Sicuramente a Kevin Durant non sarà piaciuto perdere e vedere i “suoi” Thunder celebrargli l’anello in faccia, ma c’è stato molto più di questo.

Non è stata una nottata emotivamente facile per Kevin Durant, costretto a veder sollevare quel banner nella “propria” Oklahoma City, dove ha iniziato la carriera e dove è andato solo vicino a coronare un sogno – personale, in primis, e dell’intera community. Di acqua sotto i ponti certo ne è passata, quello dei Thunder è un ciclo totalmente nuovo dopo anni di retooling, ma siamo convinti che a un competitor incallito (e molto in contatto con le “trollate” dell’Internet) come KD non andrà giù facilmente non tanto la celebrazione del titolo, quanto la sconfitta con tanto di fallo decisivo su Shai Gilgeous-Alexander, il nuovo volto di franchigia.
Proprio perché tutto questo è “romantico”, se ne sentirà parlare un po’ ovunque. Ma la vera notizia riguarda il ritorno della pallacanestro giocata NBA, che ha visto i nuovi Houston Rockets giocarsela punto a punto, fino al secondo overtime, con i campioni in carica – da segnalare l’assenza di Jalen Williams, mentre i Texani saranno orfani di Fred VanVleet per tutta la stagione e di Dorian Finney-Smith per un bel po’.
Dal punto di vista tattico, quindi, tutti i riflettori puntati su KD, sul suo ruolo difensivo in primis – i Rockets di coach Ime Udoka dipendono da questa metà campo – e poi sulla capacità di incidere su un attacco stagnante per natura, privo dei mezzi necessari per scalfire la difesa schierata – specialmente se elitaria come quella di OKC. Parliamo dunque di quello che ci è e non ci è piaciuto del debutto di Durant con la sua nuova squadra.
Ci piace: vederlo sempre di fianco a un lungo “vero” in difesa
Soprattutto a questo punto della propria carriera, KD risulta utile specialmente in aiuto al ferro. Questo significa che, anche nella “tal-ball” di Houston con un’ala gigantesca quale Jabari Smith, è preferibile porlo sempre di fianco a un’ancora – inteso come protettore primario del pitturato – come è stato a lungo Steven Adams – e dopo di lui un non entusiasmante Clint Capela. I quintetti con il solo Sengun non raggiungono un totale di 8 minuti.
Questo offre molta più sicurezza a rimbalzo, elemento importante dell’identità dei Rockets di Udoka, e soprattutto concede di avere sempre una minaccia di livello in area per gli attaccanti avversari. Quando Adams/Capela sono rimasti alti sul lungo “tiratore” di turno o hanno raddoppiato SGA, per esempio, Durant si è comportato molto bene come difensore secondario nei pressi del ferro – anche a costo di lasciare l’angolo scoperto, tiro sul quale comunque può recuperare grazie alle leve lunghissime.
Houston ha sperimentato moltissimi minuti di zona 2-3 fin troppo basilare, ma anche qui il concetto si applica alla perfezione, con un pitturato intasato dalle mani dei KD, Adams, Sengun o Jabari Smith Jr. di turno. A volte è andata bene, altre male, un po’ come sui cambi difensivi, ma il concetto di fondo rimane quello: concedendo il mismatch favorevole, come quello guardia avversaria contro lungo in difesa, resta sempre una presenza costante in area.
Nonostante l’età e una parte bassa del corpo sempre più fragile con il tempo, Durant non ha reagito male ai cambi difensivi, semplicemente troppo spesso è capitato sul secondo migliore attaccante della Lega, o giù di lì.
Non ci piace: falli, ma soprattutto errori di lettura
Tutto bene, il pezzo mancante KD si incastra già a meraviglia nel puzzle della difesa di Udoka, ma il tempismo non è stato sempre perfetto, anzi. Bisogna tenere conto di una cosa: farsi 47 minuti (!) a quell’età e con quel chilometraggio contro questa OKC non consente di rimanere lucidi su ogni possesso, specialmente quelli finali, e questa è un’attenuante.
Come nel caso dell’ultimo fallo, il sesto e decisivo per la vittoria dei Thunder, dal momento che ha consegnato i liberi del sorpasso a SGA. Ma la tenuta sul cambio è stata ottima, semplicemente Durant ha voluta eccedere, fare un po’ troppo, finendo sotto il corpo dell’avversario in quello che molto probabilmente era un tentativo di stoppata – quando, con quelle leve, gli sarebbe bastato tenere qualche centimetro di separazione per contestare comunque.
Ma se questo caso specifico serve a fare cronaca, sono un altro paio quelli che fanno storcere il naso, tutti avvenuti negli ultimi 20 minuti circa. Un fallo a rimbalzo su Dort, totalmente non necessario, e soprattutto un tentativo di “scavare” su una penetrazione di SGA, questo del tutto illogico (seconda clip del video sopra). Anche in questo caso, si tratta di voler fare troppo, una tendenza che si accetta positivamente in difesa se sei un rookie, meno se si tratta di un super veterano. Cercando un’attenuante anche a questo: emotivamente, non era una partita come le altre per KD.
Ci piace: una valvola di sfogo per l’attacco di Houston
Questo è ciò che tutti si aspettavano, e cioè un attacco di squadra ancora brutto, stagnante, inceppato, intasato e innumerevoli sinonimi, ma con Kevin Durant come valvola di sfogo. Houston non ha cercato chissà quali set complessi: Adams come “hub”, cioè connettore e facilitatore anche solo con semplici consegnati, oppure costruzioni abbastanza basilari di ricezioni al gomito (nota: aggiungere qualche blocco lontano dalla palla in più, come quelli visti a Boston con ali come Tatum e Brown, potrebbe aiutare, ma serve tempo).
Un esempio – che le clip di NBA.com tagliano, ma di cui si ha un assaggio nella seconda del video qua sotto – è il cosiddetto allineamento “Horns”, con KD e Adams ai gomiti opposti e Amen Thompson dal portatore. Nel primo caso sottostante, la stella dei Rockets ha già ottenuto il mismatch desiderato, quindi non c’è bisogno di altro, mentre nel secondo la palla arriva al lungo in post e il portatore (Amen Thompson) va a bloccare per favorire la ricezione di Durant. Mismatch, cash, money.
Si tratta sempre di una manovra legnosa, ma con un elemento di qualità sopraffina e sovrumana in più come opzione. Ovviamente gli errori sono stati innumerevoli, tanto dei compagni nel favorire le ricezioni quanto di Durant nel posizionamento, ma è normale, manca l’intesa. Davvero importante è che, nonostante tutto, abbia attirato moltissimi raddoppi da parte della migliore difesa NBA.
L’esempio finale che porta al canestro clutch di Sengun è solo la punta dell’iceberg, ma esplicativo di quelle che sono le scelte della difesa contro un attacco limitato. Per questo, serve fare uscire la palla rapidamente e magari un minimo in più di movimento circostante.
Non ci piace: la pigrizia che si rispecchia nelle palle perse
Non solo nelle palle perse dello stesso Durant, ma anche dei compagni. La più sanguinosa che si ricordi è quella del giovane Reed Sheppard, trovatosi a chiudere la gara facendo le veci di un acciaccato Amen Thompson e colpevole di una palla persa sul finire del secondo overtime con le squadra sul pari.
Ecco, questa è a tutti gli effetti una palla persa di Durant, al di là di quello che dice il box score. Sheppard deve crescere, tanto, e ha limiti evidenti che contro la taglia di questa difesa si fanno ancora più problematici, ma il veterano in primis NON deve chiedere quel passaggio, sebbene voglia la palla. La “matricola” gli darà sempre ascolto, si tratta di seguire un’autorità ancora prima del proprio pensiero più razionale, e alla fine succederà questo:
KD è stato pigro (in questo caso specifico era sicuramente anche stanco) per tutta la partita, soffrendo il “face-guarding”, lo stargli sempre davanti di Dort, Wallace o chi per loro. Ma non si è nemmeno impegnato troppo per uscire da queste situazioni, considerando soprattutto che senza VanVleet i Rockets hanno limiti evidenti non tanto nel garantire le ricezioni, quanto proprio nel superare la metà campo palla in mano.
Serve un impegno più costante per non bloccare di più un attacco già di per sé stagnante, senza troppa fantasia e senza interpreti di livello in fase di possesso. Durant si è preso dei meritati giri di riposo in angolo, ma ha anche chiesto fin dal primo minuto ricezioni in post “classiche” dalla quali in carriera ha sempre tirato fuori oro con il tocco di Re Mida, ma che nel 2025 cominciano a diventare obsolete – e deleterie per una squadra che fatica a mettersi in ritmo per natura.
I soli 16 tiri presi derivano da un mix di raddoppi sulla palla, e soprattutto da una colpevole pigrizia nel chiedere palla in situazioni non favorevoli e dalle abilità nella gestione da parte dei compagni già molto limitate (difetto enfatizzato anche da queste situazioni, però).
Ma nonostante questo, un aspetto ormai difficilmente modificabile sia per come è fatta Houston, sia per come concepisce il gioco Durant (spesso ha ragione lui), l’aspetto più grave è la pigrizia nel far uscire il pallone dai raddoppi. Gli assist non sono rilevanti, non rappresentano un buon indicatore perché dipendono anche dalla – scarsa – capacità dei compagni di gestire il vantaggio, ma le palle perse sono 4 per KD e 22 per Houston.
Durant è stato lezioso in molte occasioni, e soprattutto ha conservato la tendenza propria di molti scorer puri (lo stesso Shai talvolta, anche se il re è Anthony Edwards in questa NBA) a far uscire la palla “rasoterra”, un incubo da raccogliere per i compagni e primo motivo per cui si perdono tempi di gioco. Oltre a risultare pigre, queste esecuzioni sono anche molto basilari, nemmeno l’ombra di una finta o di un tentativo di manipolazione, il che rende facile per la difesa leggere e intercettare il passaggio.
Durant quest’anno si troverà di fronte a queste situazioni molto spesso – anche se il personale, per sua fortuna, sarà meno organizzato – pertanto serve che si abitui in fretta, che sia in fase di esecuzione, o palesando al coach e ai compagni la necessità di un maggiore movimento, senza sostare per ore sul perimetro e basta.
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