I Knicks puntano al bersaglio grosso, e “vincere aiuta a vincere”. E farlo così è ancora più importante, anche se è solo la NBA Cup.

Si ripete spesso che “vincere aiuta a vincere”, e nel caso dei New York Knicks non potrebbe essere più vero. La franchigia non vede un titolo dal 1973, e sebbene la NBA Cup non rappresenti un interesse primario per la maggior parte delle contender, rappresenta un assaggio di competizione nel coma cestistico della regular season da metà novembre in poi. Partite secche, contro rivali di Conference, e una finale equivalente a un elimination game. Non è la tensione o il logoramento fisico dei Playoffs, ma è l’unica cosa che vi si avvicini in questa parte dell’anno.
E New York ha bisogno di un aumento di intensità e soprattutto di certezze, anche perché la squadra ha cominciato la stagione ancora con il freno a mano tirato. La partenza di Tom Thibodeau, per quanto telefonata, ha condotto all’arrivo di un allenatore molto differente e molto più moderno come Mike Brown, il quale ha rimesso totalmente mano all’attacco dei Knicks.
Dalla creazione di isolamenti statici e ricezioni in post maggiormente incentrata su spaziature “fisse” e ricerca del mismatch, si è passati a una manovra a metà campo più dinamica, con un maggior numero di tagli o per finalizzare, o per aprire spazi in maniera attiva per le scorribande di Brunson o i tocchi interni di Towns. Ovviamente, per eseguire alla perfezione questi concetti serve tempo e tanta attenzione “scolastica” che ha irrigidito i Knicks nelle prime settimane.
Adesso, già da qualche partita, sembrano più sciolti, si vedono maggiori esecuzioni “freestyle”, improvvisazioni o letture maggiormente intuitive, ed essere arrivati con questo metodo a vincere la NBA Cup – in tutto questo, imponendosi come secondo migliore attacco della Lega – non può che infondere fiducia:
“La fase di apprendimento sta finendo in fretta” del Tweet qua sopra calza alla perfezione con questo momento, che deve rappresentare l’avvio della maturità dei Knicks verso i Playoffs. E delle conferme.
Tra le quali spiccano, e questa è un’altra grande differenza rispetto allo scorso anno, anche i role player. Sia chiaro, la produzione è sempre molto bassa, da terzultimo posto NBA – in attesa, comunque, del rientro di Miles McBride e Landry Shamet, due tiratori che stavano facendo benissimo nel sistema “motion” di Mike Brown – ma in questo inizio di stagione si sono intravisti molti esperimenti, mirando non solo a vincere le partite, ma sacrificando qualche possesso di quelle più abbordabili per capire come possano prendere forma le rotazioni definitive.
Alcuni esperimenti sono andati male, altri molto bene, come quello di abbassare il quintetto nel quarto periodo della finale di NBA Cup contro gli Spurs inserendo insieme Brunson, Tyler Kolek e Jordan Clarkson per alcuni minuti – questi due, tra l’altro, veri e propri eroi della partita. Assieme a Mitchell Robinson, anche lui protagonista di un cambio di rotazione, dal quintetto titolare alla panchina rispetto a inizio stagione, che sta pagando i dividendi – come ammesso dallo stesso Mike Brown, che ha riconosciuto il merito dei propri assistenti nel guidarlo a questa scelta. Se i risultati sono questi, ben venga per i Knicks:
E sebbene la Eastern Conference non sia “molto meglio di quanto la gente pensi”, come ha provato a convincerci Jalen Brunson, eletto tra l’altro MVP della Coppa, per i Knicks rappresenta un’ottima occasione di confermarsi contender anche di fronte al mondo NBA, mediatico e non.
Anche perché, nonostante l’inizio lento e la maggiore concentrazione sui trade rumors che circondano Giannis Antetokounmpo rispetto alle effettive prestazioni, la squadra ha un defensive rating positivo ormai da diverse gare, più o meno dal ritorno di Anunoby, nonché il secondo migliore attacco dell’intera Lega. Cifre valide per quello che è il 3° miglior net rating NBA, dato affidabile per valutare la qualità complessiva delle prestazioni di una squadra andando oltre il semplice record – buoni esempi sono Boston, Cleveland e Miami, che hanno un net rating da top-10 nonostante qualche sconfitta di troppo rispetto alle proiezioni, e che molto probabilmente porterà a maggiore stabilità aumentando il campione di partite.
Un conto, però, è leggere i numeri e mettersi a contare. Un altro è ottenere risultati tangibili da memorizzare per poter fare affidamento su un maggior numero di strumenti quando arriverà il momento. A questo serve la vittoria della NBA Cup, a trovare fiducia e certezze (un tema che abbiamo affrontato anche QUI). A questo serve per i Knicks, a capire che esiste la concreta possibilità di realizzare qualcosa di ben più grande, a entrare in contatto con quella sensazione, a trasformare la paura del fallimento in un anelare al successo.