Nonostante l’ormai prolungata assenza di partite nel giorno di festa, la Lega ha prodotto alcune delle sue gare più memorabili proprio mentre in tutto il Paese si preparava il tacchino.

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Sveglia, parenti, chiacchiere (spesso annaffiate da una copiosa quantità di luppolo fermentato), parata, football (con rigorosamente protagonisti i Detroit Lions e i Dallas Cowboys), cena, corsa sfrenata verso le chilometriche code del Black Friday. Nel giorno del Ringraziamento dell’americano medio, lo spazio per la pallacanestro, che pure solitamente a novembre inoltrato ha cominciato la propria stagione da poco meno di un mese, sembra essere risicato se non addirittura nullo.

Da ormai tredici anni, infatti, la Lega ha deciso di non fissare partite durante il Turkey Day, la festa laica più sentita dagli americani e il vero calcio d’inizio delle festività invernali. Il motivo di questa assenza, tuttavia, è molto più profano rispetto alla solennità della giornata: la palla ovale non si può battere, né per ascolti, né per interesse, ed ha perciò molto più senso cercare di evitare una guerra commerciale suicida abbozzando un tacito accordo sulla spartizione delle festività: al baseball il 4 luglio, al football il Thanksgiving e al basket il Natale (sebbene anche il 25 dicembre sia ormai facile preda di una NFL poco avvezza a questo tipo di logiche).

Dal 1949 al 2010, tuttavia, la NBA ha provato a fasi alterne a inserirsi in questo tipo di mercato, programmando – per motivazioni diverse – moltissime partite da disputarsi nel giovedì festivo. Vuoi per il clima di festa, vuoi per l’intrinseca consapevolezza di essere uno spettacolo minore rispetto ai colleghi del gridiron, alcune di queste sfide sono risultate essere tra le più folli della storia della pallacanestro professionistica americana. Ecco le nostre sette preferite, in rigoroso ordine cronologico.


Il via alle danze… e alla musica: Pistons-Celtics, 24 novembre 1949

Nonostante qualche introvabile precedente targato BAA, le prime vere partite NBA del terzo giovedì di novembre sono da datarsi 1949. La Lega, alla sua terza stagione, riprende infatti la tradizione tutta statunitense di portare le famiglie allo stadio e al palazzetto nei giorni di festa, organizzando ben cinque sfide, tra cui un incontro memorabile che rappresenterà il secondo capitolo di questa nostra carrellata.

Tra le partite maggiormente di cartello, è sicuramente da segnalare quella tra i Fort Wayne Pistons e i Boston Celtics, disputatasi, ovviamente, al Boston Garden.

Non si sbagli il lettore ormai abituato a sentire meraviglie dei biancoverdi, però. I grandi favoriti, nonché il vero motivo di interesse della sfida, sono i ragazzi di coach Murray Mendenhall, che arrivano alla partita forti di un record di 6-2 e, soprattutto, freschi di vittoria in casa proprio contro Boston. I C’s, che entrano nella sfida con il parziale di 4-8, si trovano infatti in quella fase di nulla cosmico pre-russelliano di cui poco si conosce, tanto da chiudere la stagione nella seconda metà della Lega per tutti i dati statistici principali offensivi e difensivi. Vera grande speranza per questa sfida di inizio stagione, tuttavia, è il giovane rookie italoamericano Tony Lavelli, da Yale, quarta scelta assoluta e autore nelle sue prime tre allacciate in NBA della bellezza di tre punti, ovviamente complessivi.

Non si riescono a reperire notizie sull’andamento complessivo della partita, ma dall’analisi dei resoconti dell’epoca si riesce a cogliere come la contesa diventi sin da subito una gara di talento tra Fred Schaus, talentuosissimo lungo di Fort Wayne che finirà la stagione nel secondo quintetto NBA, e proprio Lavelli, per la prima volta in grado di mostrare a tutti il proprio elegantissimo hook-shot e forse rinfrancato dal fatto che, quasi contemporaneamente, il più famoso cugino Dante Lavelli stesse dominando insieme ai Cleveland Browns una difficile partita sul campo di Chicago.

Le due squadre arrivano all’intervallo quasi in parità, quand’ecco che dal tunnel sbuca uno strano figuro in maglia verde. Un giocatore che si è dimenticato qualcosa in panchina? Ma nemmeno per sogno! È proprio Lavelli, pronto a rispettare la clausola più importante del proprio contratto. Il basket è infatti per il giovane una passione secondaria rispetto al canto e alla musica – a detta degli storici suo principale talento – tanto da aver messo subito in chiaro con la dirigenza del Massachussetts di non voler firmare senza la garanzia scritta di poter gestire e organizzare gli halftime shows del Garden. Una clausola che gioverà in realtà anche ai Celtics, visto il successo discografico dell’ala piccola e le enormi difficoltà economiche e di pubblico della franchigia. L’italoamericano, armato di fisarmonica, si diletta quindi per qualche minuto in grandi classici (tra cui spicca una “Granada” ben nota anche alle nostre latitudini) per poi andare a sentire le indicazioni del proprio allenatore.

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Incidentalmente, ma come avete capito il parquet è secondario, la partita terminerà con il risultato di 99-85 per Fort Wayne, forte dei 28 punti proprio di Schaus. I Pistons, pretendenti di primo piano al Titolo, chiuderanno tuttavia la propria stagione con il record di 40-28, perdendo contro gli allora Minneapolis Lakers al secondo turno. Boston, che racimolerà soltanto 22 vittorie, sarà invece la seconda squadra peggiore dell’intera Lega dopo i Denver Nuggets, unicum della stagione 1949/50 che poco ha a che vedere con gli attuali campioni NBA.

Per concludere, Lavelli terminerà la propria avventura professionistica dopo due sole stagioni, dedicandosi a una lunga carriera da paroliere e performer nei night club, morendo a 71 anni, nel 1998.

Cenone indigesto: Anderson Packers-Syracuse Nationals, 24 novembre 1949

Avete presente quando in queste occorrenze (per i lettori nostrani molto più assimilabili al Natale che ad altre festività repubblicane) il tempo inizia a dilatarsi e i pranzi o le conversazioni diventano interminabili? Ecco, la sensazione di assoluta noia che si prova nonostante ci si trovi in un ambiente teoricamente festivo deve essere molto simile a quanto vissuto dai 6.882 tifosi presenti alla New York State Fairgrounds, teatro della sfida tra gli Anderson Packers e i Syracuse Nationals.

I favoriti della vigilia erano certamente i newyorchesi, la cui cultura cestistica affondava in radici lontane. A guidarli in campo era Dolph Schayes, sophomore della Grande Mela che avrebbe legato ai Nats – e successivamente ai Philadelphia 76ers che ne sono derivati – gran parte della propria attività professionale.

Sin dalle prime battute, tuttavia, i Packers, che si approcciavano alla sfida con l’ottimo record di 6-2 e piccati dalla precedente sconfitta del 12 novembre ad opera di Syracuse, riescono a tenere un discreto vantaggio, prendendo il largo soprattutto nel secondo quarto, terminato con il risultato complessivo di 41-30 in favore dei ragazzi dell’Indiana.

Mentre Tony Lavelli sta deliziando il pubblico del Garden con esotiche immagini di deserti e splendide fanciulle andaluse, quindi, i Nationals stanno subendo una ramanzina epocale dal coach/compagno Al Cervi – altro esponente, come il proprietario Danny Biasone, dell’immensa comunità italoamericana del New York state. Rientrati per il secondo tempo, i Nats riprendono rapidamente il controllo della partita grazie alle proprie stelle, trovandosi a 28 secondi dalla fine con due tiri liberi per impattare il risultato a quota 76 e forzare l’overtime (ovviamente senza garanzia di riavere il pallone, vista l’assenza del cronometro dei 24 secondi, successiva invenzione proprio di Biasone).

Ray Corley, rookie della squadra e futuro giramondo ante litteram della Lega, segna i due dalla Linea della Carità, portando i suoi all’extra time. I tifosi sugli spalti esultano, contenti della rimonta e della possibilità di vedere altro grande basket. Non hanno idea di cosa li aspetti.

La partita, sin dall’inizio spigolosa, diventa una battaglia senza quartiere, raggiungendo la quota record di cinque overtime e la durata fantozziana di tre ore e quarantotto minuti. I canestri segnati sono pochissimi, quasi nessuno se si tolgono dal conteggio i tiri liberi. La violenza, infatti, inizia a fare da padrone. La sfida si chiude con il totale record di 122 falli e ben sedici giocatori espulsi, con Anderson quasi subito costretta a rimettere in campo giocatori già estromessi dalla partita poiché teoricamente priva di dieci dei suoi undici effettivi. Parliamo di una partita talmente condizionata dai tiri liberi che, guardando i punti del pareggio nei regolamentari e nei primi tre supplementari, si troveranno solo conclusioni dalla lunetta. Fa eccezione soltanto Andrew “Fuzzy” Levane, capace di mandare la partita al quinto OT con, udite udite, un tiro in sospensione.

FOTO: Ondonaga Historical Association

La gara si chiude, dopo 84 liberi tentati dai padroni di casa, con il risultato di 125-123 a favore dei Nationals. La polemica, tuttavia, si protrae per giorni, con Anderson che denuncia un’irregolarità ritenuta inaccettabile. Il fatto che si siano rimessi in campo giocatori espulsi? Neanche per idea. Il ricorso per svariate ore al fallo sistematico? Ma figuriamoci. A non essere tollerata è la decisione, ormai vecchia di qualche ora, di permettere a Syracuse una sostituzione non annunciata pochi secondi prima dei liberi decisivi di Corley per mandare la partita al primo overtime. Ovviamente, nessuno si è sognato nemmeno per un istante di concepire l’idea di ripetere un supplizio del genere per un cambio totalmente ininfluente ai fini del risultato.

Rebound game: Wilt vs Bill, 24 novembre 1960

Immagina di essere il giocatore più forte della Lega, e, da rookie, di vincere ROTY, MVP e miglior marcatore della stagione. Ecco, in aggiunta a questo, immagina anche di essere una delle icone di un mondo afroamericano che è nel pieno delle proprie lotte per i diritti civili. Una volta finita questa Arcadia mentale, tuttavia, vai col pensiero al fatto che esista, in questo mondo apparentemente ai tuoi piedi, un altro giocatore meno talentuoso, meno osannato e tendenzialmente meno di successo dentro e fuori dal campo in grado tuttavia di vincere dieci partite in più in regular season e portarsi a casa la serie di Playoffs in cui vi fronteggiate nonostante prestazioni ai suoi danni da 50 punti e 35 rimbalzi. Se qualche decennio dopo tutti volevano essere like Mike, io nel 1960 sicuramente non avrei voluto essere Wilt Chamberlain.

La vendetta, si sa, è un piatto che va servito freddo, e quale occasione migliore delle festività per farne una scorpacciata e dimostrare una volta per tutte di essere il giocatore migliore, rimbalzando (per usare un orrido anglicismo che tornerà utile) da quelle sconfitte? È abbastanza scontato pensare che questo fosse lo stato di Wilt il 24 novembre 1960. Proprio nella serata del Thanksgiving, infatti, i Celtics e soprattutto Bill Russell sarebbero tornati a Philadelphia per la prima volta dalla serie di Playoffs dell’anno precedente, dando a lui e ai sempre esigenti tifosi di Philly una chance per essere grati. I presupposti per un’inversione di tendenza, d’altronde, c’erano tutti: i Warriors, alla penultima stagione in Pennsylvania, erano partiti con nove vittorie consecutive, battendo contestualmente proprio i Celtics al Garden nel primo degli incroci stagionali.

In questa macchina da basket – comunque non esente da qualche inciampo – Wilt era poi un centro gravitazionale perfetto, capace di far registrare sette prestazioni su quindici oltre i quaranta punti e di giocare ogni minuto di basket competitivo disponibile (saltando solo qualche saltuario garbage time). Non sorprende, quindi, che all’intervallo il parziale tra questi due superteam veda Philly in vantaggio per 63-60.

I ritmi incessanti proseguono nel secondo tempo e Chamberlain chiuderà la sfida con 34 punti e ben 55 rimbalzi, record tuttora imbattuto per la NBA, tenendo al contempo Bill a un più umano 18 con 19 rimbalzi. Ancora a distanza di anni, la prestazione assume un carattere leggendario, con lo stesso Wilt che dirà:

“Mi ricordo soprattutto di essere stato stanco come mai in vita mia.”

Tutto apparecchiato, quindi, ma rimane un piccolo inconveniente: vincono i Celtics, 132-129, rimontando un sensibile svantaggio nel finale. No, a volte non era divertente essere Wilt.

Wilt II, la (quasi) vendetta: Warriors-Sixers, 26 novembre 1964

Altro giro, altra prestazione monstre di Wilt Chamberlain. Questa volta, tuttavia, il freddo del New England ha lasciato spazio al sole della Baia. I Warriors, infatti, si erano spostati all’inizio della stagione precedente a quella raccontata a San Francisco, da dove non si sarebbero quasi più mossi fino a oggi.

Wilt, non contento di dover lasciare la propria città natale, è in una guerra civile permanente con proprietà e tifosi, che gli preferiscono senza particolari nascondimenti il giovane Nate Thurmond, suo erede designato (per una panoramica sulla prima stagione californiana, vedi QUI). Nonostante la fragile pace ottenuta con coach Hannum nei primi mesi di stagione, quindi, il centrone di San Fran è da settimane alla ricerca di una trade che possa portarlo in Pennsylvania, dove i Syracuse Nationals sono diventati da poco i Philadelphia 76ers.

Quale occasione migliore di una sfida festiva tra le due squadre per zittire i mugugni di un pubblico che viene al palazzo per vedere perdere Golia e al contempo mostrare i propri talenti ai possibili acquirenti? Il piano riesce e Chamberlain il 26 novembre del 1964 fa segnare la miglior prestazione mai messa insieme in una partita del Ringraziamento: 63 punti e 32 rimbalzi che vogliono mostrare al mondo come l’inizio di stagione da 5-15 non si possa imputare allo scarso impegno difensivo del #13, nonostante gli spifferi che partono dalla stampa. Il problema? Sempre lo stesso, ovvero che la partita la vince Philadelphia con il risultato di 128-117 e 24 punti e 16 rimbalzi di Luke Jackson, diretto avversario di Wilt.

Nonostante l’ennesima disfatta, tuttavia, Chamberlain otterrà all’inizio della stagione successiva l’agognato scambio verso i Sixers, con cui vincerà finalmente il primo titolo nel 1967, ottenuto grazie al decisivo apporto del nuovo allenatore: Alex Hannum, da cui era fuggito a gambe levate in California.

Oh Canada! Our home and native land! Indiana Pacers-Vancouver Grizzlies, 27 novembre 1997

La partita del Ringraziamento tra Indiana Pacers e Vancouver Grizzlies non è certamente entrata negli annali della pallacanestro NBA per motivi tecnici, ma rappresenta una circostanza abbastanza particolare. Se la scelta dei gialloblu come squadra da Thanksgiving è una costante per tutti gli anni Novanta – si sperava, infatti, che almeno nel Basketball State qualcuno evitasse di guardare l’NFL – i Grizzlies rappresentano il primo curioso caso di franchigia a giocare una partita presentata come festiva… nonostante non vi fosse per loro nulla da festeggiare!

Il ringraziamento canadese, infatti, si celebra il secondo lunedì di ottobre, ben prima che la stagione NBA prenda il via. L’orario quasi lavorativo del match (partito intorno alle 18.30) ha quindi con ogni probabilità infastidito i canadesi, per cui la giornata del 27 novembre rappresentava unicamente un freddo giovedì pre-invernale.

Abbastanza inusuale, tuttavia, è anche lo svolgersi degli eventi. I disastrati Grizzlies perdono infatti per 106-85 contro dei Pacers in grado di portare Jordan e i Bulls alla settima nelle Finali della Eastern Conference. Mattatore della serata, tuttavia, non è Reggie Miller, bensì un ormai invecchiato Chris Mullin, arrivato in Indiana in estate per imparare dal padre putativo Larry Bird come allungare la propria carriera da tiratore. Un esperimento che, al di là di qualche lampo in questa prima stagione, sarebbe decisamente fallito. Speriamo almeno che Vancouver abbia avuto la bontà di concedere la paga doppia ai propri giocatori.

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Not a game for Kidds: New Jersey Nets-Los Angeles Clippers, 28 novembre 2002

Forse la più nota tra le sfide di questa giornata nel nuovo millennio è la divertente gara tra New Jersey Nets e Los Angeles Clippers del novembre 2002. I Nets arrivano alla contesa da assoluti favoriti e nel bel mezzo del loro duplice viaggio verso le Finali NBA Il favore dei bookmakers è poi acuito dal fatto che, a fronteggiare i campioni in carica della Eastern Conference, si presentino dei Clips nella loro versione sterlinghiana più tragicomica: Lamar Odom, Micheal Olowokandi, Corey Maggette ed Elton Brand fanno tutti parte del gruppo guidato fino a marzo da coach Alvin Gentry, con risultati a dir poco deludenti.

New Jersey parte subito forte, con un parziale di 11-0 che sembra non lasciare troppa speranza ai sognatori già intrisi di spirito natalizio e conferma la sensibile differenza di record (9-6 contro 5-10). A 8 minuti e 56 secondi dalla fine del primo parziale, tuttavia, Andre Miller segna sotto canestro i primi due punti dei californiani, riaprendo inconsapevolmente la partita. Da quella marcatura, infatti, il playmaker inizia un serrato scambio di canestri con la controparte avversaria, Jason Kidd, chiudendo il primo quarto con 13 punti e l’inaspettato parziale di 30-29 in favore dei losangelini. Tenuto in campo anche per buona parte del secondo periodo, Miller prosegue nella propria serata di grazia, rientrando per l’intervallo lungo con uno score di 19 punti, 4 assist, 8/11 dal campo e 2/2 ai liberi.

Nel secondo tempo, giocato interamente, la musica non cambia, con Miller che permette ai suoi di rimanere attaccati alla partita nonostante Jason faccia segnare una prestazione altrettanto monstre (15 punti con 5/11 nel solo secondo tempo). Come spesso in questi casi, quindi, tutto si riduce a un singolo tiro, nella fattispecie una tripla in pieno disequilibrio presa da Andre a 4.9 secondi dal termine dei tempi regolamentari. Il tiro è assolutamente fuori misura, ma entra lo stesso, sorprendendo lo stesso playmaker.

“Quando mi è uscito dalle mani pensavo non superasse il ferro.”

Nell’overtime, nonostante un paio di fiammate di Kidd ad inizio supplementare, i Clips trovano per una volta un pragmatismo poco avvezzo al personaggio, chiudendo la contesa con il risultato di 126-118. Per i soli parziali, anche la sfida nella sfida viene vinta da Miller: 37 (in quel momento career-high) e 16 assist per Andre, 35, 8 e 8 rimbalzi per Jason.

Last but not least: l’ultimo Ringraziamento, 25 novembre 2010

Non possiamo concludere questa carrellata senza un resoconto delle ultime partite giocate nel Thanksgiving Day (almeno per il momento). Anche in questo caso, non si tratta di match elettrizzanti. Nella prima delle due sfide, gli Atlanta Hawks di Al Horford, Jamal Crawford  e Joe Johnson battono in casa per 116-96 degli scialbi Washington Wizards nel pieno del passaggio di consegne tra Gilbert Arenas e John Wall.

Nel confronto immediatamente successivo, invece, dei Clippers a pochi passi da Lob City passeggiano per 100-82 su quel che rimane dei peggiori Sacramento Kings di sempre, nonostante la presenza di un rookie DeMarcus Cousins – da 7 punti e -26 di plus minus in 26 minuti. È quest’ultima forse la peggiore partita di sempre mai giocata nel Ringraziamento, viste le 6 vittorie complessive su 28 possibili delle due squadre.

Da quel momento in poi, come detto, solo luppolo, parenti, tacchini, parate e tanto football.