Non che quello di prima fosse da meno, ma se Victor Wembanyama attacca così l’area non ce n’è per nessuno.

Wembanyama degli Spurs con Cooper Flagg
FOTO: NBA.com

Nessuno sport è semplice, tantomeno la pallacanestro. O meglio, magari il gioco in sé può sembrare tale, il problema risiede nel trovare l’eccellenza, uno degli esercizi più complessi per il corpo e la mente. Victor Wembanyama, sotto quest’aspetto, è stato aiutato dalla natura a ottenere l’eccellenza e a far sembrare semplici azioni impossibili per il 100% degli altri esseri umani. Eppure, anche lui, necessita di migliorare se vuole ottenere risultati tangibili.

La prima contro i Dallas Mavericks rappresenta un manifesto di questo atteggiamento. In QUESTO ARTICOLO dello scorso anno, su AtG si è tentato di esprimere un concetto molto complesso in maniera semplice e provocatoria, che si può ripetere anche a 12 mesi di distanza: Victor Wembanyama deve comportarsi più da centro normale, più da essere umano.

Si parlava della necessità da parte del prodigio francese di aumentare volume e percentuali al ferro rispetto all’anno da rookie. Il risultato? L’efficienza è salita al 90esimo percentile, ma la frequenza dei tiri negli ultimi 4 piedi è scesa addirittura al solo 27% del totale, con un incremento importante della quantità di triple. Ha dunque optato per altro, passando da una tappa meno banale e logica del proprio sviluppo, sacrificando una porzione della parabole verso quel potenziale smisurato sotto gli occhi di tutti. Ma perché?

Un po’ presto a dirsi, ma questa prima sfida stagionale contro i Mavs ha offerto determinati indizi, mostrando un cambiamento radicale nella tendenza intravista nelle prime due stagioni: tanto ferro, tanto pitturato, solo due triple tentate. Anche qui, una strategia in controtendenza rispetto alle preferenze di una difesa dotata di taglia come quella di Dallas.

Le mappe di tiro di Wemby: a sinistra, quella dello scorso anno; a destra, quella dell’esordio contro i Mavs

Il fatto è che lo hanno rispettato – forse anche troppo, talvolta, ma questo è un problema degli altri – come tiratore. A questo è servito tutto quel volume.

Si escludono quelle situazioni dove si srotola e segna un fadeaway sullo stile di Nowitzki, citando un nome caro proprio ai suoi avversari, il cosiddetto shot-making, la capacità di segnare tiri che solo lui può segnare tirando da quelle altezze. Quello che interessa è l’aggressività della difesa sul close-out in situazioni di potenziale palleggio-arresto-tiro da tre punti o di mismatch al gomito.

La preoccupazione per le doti balistiche di Wemby comprende non solo l’urgenza nei confronti di tiri complicati dalla media/da fuori, ma anche l’incapacità di toccare il punto di rilascio e contestare propriamente la conclusione. Di conseguenza, quando si rivolge “fronte a canestro”, ogni mattonella è buona per far partire il colpo, e questo è un aspetto interiorizzato dagli avversari dopo lo scorso anno.

Ciò che cambia tutto consiste nella capacità di Wembanyama di leggere questa preoccupazione della difesa, sfruttandola a proprio vantaggio. A volte è bastata una finta, come al gomito accoppiato con PJ Washington, per schiacciare violentemente al ferro. Altre volte ha sfruttato la propria rapidità per punire una marcatura perimetrale stretta come quella di Anthony Davis e del giovane Cooper Flagg – entrambi, comunque, abbastanza dotati da non andare troppo sotto, sulla carta. Semplicemente, è troppo veloce e troppo lungo.

Anche se tutta la differenza del mondo l’ha fatta il movimento senza palla, che gli ha consentito di ottenere ricezioni dinamiche pulite in area anche contro questa difesa così folta. I classici lob o le corse in transizione rientrano in questa categoria, ma non sono stupefacenti la metà di questa ricezione nel primo quarto (prima clip sotto), quando ha rifiutato la tripla in pull-up per punire con un taglio il closeout disperato di Lively:

La seconda clip del video sopra è un semplice consegnato per poi giocare il pick&roll con Harper, cose “da lungo tradizionale” che fanno bene di tanto in tanto (anzi, molto spesso). Quella taglia, unita a quella rapidità ma soprattutto a quella coordinazione anche in fase di ricezione, sono inarrestabili quando è diretto con forza verso il canestro. Perciò un aumento di volume porta a segnare di più e con maggiore efficienza.

Nessuno dice che debba prendersi solo 2 triple a partita o smettere di cucinare gli avversari dal palleggio, come nell’esempio sottostante, semplicemente serve maggiore equilibrio proporzionato alle straordinarie doti che madre natura ha elargito – e ci sarebbe pure la metà campo difensiva.

Un’evoluzione complessa deve portare a mettere in pratica con continuità un concetto molto semplice: se Victor Wembanyama, alto più di due metri e venti e con le braccia del Gigante Colossale, riceve in maniera pulita più vicino a canestro, succedono cose buone. Per lui, e per i San Antonio Spurs.


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