La stella dei Seattle SuperSonics, una delle guardie più elettrizzanti degli anni ’90, osservata attraverso un’approfondita video-analisi.

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FOTO: NBA.com

Questo contenuto è tratto da un articolo di Cody Houdek per Premium Hoops, tradotto in italiano da Alessandro Di Marzo per Around the Game.


Nella storia della Lega, Gary Payton si configura come uno dei personaggi più singolari. Il suo stile di gioco, se filtrato dalle lenti della NBA moderna, appare anacronistico, e forse anche la sua personalità.

Conosciamo bene le storie riguardanti le sue leggendarie difese ed il suo costante trash talking. Oggi, però, vogliamo andare oltre, per dimostrare che la sua qualità, anche prima della cosiddetta “databall era”, è stata unica da entrambi i lati del campo.

Difesa

Pressione a tutto campo e off ball

Una chiave per una forte presenza difensiva è mettere in chiaro la voglia di lottare: se una difesa permette all’attacco di funzionare così come questo aveva previsto, allora non c’è possibilità di fermarlo. Bisogna dunque far sì che ogni movimento, anche quello più semplice, venga ostacolato, e a Payton questo principio era ben chiaro. 

“Adoro vedere gli avversari che, quando presso bene il playmaker, devono portare palla dopo la metà campo con due guardie al posto di una”, disse Payton a Sports Illustrated nell’ormai lontano 1995. “Significa che qualcosa, nella loro idea di attacco, è già cambiato, e questo è frutto di una buona difesa. Quando arriva una seconda guardia in aiuto capisco di aver lavorato bene: se metto il portare di palla fuori gioco, significa che anche gli altri avranno problemi.”

Affidandosi ad una trap defense, che fosse a tutto campo o a metà campo, i Seattle SuperSonics traevan vantaggio dall’abilità di Payton di rendere la vita della point guard avversaria durissima:

The Glove era ai massimi livelli in questo, nonostante non abbia usato spesso questa pressione durante i Playoffs.

Dal 1995 al 2003, ad ogni modo, ha giocato 40 minuti di media in 618 partite, con il minutaggio che si è alzato a 43.5 nelle 59 partite di Playoffs. Tantissimo. C’è un motivo se Monta Ellis è stato l’unico con almeno 40 minuti di media dal 2011: il basket è uno sport estremamente dispendioso, ed è difficilissimo giocare ad alto livello da entrambi i lati del campo per così tanto tempo.

Oltre alla pressione a tutto campo, Payton in generale era un incubo per le guardie più piccole e rapide. Con i suoi 193 centimetri e la sua fisicità, era in grado di competere anche con alcuni giocatori più gross di lui, incluso il maestro del post Michael Jordan:

Qui sopra ha avuto un ruolo chiave senza nemmeno marcare il portatore di palla. La difese che fanno più rumore sono quelle fatte di stoppate, rubate, sfondamenti e deflections, ma giocate come questa – non “quantificabili” – hanno un grande impatto. 

Rapidità di mani e spostamenti

A livello collettivo, i Sonics degli anni ‘90 erano una buona difesa. Alcune regole dell’NBA erano diverse rispetto a oggi, è vero, ma i fondamenti sono rimasti, così come si può notare in alcuni principi usati proprio da Seattle in WNBA. 

La difesa Sonics, pur senza un lungo di alto livello da questo punto di vista, subì oltre 4 punti per 100 possessi in meno rispetto alla media NBA, e lo fece per 3 stagioni consecutive (1994-1997). Il picco fu nel 1996, quando il gap rispetto alla league average fu di 5 punti e mezzo. 

Tornando a Payton, che fu chiaramente lui il leader di questa macchina: il suo corpo non gli permetteva di essere anche un buon rim protector… ma la sua rapidità di mani gli diede una grande mano.

Questa on è una giocata ricorrente, ovviamente. Ma l’aiuto che Payton forniva anche nel pitturato era comunque importante per i Sonics.

Spesso, grazie alla sua agilità, si vedeva Payton lavorare sulle linee di passaggio e aggirarsi come un fantasma che attende il momento giusto per apparire. Nel sistema-Sonics, c’era abbastanza intesa e comunicazione da far sì che gli altri quattro difensori ruotassero secondo i movimenti di Payton, anche in occasioni di raddoppio. Era tutto preparato e calcolato:

Tra il 1993 ed il 2000, Payton finì nella top-5 delle palle rubate per ben 6 volte, guidando il gruppo nel 1996 con 231 steals.

Qualche nota dolente

Come per ogni giocatore, anche The Glove non era perfetto. A volte, sul perimetro, tornava umano e permetteva semplici penetrazioni verso il pitturato:

Non riesco a spiegarmi, onestamente, questi errori, ma ho notato che un tipo di giocatore che soffriva più degli altri era la guardia molto rapida a mettere palla per terra sul perimetro. Nei closeout la sua stazza era un’arma a doppio taglio: grazie ad essa poteva infatti difendere bene anche su giocatori più grandi, diventando però vulnerabile contro i più agili. 

Non fraintendiamoci: Payton rimane un super difensore, anche in questi matchup. Tuttavia, le situazioni in cui ha brillato sono state altre.

Lui stesso si è raccontato così a Sports Illustrated:

“Non puoi marcare bene il tuo avversario in ogni singolo possesso, almeno non in NBA. Ci sono troppi grandi attaccanti, prima o poi qualcuno ti farà giocare male e magari, la volta successiva, sarà il contrario.”

Quanto era elitario, insomma, il livello della sua difesa?

Credo che i suoi (rari) errori fossero legittimi. Payton giocava tantissimi minuti, non risparmiandosi su entrambi i lati del campo. Semplicemente, non credo sia possibile sostenere carichi così ogni azione: qualcosa da sacrificare doveva esserci, e c’è stato. 

Essendo entrambi guardie fisiche maggiormente propense alla difesa, lui e Jrue Holiday vengono spesso comparati. Nell’ultima stagione Jrue è stato il difensore principale sulla palla dei Bucks, più di quanto lo fosse Payton, che però si configurava anche come il principale creator offensivo di Seattle. Se fosse stata la terza opzione offensiva di quei Sonics, credo che avrebbe potuto brillare ancor di più difensivamente. 

In ogni caso, i difensori più acclamati sono quelli che sanno difendere bene anche in area. Alcuni, come Scottie Pippen ad esempio, faticherebbero maggiormente a contenere le guardie avversarie, ma la sua protezione del ferro faceva salire notevolmente il suo valore. Ecco, Payton è stato indubbiamente uno dei più grandi difensori nel suo ruolo, ma a causa di questo ultimo aspetto fatica ad essere considerato tra i migliori di sempre.

Attacco

Il condottiero offensivo

Come spiegato da L. Jon Wertheim, “Payton potrebbe trascorrere mesi senza schiacciare, non fa crossover come altre guardie e la sua meccanica di tiro non è affascinante. Ma è uno dei pochi giocatori in grado di riuscire a dominare senza prendere nemmeno un tiro: quando è in campo, gli altri 9 presenti devono concentrarsi molto su di lui.”

Secondo lo stesso Payton, poi, “l’NBA cerca di diventare sempre più incentrata sugli scorer, ma i veri tifosi riconoscono chi davvero incide sul gioco”.

Ricordiamoci queste parole, quando guarderemo i prossimi video.

Modern spacing e creazione dal post

Prima del 2001, l’NBA vietava la difesa a zona: ogni difensore doveva concentrarsi esclusivamente sul proprio uomo, oppure raddoppiare. Payton ha sfruttato tutto ciò, e coach George Karl modellò un attacco con spaziature all’avanguardia che catapultò i Sonics a segnare 6.6 punti a gara in più rispetto alla media NBA nel 1998 – si trattava del miglior risultato nella storia della franchigia, nonché del 97esimo percentile tra il 1990 ed il 2020. Tutto questo nel primo anno senza Shawn Kemp.

Karl preferì utilizzare Payton principalmente in post, con meno pick&roll. Il risultato fu stellare:

La vittima qui fu Tyrone Corbin, ala degli Hawks alta circa 5 centimetri in più di Payton, nonché con un peso maggiore di quasi 14 chili. Payton era efficace contro quelli più grossi, figuriamoci quando era marcato da guardie più piccole di lui, come Mookie Blaylock:

Il re delle palle rubate (2.6 di media in quella stagione, miglior risultato NBA) non ebbe chance di contenerlo, convincendo i compagni ad eseguire un raddoppio che liberò Hersey Hawkins, rapidamente assistito da GP. 

Trovare tiratori con spazio era la sua soluzione preferita in questi casi, ma le sue letture – e capacità di passaggio – non si limitavano a questo:

Attacco perimetrale

Oltre a ciò, Payton sapeva manipolare le difese e leggere gli aiuti con grande tempismo, attraendo i giocatori a sé e poi servendo i compagni come nel video sotto. Tre difensori dei Lakers sono completamente concentrati sulla sua penetrazione, e Shaquille O’Neal, non accorgendosi della minaccia di Vin Baker, è costretto a spendere un fallo:

In questo caso Payton crea principalmente dal palleggio, qualcosa di piuttosto raro da osservare. I casi in cui creava vantaggio più spesso – e meglio – erano quelli in cui sapeva leggere o causare degli errori degli avversari:

Qui lo si è visto concludere al ferro, ma sarebbe sbagliato considerare Payton un grande finisher: non disponeva di un grande tocco, né dell’abilità di evitare i difensori a protezione del ferro.

Aveva, comunque, una percentuale di conversione del 64.1% nei tiri da un massimo di 3 piedi dal ferro (17esima miglior guardia su 74, nel 1998), anche perché spesso evitava di tirare se non aveva una via aperta al canestro.

Tiro ed efficienza 

Mettiamolo subito in chiaro: la meccanica di Payton, seppur non ai livelli di Shawn Marion, era brutta da vedere:

Non è un caso che la sua percentuale ai liberi in carriera si aggira attorno al 72%, con il 31.7% da tre punti: numeri sotto la media, notati e sfruttati dalle difese avversarie.

In Gara 3 del primo turno di Playoffs del 1997, i Phoenix Suns gli concedettero tantissimo spazio, e lui rispose con un 5/6 dall’arco nel solo primo quarto;. Tuttavia, questo non li convinse a marcarlo più stretto nel terzo periodo:

La fiducia non mancava, e a volte gli dava ragione. Le sue triple, però, non entravano con continuità.

Qualità e consapevolezza dei passaggi

Come leader offensivo dei Sonics, Payton eseguiva letture rapide e fluide, non fermando mai la palla se raddoppiato. Come visto in precedenza, trovava molto bene i compagni liberi, in ogni zona del campo.

I suoi errori, tuttavia, sono stati più frequenti rispetto a ciò che ci si può attendere da un creator di alto livello. Un esempio particolarmente evidente:

In altri casi, The Glove impiegava qualche secondo di troppo per vedere i compagni. Con Shawn Kemp assistevamo a molti alley-oop… ma non, ad esempio, in questo caso:

In generale, la sua buona visione, unita ad una forte propensione al rischio, lo rendevano un creator efficace e dinamico. Come per la fase difensiva, ad ogni modo, le imperfezioni non mancavano affatto, motivo per il quale non può essere considerato tra i migliori passatori dei suoi anni.

Contrariamente all’opinione comune, credo che l’impatto maggiore di GP fosse proprio in attacco.

È stato il leader di due dei migliori attacchi degli anni ’90, e dopo l’addio di Kemp la sua importanza è ulteriormente aumentata. In ogni caso, buona parte del merito va dato anche a Hawkins, Schrempf e Baker, creator secondari eccellenti. Ai Playoffs Payton faticava a crearsi tiri in isolamento, il che lo limitava molto nei finali di partita.

In una sorta di All-Time Draft, potrebbe essere pescato al terzo turno, più o meno. E anche la NBA, probabilmente, la pensa così, data la sua presenza nella Top 75 all-time.