A partire proprio dal fatto che è una classifica dei migliori 100 giocatori NBA e soprattutto che se ne è occupata ESPN.

Ogni anno ESPN prepara con sapiente ed esperta mano il proprio nodo dell’asola, infilza con l’amo una succulenta esca, la lancia nel mare sconfinato dell’Internet e, pazientemente, aspetta che gli ignari utenti abbocchino. Ogni anno, porta a casa una sacca piena pesce fresco. Non è cambiato nulla, questo è e sarà sempre il risultato della pubblicazione della classifica dei migliori 100 giocatori NBA, un capolavoro di quello che in gergo viene chiamato ragebait, una vera e propria trappola per catturare la frustrazione, la rabbia e (di conseguenza, ma soprattutto) le interazioni dell’utente medio.
Dopotutto, i “ranking” servono a questo, a stimolare le discussioni, a leggere svariati punti di vista e a formare o esprimere la propria opinione. ESPN ha i mezzi per farlo meglio di chiunque altro, o quasi, come viene spiegato proprio nell’introduzione al lavoro:
- più di 150 reporter coinvolti
- struttura della votazione encomiabile, con voti uno-contro-uno ai giocatori tra più di 20.000 possibili accoppiamenti
- classifica “predittiva”, quindi quale sarà il contributo di quei giocatori nella stagione a venire sia a livello qualitativo, sia quantitativo
- esclusione, proprio a causa dell’aspetto quantitativo, degli infortunati dalla classifica
Ben 150 esperti e 20.000 selezioni per mettere 13 nomi – tra cui Jrue Holiday, Naz Reid e Andrew Wiggins, citando quelli appena lì – sotto a Jonas Valanciunas. Si vede che ci sarà stata qualche decina di giornalisti lituani, o una miriade di beatwriter ottimisti di Denver. Ma questo è solo il caso specifico, a livello generale serve approfondire un po’ di più perché c’è ancora di peggio.
Contraddizioni: gli infortunati
Escludere i giocatori che si sa per certo non metteranno piede in campo, o lo faranno per la prima volta dopo mesi e mesi di recupero, rappresenta una scelta logica e legittima. Specialmente in un ranking predittivo, dove si terrà conto anche delle partite giocate nella prossima stagione. Ma allora per quale motivo penalizzare così tanto Zion Williamson e Joel Embiid? Perché loro due sì, Dejounte Murray e Kyrie Irving no? E perché riservare un trattamento così diverso a Kawhi Leonard? Spieghiamo meglio.
Murray dovrebbe tornare all’anno nuovo, secondo un aggiornamento recente di Shams Charania, dalla rottura del tendine d’Achille, giocando potenzialmente una parte di regular season. Irving, allo stesso modo, sta recuperando da un infortunio al legamento crociato anteriore, e anche per lui al tempo si parlò di un potenziale rientro verso la parte finale di stagione. Questa è una penalizzazione a livello quantitativo – e qualitativo, pensando alle conseguenze dei lunghi infortuni. Si è deciso di escluderli.
Zion Williamson nella sua pur giovane carriera ha avuto problemi muscolari, scheletrici, fisiologici, privati e chi più ne ha, più ne metta. La scorsa stagione si è fermato a 30 partite, prima per infortunio all’hamstring, poi alla schiena. Si tratta di un giocatore injury prone, che non offre garanzie, ma serve prendere una scelta: si valuta una sua stagione potenziale da 65+ partite o da meno di 40? Perché, nel secondo caso, il criterio dovrebbe essere simile a quello per Murray e Irving, escluderlo. Se invece si pensa che possa essere sano, non esiste che sia 61esimo.
L’unica spiegazione è che ci si immagini uno Zion in versione morto vivente per una cinquantina di partite, ma è molto più probabile che avvenga con uno come Paul George, che ha 10 anni e solo 10 partite nel 2024/25 più di Williamson, ed è persino reduce da un intervento chirurgico (l’ennesimo) al ginocchio, ma comunque inserito sopra, alla 54.

Restando a Philadelphia, sempre tra i veterani NBA con ginocchia finite, Embiid sembra non riuscire a guarire, dopo che nelle ultime due stagioni ha giocato rispettivamente 39 e 19 partite. Si tratta di problemi ormai cronici: perché lui dentro e gli altri fuori? Se si pensa possa giocare un decente numero di partite, perché piazzarlo 47esimo? Si tratta di una superstar che, anche con una gamba sola, ha sempre avuto un impatto quasi senza eguali in regular season e da top-10 ai Playoffs.
Due pesi e due misure, a tal proposito, se si considera che invece Kawhi Leonard è ventesimo, dopo una stagione da appena 37 partite e uno storico che non ha nulla da invidiare a quello di Embiid o George. Nel suo caso, e in quello del camerunense, si parla di élite assoluta, materiale da top-10 NBA (o giù di lì) se il livello di integrità fisica è anche solo sufficiente a scendere in campo, perché il loro impatto medio è troppo elevato per classificarli sotto una certa soglia.
Il vero motivo per cui Embiid e Williamson sono trattati così deriva dall’impatto mediatico. Entrambi sono i più chiacchierati per la questione infortuni, perché da essi si dirama una serie infinita di storyline che variano dal peso corporeo ai conflitti con la franchigia, sbordando dunque nel gossip e nella vita privata che accolgono una maggiore fetta di pubblico rispetto alla solita nicchia. L’obiettivo, insomma, è sempre “vendere”, non c’è un interesse scientifico – basti osservare i contenuti proposti. Ma se non vi convince questa argomentazione, proseguiamo.
I criteri
Quindi, questi 150 esperti radunati da ESPN per la top 100, su quali basi hanno votato? Statistiche grezze, statistiche avanzate, eye test o tutte e tre le cose, come sarebbe bene? Quanta importanza ha la regular season e quanta i Playoffs? Si sono anche solo interrogati su questi argomenti? Facciamo un giro leggermente largo.
Il mondo dello studio e della comunicazione della pallacanestro è in continua evoluzione, ormai sono disponibili gratuitamente veri e propri manuali o interi siti web dedicati ai ranking non solo stagionali, ma All-Time. Strumenti apparentemente complessi come le “statistiche avanzate” sono spiegate e semplificate alla perfezione, rendendole in molti casi alla portata di tutti. Figuriamoci se chi li ha a disposizione quotidianamente, anche in versioni potenziate a pagamento, non li metterebbe in mostra menzionando a destra e a manca Second Spectrum, Synergy, Basketball-Index e via dicendo.
Per fare un esempio, nell’articolo sui retroscena del licenziamento di coach Taylor Jenkins da parte dei Memphis Grizzlies ad aprile 2025, veniva fatto un uso spropositato di dati sul pick&roll per creare un paragone con lo stile di coach Tuomas Iisalo, tanto che pure noi comuni mortali ci siamo messi a salvarli in un file perché offrivano un’inaspettata prospettiva tattica – e soprattutto perché costano cari e non sono accessibili a tutti.
In un lavoro come la top 100, si può solo immaginare quali strumenti siano passati tra le mani degli esperti. Si può immaginare, appunto, perché non è chiarito. Giustamente ognuno ha votato per conto suo, non ha dovuto rendere conto a nessuno, si è mantenuto l’anonimato e ogni singola decisione individuale è andata freddamente ad aggiungersi al database assieme a migliaia e migliaia di altre risposte.
Basta davvero poco, i tool gratuiti per comparison o analisi incrociata di dati avanzati esistono a bizzeffe (per chi fosse interessato: Databallr, nba rapm, Dunks&Threes, Crafted NBA, basketball-reference anche nella versione gratuita di Stathead), e si tratta di siti obbligatori da utilizzare prima di esercizi di questo tipo anche solo se si dovesse imbastire una live Twitch per ridere con gli amici. Quello che vedete di seguito, per esempio, non sarebbe successo.

DPM e RAPM sono metriche per valutare l’impatto: i numerini evidenziati indicano le categorie nelle quali un giocatore è migliore dell’altro e di quanto. Holiday in stagione è stato migliore in quasi ogni aspetto, e lo è anche svolgendo un’analisi regressiva.
Non che servisse inventarsi metriche complicate per riconoscere il valore di Holiday, ma per curiosità era giusto andare a vedere per capire cosa sia passato anche solo per la testa di chi ha votato. Inoltre, chi può aver pensato che Jonas Valanciunas potesse stare in questa classifica al posto di nomi come Herb Jones, Keegan Murray, Malik Monk, Aaron Wiggins e via dicendo?
Inoltre, i 150 reporter hanno mai visto una partita del lituano ai Playoffs, soprattutto nella metà campo difensiva – dato che di Holiday si parla? Se la risposta è “no”, forse avrebbero dovuto realizzare che magari un motivo c’è. Se la risposta è “sì”, è molto grave che un professionista dell’informazione non si sia accorto delle problematiche in termini di mobilità e ‘monodimensionalità’ che non gli consentono di stare in campo in determinate occasioni.
Tutto questo non è accanimento contro il povero Valanciunas, ci mancherebbe, si tratta di comprendere criteri non spiegati altrove. Le statistiche avanzate e un confronto incrociato di svariati dati non giustificano la sua presenza nella top 100, tantomeno in quel range, e certamente averne seguito le prestazioni Playoffs non contribuisce alla causa. L’unico aspetto per cui è “superiore” a Holiday è la produzione statistica basilare (punti, rimbalzi, assist, stoppate etc.) proiettate sui 75 possessi – una tecnica usate per provare a mettere sullo stesso livello l’impatto di chi gioca 30 minuti e partita con chi ne gioca 15 – in regular season.
Ma se il criterio è questo, allora tanto vale non fare una top 100, perché è tutto sbagliato. I numeri in regular season non significano niente, e significano ancora meno a Washington/Sacramento rispetto a Boston. Inoltre, un lungo di riserva con minutaggio circoscritto mantiene solitamente un’efficienza molto superiore a una guardia titolare con responsabilità perlopiù difensive, il che spiega la proiezione per 75 possessi superiore a Valanciunas – che dopo 30 minuti al ritmo di Holiday sarebbe da ricoverare in terapia intensiva.
Cooper Flagg, l’anomalia
Il piatto forte, non a caso messo in copertina molto intelligentemente da ESPN, è Cooper Flagg col numero 52. Unico rookie dentro, perché si dà già per scontato che sarà un crack rispetto agli altri (e perché in redazione degli altri ne conoscono pochini), si legge in quell’articolo solo perché viene venduto come “il più atteso prospetto americano dopo LeBron James”. Ecco spiegato l’inghippo, e va bene. Ma in termini logici e scientifici, non ha il minimo senso che sia lì.
Trattandosi di una classifica predittiva, ha senso che ci si sbilanci, è giusto. Ma perché solo lui? E su quali basi? Flagg non ha ancora disputato una singola partita ufficiale in NBA, come i suoi coetanei, quindi non si può sapere se riuscirà a traslare la propria produzione collegiale tra i “grandi”, non si può sapere come reagirà al volume di gare della regular season e soprattutto a eventuali Playoffs. Draymond Green, per esempio, gli sta appena sopra, e si parla di uno dei giocatori più impattanti della storia nella metà campo difensiva, tutt’oggi.
Si augura il meglio alla prima scelta assoluta, ma questa è la testimonianza ultima che si tratti solo di un esercizio indirizzato a far drizzare sopracciglia e poco più, alla mera compravendita di click e interazioni. E funziona, dato che se ne parla anche qui, anche se a tinte fosche.
Come rankare?
Questa è una bella domanda. Da parte di AtG, ancora niente spoiler, anche se il modus operandi si dovrebbe comprendere già da quello scritto sopra. Ranking in forma di top-25 NBA si possono trovare sul nostro podcast Around The NBA, dove registreremo a breve la prima puntata della nostra stagione. Presto li troverete anche su Playback, piattaforma interattiva sulla quale AtG sbarcherà definitivamente in questa stagione.
Cercheremo di non predicare bene e razzolare male, questo è certo. Anche se su STAZ, il fantaNBA che abbiamo progettato, si parte male, dal momento che la produzione fantasy di Valanciunas è di molto superiore a quella di Holiday. Che siano proprio queste le misteriose metriche utilizzate dai 150 reporter di ESPN?