Anche perché Markkanen costa tanto, guadagna ancora di più e non ha mai giocato nemmeno una singola gara di Playoffs in carriera.

Nel repertorio infinito di detti e frasi fatte del centro Italia, ne esiste uno – un po’ antiquato e vicino a cadere in disuso – per chi fatica a trovare spasimanti nonostante sia un buon partito, che recita “è come la sora Camilla, tutti la vogliono e nessuno la piglia”. Si tratta di una frase di origine romana, si presume nata in riferimento alla sorella di papa Sisto V, ma non divaghiamo. Non sappiamo se ci sia un’equivalente finlandese, però questa espressione popolare rispecchia alla perfezione la situazione di Lauri Markkanen.
Da quando è passato ai Jazz, la sua carriera è cambiata, e già al primo anno a Salt Lake City ha ottenuto la prima e unica sinora convocazione da All-Star, vincendo il premio di Most Improved Player 2023 e girando a 25.6 punti di media con un ottimo 64% di True Shooting. Nelle cinque stagioni precedenti, l’annata migliore era stata da 18.7 punti a partita al secondo e promettente anno con Chicago, dal quale però è andato solo in calando, con una media generale di 15.4 punti a partita e il 57% di True Shooting.
Nello Utah è rinato, nonostante la passata stagione sia stata tribolata tra infortuni e rendimento, trovando anche la fiducia necessaria a guidare la propria Nazionale verso una storica semifinale a EuroBasket sfociata in un quarto posto. La prestazione da 51 punti, 14 rimbalzi e 64.6% di True Shooting contro i Phoenix Suns è solo l’ultima ciliegina di una torta che il finlandese va decorando ormai da quattro anni, e che gli è fruttata soprattutto un contratto da $195.9 milioni in quattro anni. Quello corrente è solo il primo.
Ai Jazz non avrà modo ancora per un po’ di trovarsi in un contesto funzionale, non tanto a vincere, quanto anche solo a competere ai Playoffs, e il suo ruolo sarà quello di leader di un nucleo in pieno rebuilding, che ambisce a progettare un modo di giocare moderno e possibilmente indirizzato verso un assetto 5-fuori. Come dovrebbe pensare di fare ogni squadra con un sette piedi capace di convertire con oltre il 40% più di 8 triple tentate a partita, tra l’altro non in spot-up, ma in uscita dai blocchi o addirittura dal palleggio. Individualmente, si capisce che questa sia una situazione ideale e da sogno.
Peccato però che proprio questo sia il motivo per cui non ha senso scrivere o pensare di “salvare il soldato Lauri Markkanen” alla prima prestazione buona, tirando immediatamente fuori nomi di squadre blasonate (sempre le stesse) affinché si muovano sul mercato per spedire ogni sorta di pacchetto a Salt Lake City. Non c’è nulla da salvare.
Si tratta solo della solita tendenza a voler rendere più forti le squadre (e soprattutto i mercati) già forti, oppure a voler tentare di salvare nuclei assemblati per competere ma rivelatisi al contrario mediocri, tentativi che nella maggior parte dei casi finiscono malissimo. A parte questa critica alle dinamiche che alimentano i rumors e spingono i media a “vendere” le voci di mercato, la verità comunque è che nessuno vuole davvero Lauri Markkanen.
Non ha reso bene al di fuori di Utah (area FIBA a parte), dove il contesto rischia di rivelarsi davvero il fattore determinante. I Bulls ci hanno creduto, ma non si parla del miglior posto per lo sviluppo dei giocatori, mentre i Cavaliers sono riusciti a sfruttarlo come pedina di scambio per arrivare a Donovan Mitchell. Non troppo diverso da un titolare semplicemente nella norma e con un ruolo circoscritto in quella prima parte di carriera, ha mancato uno step importante arrivato solo più tardi in un ambiente non competitivo e privo di alcun genere di ambizione.
E questo porta agli altri due grossi problemi. A 28 anni, quasi 29, non ha mai disputato una singola serie Playoffs, il che lo rende attualmente il giocatore NBA tra quelli in attività con più partite di stagione regolare senza un’apparizione in post-season, a quota 452 (14° all-time). Non si intende farne una colpa a lui, ha giocato per tre franchigie solo in situazioni di rebuilding o retooling, ma si capisce quali conseguenze comporti non avere esperienza di questo genere per una potenziale contender interessata a uno scambio. Non è un caso che Draymond Green abbia avvisato i Golden State Warriors di non muoversi per Markkanen alla passata trade deadline.
“Se vuoi fare qualcosa di così grosso, è bene che sia LA mossa”, ha spiegato il veterano dei Dubs su ESPN, riferendosi con “così grosso” in primis al prezzo richiesto da Danny Ainge in Draft picks e giovani – Golden State non ne ha molti, ma Utah al tempo li ha chiesti tutti. In secondo luogo, al fatto che si tratti di un All-Star con uno stipendio da star dal quale non c’è possibilità di rimborso se non si è soddisfatti, non ai tempi del secondo apron e del nuovo CBA.

Per quanto quello del finlandese sia un contratto “a scendere”, a queste cifre ci si attende una produzione da primo o secondo violino elitaria ai Playoffs, se si è una contender. E questo si lega strettamente all’altro problema: quante squadre vogliono davvero riempire il proprio cap con un 29enne che non ha mai reso ottimamente in NBA al di fuori del contesto al quale è radicato attualmente, e soprattutto non ha mai messo piede sul palcoscenico più luminoso? Non si può quantificare, ma pochine può funzionare come risposta.
Lauri Markkanen forse si muoverà prima della fine di questo contratto, magari per finire in un contesto disperato con un max player che non sta rendendo al meglio nel tentativo di salvare una stagione non salvabile. Magari farà pure molto bene in un contesto Playoffs. Ma, al momento, la sua situazione individuale non potrebbe essere più stabile, e – per le ragioni appena elencate – nessuno lo vuole davvero. A parte i Utah Jazz.
Ti piace il modo in cui raccontiamo l’NBA su Around the Game? Siamo sicuri che ti piacerà, se non ti sei già iscritto, anche il modo in cui giochiamo al Fanta-NBA! Ti aspettiamo su STAZ, il fantabasket sviluppato dalla nostra redazione e pensato per tutti quelli che – come diceva Rasheed (più o meno) – leggono i numeri pensando… stats don’t lie!
