Per prima cosa, per avere più minuti, Simone Fontecchio deve avere più minuti. In che senso? Ci arriviamo subito.

Simone Fontecchio NBA Miami Heat

Non è assolutamente un interrogativo posto in maniera polemica, potete deporre torce e forconi. Anche perché, nella prima stagionale con i Miami Heat, Simone Fontecchio ha speso in campo 19 minuti, tutt’altro che una miseria in una gara persa in un finale punto a punto. La domanda è proprio cosa possa fare per restare in campo con più costanza, e la risposta non è per niente scontata, visto l’andamento della sua carriera NBA finora – non lo hanno capito lui e gli staff, figurarsi AtG.

Un brillante titolo di un articolo uscito su Il Post in questi giorni recita “Il calo delle nascite dipende anche dal calo delle nascite”, spiegando che si fanno sempre meno figli perché anche il numero di potenziali genitori è in diminuzione. Sfruttando un attimo questo piccolo artificio, lo useremo per un argomento molto meno serio.

Per giocare di più, Fontecchio deve giocare di più

La migliore annata generale dell’azzurro nella Lega americana è arrivata nel 2023/24, quando, dopo un anno di ambientamento a Salt Lake City, ha iniziato a consolidare il proprio ruolo nelle rotazioni di una squadra in ricostruzione – pertanto più predisposta a sperimentare e con maggiori assenze “strategiche” – come i Jazz. Dopo la trade a Detroit è andata anche meglio, come dimostrano le 9 partenze in quintetto su 16 gare prima di un infortunio dalle tempistiche infauste. In quel breve periodo, ha toccato gli oltre 15 punti di media con il 42.6% su 6.3 triple a partita.

Le annate peggiori, invece, sono state quella da “rookie” (comprensibile) e quella passata, dove a Detroit è stato lanciato un progetto ambizioso con un nucleo giovane e determinate gerarchie, intenzionato ad arrivare ai Playoffs con ogni mezzo necessario – anche quasi escludere un potenziale comprimario “discreto” dalle rotazioni.

Il trend è abbastanza chiaro: più gioca, più Fontecchio obbliga gli allenatori a farlo giocare. Si tratta di pura fiducia, la stessa che nell’ultima World Cup ha condotto alla prestazione contro la Serbia o ai 39 punti da record contro la Bosnia-Erzegovina all’ultimo EuroBasket. Con la Nazionale, il suo ruolo è chiaro, si tratta di un faro che nessuno mette in dubbio anche nelle serate no, è “più uguale degli altri”. In NBA, ogni anno si riparte da zero, soprattutto se cambi squadra.

In questa prima sfida con i Miami Heat, si sono viste un paio di cose importanti. La prima, una porzione notevole di minuti già sul finire di primo quarto e poi nel secondo, con un ottimo inizio dettato da un paio di canestri in transizione utili a metterlo in ritmo. La seconda, è che nel secondo tempo queste occasioni sporadiche si sono trasformate in veri e propri set costruiti ad hoc per i suoi tiri o le sue ricezioni.

Fontecchio non ha mai avuto nel suo periodo NBA un coaching staff del calibro di quello di Erik Spoelstra, che lavora molto sui movimenti degli esterni lontano dalla palla, specialmente sul lato debole. Quello che si cerca di spiegare, in poche parole, è che se un allenatore di questo livello lavora per farti arrivare la palla, significa che comincia a vedere in te qualcosa di più rispetto a un semplice tiratore sugli scarichi posteggiato in angolo.

Non si vede dalla clip di NBA.com, ma prima Jaquez si è “accordato” con Fontecchio per questa chiamata

Questo da cui avete appena visto uscire Fontecchio è un blocco “stagger”, con due differenti bloccanti posti lontano dalla palla per aumentare il numero di ostacoli nella traiettoria tra difensore e tiratore. Ma nel secondo tempo la costruzione dei tocchi di Fontecchio è passata soprattutto dai pin-down, blocchi orientati verso la linea di fondo, che in un paio di occasioni hanno portato a ottime conclusioni (clip 2 e 3 del video qua sotto).

Creativa, ma ormai un classico di Miami, anche la meravigliosa costruzione che ha portato all’unico assist della partita di Fontecchio, un assetto a tre uomini lontano dalla palla che consiste nel fingere l’uscita da uno stagger del tiratore, per poi far partire il primo bloccante – in base alla situazione, con un taglio backdoor verso il canestro o un ricciolo sul perimetro, come in questo caso (primissima clip):

Con Spoelstra, però, bisogna difendere

In passato, per definire la difesa dei Miami Heat si è usata un’associazione con la sfera di Hoberman. Non è sempre così, ma quello che si è richiesto a Fontecchio – e si richiede a ogni singolo esterno sotto Spoelstra – consiste nel tenere un piede in più nel pitturato per chiudere le linee di penetrazione e contare sempre su aiuti ausiliari, anche a costo di sacrificare una tripla sugli scarichi.

In questo, il nativo di Pescara deve soprattutto migliorare i tempi e prendere consapevolezza del giusto posizionamento. Tristan da Silva, il suo uomo per quasi l’intera durata della gara con i Magic e tiratore non battezzabile, ha segnato 2 triple nel secondo tempo sui closeout tardivi di Fontecchio, che non ha la taglia o l’atletismo per un aiuto-e-recupero come si deve da un posizionamento così profondo in area. Su questo si può lavorare, e da questo si spera riparta il coaching staff della squadra della Florida.

Ciò che invece ricade sulle spalle del giocatore italiano è la scarsa abilità nel passare sui blocchi, che si trovino sulla palla o lontano da essa. Nel primo tempo si è avuto un palese assaggio di queste difficoltà, con un banale canestro del solito da Silva su un semplice e prevedibile pick&roll, che ha portato in un paio di possessi successivi Fontecchio a cercare un improbabile anticipo sul consegnato che ha condotto a una tripla totalmente priva di marcatura del proprio uomo.

Anche questa è questione di fiducia. I mezzi per affermarsi come buon difensore in aiuto ci sono e si sono intravisti soprattutto a Utah, e questo aspetto non può che favorire la sua integrazione completa all’interno del contesto degli Heat. Deve solo continuare a eseguire il piano partita e non cercare di “fare troppo” per rimediare a un errore, come nel caso della tripla vista sopra di da Silva. Se c’è una dote che abbiamo imparato a riconoscere in Simone Fontecchio è la sua abilità nel riprendersi al momento giusto, e può farlo anche in NBA.


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