Uno sguardo agli ultimi venti fallimentari anni di storia di una squadra diventata barzelletta della Lega e di come la folle passione dei propri tifosi sia ostaggio di un pessimo proprietario.

Al termine di un contropiede che farebbe invidia a molte squadre odierne, fatto di quattro passaggi e un solo palleggio, Ossie Schectman deposita a canestro i primi due punti nella storia della NBA – al tempo ancora denominata BAA.
È il primo novembre 1946 e la sua squadra, interamente composta da ragazzi nativi di New York e dintorni, finirà per sconfiggere i padroni di casa dei Toronto Huskies al Maple Leaf Gardens di Toronto, davanti a 7090 spettatori paganti.
La prima partita della Lega, arrivata a spegnere l’anno scorso 75 candeline, ha visto in campo i Knicks, l’unica franchigia insieme ai Celtics ad esserci dal primo giorno, senza aver cambiato né nome né colori sociali: motivo che già di per sé basterebbe a riconoscerne lo status leggendario.
Ma mentre i Verdi, in questi sette decenni di storia, possono vantare 22 apparizioni alle Finals con ben 17 trionfi, New York è ferma rispettivamente a 8 e soltanto due Titoli conquistati – l’ultimo nel lontano 1973.
Numeri alla mano, essere un knickerbocker è un mestiere che mette a dura prova la pazienza.
Eppure, nonostante tutto, New York è ancora sinonimo di basket più di qualunque altro luogo della terra: dal numero impressionante di talenti sprigionati negli anni, dai playground spalmati in tutti i five boroughs, la pallacanestro nella Grande Mela lascia un’impronta nei suoi abitanti difficile da scrollare.
Ed è per questo che, a quasi 50 anni dall’ultimo anello, il Madison Squadre Garden è sempre pieno ad ogni partita casalinga e la franchigia è ancora, secondo Forbes, tra quelle dal maggior valore (6 miliardi di dollari circa) dell’intera NBA.
Essere un tifoso dei Knicks non è una scelta, è qualcosa di ineluttabile. È quasi come avere una malattia, che ti porti dietro tutta la vita.
Le parole di Dennis Doyle, avvocato del Queens che nella stagione 2014/2015 ha assistito a tutte le partite di New York – in casa e fuori – riassumono bene il morbo knickerbockers; soprattutto considerando che quella a cui ha dedicato un anno della sua vita – e quasi 30mila dollari di biglietti – è stata la peggior stagione della storia della franchigia, con un imbarazzante record di 17 vittorie e 65 sconfitte…
Poco prima che la pandemia si abbattesse sul mondo, in quel di New York un altro tifoso aveva fatto notizia – e non certo uno qualunque: a Spike Lee, unanimemente riconosciuto come il volto, il portavoce di un intero popolo, è stato chiesto di allontanarsi dalla World’s Greatest Arena prima di una gara contro i Rockets.
Per oltre vent’anni il regista ha usato un’unica entrata al Garden, luogo in cui ha passato la maggior parte del suo tempo libero e in cui, secondo alcuni calcoli spannometrici, avrebbe lasciato giù una cifra vicina ai 10 milioni di dollari in abbonamenti…
Quella sera viene avvicinato dalla sicurezza, dopo che la stessa gli ha controllato il biglietto e l’ha fatto passare: ordini dall’alto, arrivati via radio, intimano a Lee di riuscire dal Garden e usare un altro ingresso, riservato ai VIP.
Spike è talmente di casa che chiama per nome gli addetti della security, visibilmente in imbarazzo per una richiesta così repentina e particolare.
Nei loro occhi vedevo la paura: il terrore, in quanto dipendenti, di perdere il loro lavoro se non avessi risposto alle richieste del loro capo. Come ha fatto con il mio amico Charles Oakley, sta cercando di infastidirmi. James Dolan non mi facilità essere un tifoso dei Knicks…
Questo è il nome chiave che ha accompagnato gli ultimi venti fallimentari anni di storia dei Knicks.
Prima del suo avvento a capo della MSG Sports, New York era già una franchigia poco incline ai trionfi, come detto; ma quantomeno aveva un’identità precisa, era costantemente una powerhouse della Eastern Conference e una perenne contender.
Nel 1999 i Knicks giocano la loro ultima gara alle Finals, perdendo il Titolo contro la San Antonio di Duncan e Robinson, che da lì aprirà un ciclo.
Quella del lockout è una stagione rocambolesca, in cui i Knicks partono malissimo e il GM Ernie Grunfeld viene allontanato senza troppi complimenti. La squadra, però, si stringe attorno al suo coach, Jeff Van Gundy, infilando un’incredibile serie di vittorie nel rush finale di stagione, assicurandosi l’ottavo posto ad est che significa Playoffs.
New York ha un’anima, fatta di difesa, durezza mentale e fisica, senza togliere una discreta dose di talento, tra Spree, Larry Johnson e Allan Houston: una miscela esplosiva che detona proprio nella post-season, dove i Knicks eliminano prima la testa di serie numero uno Miami, poi Atlanta con uno sweep, e alle Conference Finals gli arcirivali dei Pacers.
La serie persa contro gli Spurs, dunque, non ha l’aspetto di un’occasione persa quanto di una piacevole sorpresa, che può essere da stimolo per costruire un futuro roseo, con una buona gestione. Ecco, appunto.
James Dolan si insedia proprio all’inizio della stagione 1999/2000 e si può dire che, da quel momento esatto, parta la triste parabola dei Knicks, che li ha portati a diventare una vera e propria barzelletta della Lega. Vent’anni in cui la franchigia ha dato il peggio di sé, disattendendo tutti i sogni di un popolo che continua misteriosamente a mostrare un masochismo degno di Venere in pelliccia.
Un amore mai nato, quello tra Dolan e la tifoseria, culminato in episodi come quello di Oakley e Spike Lee o come l’allontanamento a vita dal Garden di alcuni tifosi che hanno osato urlargli Sell the team, vero e proprio mantra diventato anche una canzone satirica sulle note di Let It Be.
Ma chi è James Dolan? E cosa è successo in questi due decenni di disgrazie sportive nella Grande Mela?
Se a qualcuno di voi fosse familiare la serie TV Succession, il personaggio di Kendall Roy sarebbe il perfetto doppione di Dolan: l’indolente figlio di un magnate delle comunicazioni che cerca di ritagliarsi uno spiraglio di luce all’ombra dell’ingombrante padre, portandosi dietro problemi di droga e alcol.
Proprio come nello show della HBO, l’ascesa del figlio inizia con una frizione col padre: in una disputa sull’acquisizione o meno di una compagnia di servizi satellitari, James si oppone al genitore, riuscendo a convincere gli stakeholder, conquistando così un posto al sole.
Jimmy prende il posto del defunto Marc Lustgarten, un executive di lungo corso di Cablevision, che per anni gli ha fatto da mentore, facendosi affidare la gestione delle proprietà sportive della società, compresi ovviamente i Knicks.
Della situazione sportiva in quel momento si è detto, e la stagione d’esordio del nuovo chairman continua più o meno sulla falsa riga della precedente, con buone sensazioni.
A metà anno Van Gundy e Houston rappresentano i Knicks all’All-Star Game e a fine anno la squadra chiude con il terzo migliore record di Conference, a 50 vittorie. New York arriva fino alle finali ad Est, salvo venire travolti da un leggendario Reggie Miller e i suoi Pacers, che si prendono così la rivincita dall’anno precedente.
L’estate 2000 segna le prime scelte rivedibili della gestione Dolan, portate avanti da Scott Layden, nuovo GM subentrato a Grunfeld nell’estate 1999. Sono mesi caldi in cui vanno prese alcune decisioni difficili.
La prima riguarda il volto della franchigia degli ultimi 15 anni.
Patrick Ewing entra nell’ultimo anno di contratto, reduce da un’operazione al ginocchio: vorrebbe un prolungamento, anche a cifre contenute, perché giocare da un’altra parte che non sia la Grande Mela non è per lui un’opzione contemplabile.
Layden la pensa diversamente e imbastisce una trade a 4 squadre che coinvolge 12 giocatori. Il giamaicano finisce a Seattle in cambio di un pacchetto estremamente rivedibile:
- 1) Glen Rice, in fase calante e leggermente ridondante nella squadra di Sprewell e Houston;
- 2) Luc Longley che, segreto di Pulcinella, non è più fisicamente in grado di giocare (spoiler: si ritirerà a fine stagione);
- 3) Travis Knight, un limitatissimo centro scalda panchine;
- 4) tre giocatori tagliati immantinente dopo il loro arrivo;
- 5) diverse scelte al Draft, tutte cedute in cambio di veterani(ssimi) come Mark Jackson o Muggsy Bogues…
La speranza di Layden è arrivare a Dikembe Mutombo, sostituendo così subito Ewing nel cuore dei tifosi. Cosa che prontamente non accadrà: la competitività del roster non muta di una virgola.
New York arriva al primo turno di Playoffs contro Toronto, portandosi anche in vantaggio 2-1, salvo venir rimontata dai Raptors, trascinati da un grande Vince Carter.
A questo punto è chiaro a tutti che la squadra avrebbe bisogno di rinnovamento, una ventata di freschezza che solo il Draft può portare. Purtroppo Layden ha ipotecato tutte le proprie scelte via trade e questa occasione non viene colta.
È invece estremamente concentrato sul rinnovo di Allan Houston, certamente un buonissimo giocatore ma che ha piuttosto chiaramente dimostrato di non poter essere l’uomo franchigia di una squadra vincente: la dirigenza gli offre un contratto da 100 milioni di dollari – allora record della storia dei Knicks – della durata di 6 anni.
Le scelte sciagurate dell’ex GM dei Jazz continuano con la trade di Glen Rice, che saluta dopo una sola stagione, finendo ai Mavericks in cambio di Shandon Anderson e Howard Eisley, due comprimari dai contratti lunghi e pesanti.
Insomma si è speso tanto per peggiorare la squadra, che infatti chiuderà la stagione successiva a 30 vittorie, esclusa dai Playoffs per la prima volta dopo 15 anni.
Con un anno di ritardo e dopo qualche maldestra operazione di mercato, ora il buon senso grida a squarciagola che è tempo di rebuild, tagliando i costi, ripartendo dal Draft e svecchiando una squadra anziana.
Ma il buon senso sembra non aver mai trovato casa nella Grande Mela durante tutta la gestione Dolan.
New York ha una discreta settima chiamata al Draft 2002 e decide di liberarsene, insieme a Camby e Jackson, per arrivare ad Antonio McDyess, che ha saltato la quasi totalità della stagione precedente per la rottura di un legamento del ginocchio…
La notte del Draft i caldi tifosi newyorchesi hanno parole solo per Layden, invocandone il licenziamento con cori piuttosto coloriti.
Se solo avessero saputo che qualche mese più tardi, in una gara di pre-season, McDyess avrebbe subito un altro terribile infortunio al ginocchio, finendo per saltare l’intera stagione, penso che quei cori avrebbero avuto qualche gradazione di colore extra…
Spike Lee riassume perfettamente la situazione del periodo.
Noi tifosi non siamo scemi: stiamo ancora aspettando che un piano venga messa in atto. Se la dirigenza dicesse chiaramente ai tifosi: “Siamo onesti, dobbiamo ricostruire da zero, sarà un periodo difficile ma che pagherà a lungo termine” penso che la stragrande maggioranza sarebbe assolutamente d’accordo.
Come prevedibile, la stagione va male – 37 vinte, no Playoffs – ma non troppo, impedendo così ai Knicks di giocarsi delle serie chance alla Lottery del 2003, che non credo serva ricordare quali giocatori abbia immesso nella Lega.
Con la nona chiamata viene scelto Mike Sweetney, che per problemi di depressione tenterà il suicidio nel suo anno da rookie e che nel giro di qualche stagione diventerà il centro titolare degli Shaanxi Kylins, in Cina. Anche il mercato porta delle “belle” novità: Sprewell viene spedito a Minnesota in una trade a quattro che conduce nella Grande Mela Keith Van Horn e finalmente Mutombo, che ha ormai l’età – e i limiti fisici – di Ewing quando venne ceduto.
La squadra ha il payroll più alto della Lega e continua a fare schifo: i cori che invocano il licenziamento di Layden proseguono imperterriti e dopo una partenza con 7 sconfitte nelle prime 9 gare, finalmente, vengono accolti.
Al suo posto, James Dolan chiama Isiah Thomas, che inizia il suo regno al Madison pieno di buona volontà e deciso a lasciare un’impronta immediata, un repentino cambio di rotta: gli uomini di Layden, McDyess e Van Horn, vengono ceduti; l’allenatore Don Chaney è sostituito con la leggenda Lenny Wilkens; viene ingaggiato l’eroe locale Stephon Marbury, in arrivo dai Suns.

Sembra più una captatio benevolantiae da manuale ciceroniano piu che il disegno di un GM coscienzioso: ancora una volta la stagione sarà una mediocre via di mezzo, che non permetterà né di vincere davvero, né di far partire una sano rebuilding.
I Knicks chiudono con 39 vittorie e 43 sconfitte che quell’anno – non particolarmente entusiasmante ad Est…- significano settimo posto di Conference e Playoffs: il fatto che i Nets passeggino per quattro gare, spazzandoli via malamente al primo turno, non è un dettaglio trascurabile.
Finora la figura di Dolan è rimasta in secondo piano, oscurata dalle tragicomiche scelte del front office, ma un fatto di non poco conto segna l’esordio nel campo delle polemiche per il figlio di Charles.
Marv Albert, da quasi trent’anni commentatore delle gare dei Knicks per MSG Network (lo conoscerete per le sue abitudini vampiresche), viene licenziato: a Dolan non sono piaciute alcune critiche al gioco della squadra lanciate da Albert durante una telecronaca.
Liberarsi così di una voce leggendaria nella storia del giornalismo sportivo americano, solo per aver espresso un’opinione – per altro condivisa dai più – non lascia una buona impressione agli abbonati.
Quella del 2004 sarà l’ultima apparizione dei Knicks in post-season fino al 2011. In questi sette lunghi anni succederà di tutto o quasi e si consoliderà l’astio e il disprezzo della Knicks nation nei confronti del proprio patron e delle scellerate scelte dello staff da lui selezionato.

Sono gli anni di Larry Brown e del suo conflittuale rapporto con Marbury e Isaiah Thomas, che spesso scavalca, conducendo in segreto trattative di mercato con altre franchigie.
Anni in cui ad alcune scelte azzeccate si alternano firme che gridano vendetta come quelle di Steve Francis o Jerome James.
Anni in cui Thomas si autoaffida la panchina, mantenendo il ruolo di GM, e in cui lui e Dolan finiscono coinvolti in un bruttissima storia di molestie e mobbing.
Anucha Browne, allora la vice presidente della sezione marketing della squadra, accusa Thomas di molestie, sostenendo di aver subito pesanti apprezzamenti e, in seguito ai suoi rifiuti, insulti e minacce; per poi addirittura venir licenziata da Dolan, una volta riportatigli i fatti.
L’ex stella dei Pistons si è sempre dichiarato innocente, ma il patteggiamento che ha portato nelle tasche della Browne oltre 11 milioni di dollari non lo pone nella miglior luce possibile.
Questa è solo l’ultima dimostrazione del fatto che i Knicks non sono certo un modello di gestione intelligente.
Queste le parole pesantissime di David Stern, mai sbilanciatosi così tanto fino a quel momento nel commentare la gestione di Dolan in quel di New York.
Di lì a poco l’ennesima rivoluzione porta facce nuove, come Donnie Walsh negli uffici e Mike D’Antoni in panchina, con le solite prestazioni altalenanti, in un vorticoso susseguirsi di speranze delusioni cocenti.
Ad esempio: dal Draft arrivano giocatori interessanti come Gallinari e Jordan Hill, ma il loro impatto resta rispettivamente marginale e quasi inesistente. Arrivano in squadra talenti come Stoudemire e Anthony, ma solo dopo aver perso la corsa per LeBron nella free agency.
In una stagione complessa, che vedrà le dimissioni di D’Antoni, Jeremy Lin riporta entusiasmo in una franchigia depressa, ma così facendo attirandosi le invidie di alcuni compagni – leggasi, Melo… – non contenti di aver perso la luce dei riflettori.
Dalla successiva stagione 2012/13, bisognerà aspettare il 2021 per il ritorno ai Playoffs (e questi giorni per una serie vinta), con la sorprendente prima annata di Tom Thibodeau (comunque smorzata da quella seguente, chiusa con record negativo e fuori dalla post-season: ancora un passo avanti e due indietro).
Grandi uomini di basket si sono avvicendati nell’orbita Knicks nell’ultimo decennio, da Derek Fisher a Phil Jackson o Jeff Hornacek, ma la franchigia sembra essere maledetta, come se un incantesimo di mediocrità le fosse stato lanciato addosso nel momento in cui Dolan ne ha preso le redini.
Una delle altre certezze di questi anni fallimentari è l’incrollabile volontà di James Dolan di non vendere la squadra, per un semplicissimo motivo: continua a macinare denaro. Un po’ perché il mercato newyorchese è sempre tra i più appetibili, un po’ per la folle passione dei tifosi che non hanno mai smesso di recarsi al Garden, continuando a spendere gran soldi per vedere uno spettacolo raccapricciante. E sono proprio i tifosi l’unico motore di questa società.
Quella dei Knicks non è una storia di gloriosi successi come per i Celtics, i Lakers o, restando in città, gli Yankees. L’unico valore aggiunto della franchigia è l’incessante flusso di passione e dollari che i tifosi riversano direttamente nelle tasche di un proprietario a cui nulla interessa dei risultati sportivi o del suo tasso di gradimento.
Così è come New York riduce i propri tifosi.
La provocazione di Stephen A. Smith di boicottare la squadra potrebbe in realtà non essere una brutta idea per liberarsi di Dolan. È, in effetti, un’idea che serpeggia su internet (e non solo) da parecchio tempo, con campagne rilanciate con vigore che vedono nel boicottaggio l’unica soluzione per rompere questo circolo vizioso, questo uroboro di mediocrità.
Ma se c’è una cosa che la vita ci ha insegnato è che esistono poche certezze: la morte, le tasse, l’insensata fiducia a inizio stagione di un tifoso Knicks. E per nessuna delle tre sembra esserci una soluzione.