quel Morant a usage ridotto sarebbe potuto essere un’arma pericolosa.
Il problema è che questo “usage ridotto” non gli andava proprio a genio. A sua discolpa, diciamo che se entri nella Lega con le aspettative di una Superstar e fai la Superstar dal primo anno perché è quello che richiede un contesto come Memphis, un ridimensionamento in favore di giocatori come JJJ, Bane, Aldama e via dicendo ti risulterà necessariamente troppo stretto. Un peccato, perché quei Grizzlies per un po’ sono stati divertenti. Anche se l’idea di LaRoche non è morta del tutto.
L’unicità del (fu) sistema di Memphis, e la rinascita a Miami
Cosa c’era di diverso? Cosa dicevano i numeri? Coach Daniel, una superstar di YouTube per gli appassionati di tattica NBA, aveva predetto in tempi non sospetti, circa una decina di anni fa, che questo signore, Noah LaRoche, al tempo al Saint Joseph’s College of Maine, si sarebbe potuto rivelare l’architetto del futuro gioco NBA.
Lavorando da assistente sotto coach di Taylor Jenkins, non ha proprio eliminato, ma fortemente ridotto i pick&roll. La media di blocchi sulla palla nel 2025, l’anno scorso, era circa di cinquantacinque per cento possessi. Memphis ne portava trentatré prima del licenziamento, il dato più basso degli ultimi dieci anni. Ma quest’anno, a quanto pare, è stato estremamente surclassato in maniera tremenda dai dodici (!) di Miami. Per mostrare questo aspetto, perfetto il grafico di Thinking Basketball, altro canale di riferimento per gli appassionati NBA:

Cosa è cambiato a Miami? Ma ovviamente che LaRoche è divenuto il consulente di Erik Spoelstra, allenatore degli Heat. È un principio, alla fine, abbastanza semplice, cioè che nel basket moderno tutto quanto è concentrato sulle spaziature. Di conseguenza, più spazio aiuta anche giocatori meno capaci di giocare nel traffico a creare in uno-contro-uno.
Lo stesso portare un blocco in realtà porta con sé anche uomini, pertanto giocare in uno-contro-uno con il campo totalmente spaziato in realtà aumenta tremendamente le penetrazioni, e da 1946 ad oggi il tiro più efficiente resta e resterà sempre il layup. Non vuole dire che chi penetra di più vince di più, ma non si discute che chi crea gravity nei pressi del ferro se non altro ha più possibilità di generare buoni tiri.
Questo stile di gioco favorisce pertanto il flow offensivo della squadra, ma non dà largo spazio ai giocatori monodimensionali palla in mano, come appunto Ja Morant. Il quale, prima dei malcontenti di questa stagione, aveva in realtà fatto molto bene sottol la gestione di Iisalo nella prima porzione post-Jenkins, tornando a un’ottima produzione. La sua percentuale di possessi palla in mano era salita di nuovo dal 30% al 48/49%, realizzando 30 punti per 75 possessi e con un incremento di True Shooting%.
A dimostrazione del fatto che il calo di questa stagione non ha troppo a vedere con la pallacanestro giocata, ma puramente una questione attitudinale, a differenza di quanto invece accaduto nel sistema di LaRoche, dove era “penalizzato” dalle richieste:

Il problema è che l’attacco di Memphis dello scorso anno sotto Jenkins era top-3 della Lega, e non solo è sceso subito dopo, ma in questa stagione è il quintultimo dell’intera NBA. A risentirne, tra l’altro, è stata anche la produzione di Jaren Jackson Jr., regredito quest’anno a 16.8 punti a partita dopo un vero e proprio career-year.
Quando hai un giocatore così grosso (208 centimetri), con quel tocco e capace di mantenere sempre il baricentro equilibrato nonostante le leve lunghissime, aspetto che lo aiuta anche in penetrazione ad esplodere al ferro partendo dal basso, sembrerebbe il minimo cercare di tirarne fuori il massimo. LaRoche e Jenkins ci hanno provato, sotto Iisalo al momento è tutto diverso.
Un peccato, perché invece i Miami Heat stanno portando avanti questi concetti con enorme successo, ricalcando in tutto e per tutto la prima parte di stagione dei Mempis Grizzlies 2024/25:

E con questo parallelismo siamo giunti al termine di questa “introduzione” a una questione molto importante: l’evoluzione, specialmente offensiva, di una pallacanestro che va a scontrarsi con il mondo dei grandi creator palla in mano, che richiedono enormi quantità di tempo, palleggi e carico per produrre a livelli decenti, spesso con scarso successo ai Playoffs.
Una battaglia filosofica, tra stili totalmente differente, che però sta dando vita a esperimenti interessanti, sebbene circoscritti a determinate realtà. Quali? Per approfondire meglio l’argomento, potete recuperare questo video disponibile sul canale YouTube di Around the Game, dove abbiamo approfondito con clip montate ad hoc sia il sistema visto a Memphis, sia quello dei Miami Heat, collegandolo alla questione Ja Morant. Buona visione!