Boston e Golden State si stanno affrontando nella Finale del 2022, ma si tratta di un matchup già visto 58 anni fa. La prima sfida alle Finals tra Wilt Chamberlain e Bill Russell raccontata all’interno dei cambiamenti che sconvolsero la Lega.

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“Se riesci a ricordati qualcosa degli Anni Sessanta a San Francisco, probabilmente non ci sei stato.”

Basterebbe questa frase, anonima ma diffusissima in città, a spiegare il cambiamento vissuto dalla metropoli della Bay Area al volgere del sesto decennio del ventesimo secolo.

Frisco, infatti, è passata in questi anni così rivoluzionari dall’essere la spina dorsale dello sforzo bellico e cantieristico del Paese – durante la Guerra era qui che venivano costruite e stanziate imbarcazioni e compagnie pronte a salpare per il Pacifico – ad essere il centro culturale e libertario più grande degli States.

Proprio nella Golden City si erano trasferiti la gran parte degli intellettuali della Beat Generation, oltre che una nutrita comunità omosessuale, che, a partire dai primi Anni Settanta, attraverso sacrifici e manifestazioni contribuirà al lento ma inesorabile ammodernamento legislativo sui temi di libertà ed uguaglianza.

Il passaggio da città-caserma a centro hippy ha, involontariamente, un parallelo cestistico assolutamente autoesplicativo. Fino al 1956, infatti, domina il basket cittadino William “Bill” Russell, centro di McClymonds High School e della locale USF. Si tratta di un giocatore e di un uomo rigido, metodico, apparentemente impermeabile alle discriminazioni, figlio di quella società industriale e operaia che domina la San Francisco anni Quaranta e Cinquanta, sostenendo lo sforzo patriottico.

Dopo aver giocato le Olimpiadi di Melbourne nello stesso ’56, dietro richiesta personale dello stesso Presidente Eisenhower, a cui mai si sarebbe negato, Bill ha però iniziato la propria carriera in NBA sulla East Coast: a sceglierlo erano stati i Boston Celtics di coach Red Auerbach, ambiente perfetto per continuare questo atteggiamento metodicamente inoppugnabile e portare a casa quanta più argenteria possibile.

A riempire il vuoto lasciato in città dall’addio di Bill, nel 1962 si era trasferito nella Baia insieme a tutta la franchigia dei Warriors, originariamente situata a Philadelphia, l’altra faccia della medaglia: Wilton Norman “Wilt” Chamberlain.

Talento offensivo cristallino che si contrapponeva alla robustezza difensiva di Bill, Wilt era umorale, ammaliato dal proprio talento, competitivo a giorni alterni. Nativo della stessa Philadelphia, aveva trascorso gli anni dell’Università a Kansas, dove aveva rischiato più volte il linciaggio a causa della sua passione – malvista dallo stato, sebbene concessa – per le unioni interrazziali.

Da lì – differentemente dal patriottico Bill – Wilt aveva saltato a piè pari Draft NBA e Olimpiadi romane per passare due anni con gli Harlem Globetrotters, gli unici ad offrirgli trentamila dollari – all’epoca una cifra impensabile – per giocare a basket. Un chiaro segnale di quali siano le sue priorità.

L’incontro-scontro tra i due una volta entrambi nella Lega è inevitabile. Wilt inizia la propria carriera in NBA nel 1959/60, anno in cui Bill e i Celtics vincono il terzo Titolo in quattro anni. Proprio in quella prima stagione condivisa, va in scena la prima battaglia ai Playoffs tra i due: la serie viene ovviamente dominata tecnicamente da Chamberlain (che arriva addirittura a mettere una prestazione da 50 e 35 rimbalzi), e altrettanto ovviamente vinta da Russell, che riesce a chiudere la porta al rivale nella decisiva Gara 3, in cui il centro di Philly è limitato da qualche problema fisico.

Nessuna sfida di questi primi anni, tuttavia, ha il peso e l’importanza della serie del 1964, la prima Finale giocata da Wilton contro William, ma anche l’unica altra serie conclusiva della stagione a vedere fronteggiarsi due franchigie storiche come Warriors e Celtics. Esclusa, ovviamente, quella che stiamo vivendo in queste settimane.

La stagione regolare, i premi, la vigilia

I San Francisco Warriors si approcciano alla stagione 1963/64 con l’unico intento di portare in California il primo anello della storia vinto da una squadra ad Ovest del Mississippi, spodestando finalmente i “soliti” Celtics, incontrastati nel loro dominio e vincitori di sette Titoli in otto anni. Le mosse del proprietario italoamericano Franklin Mieuli – l’uomo che aveva portato il basket NBA nella Baia – per tentare la scalata sono essenzialmente due e rispondono ai nomi di Nate Thurmond ed Alex Hannum.

Il primo dei due – terza scelta al Draft 1963 – è a tutti gli effetti il sostituto di Chamberlain, nonostante Wilt per il momento non abbia alcuna intenzione di lasciare San Francisco. Mieuli e la sua stella, infatti, hanno da sempre un rapporto che rasenta la Guerra Civile, tanto da non rivolgersi la parola ed incolparsi a vicenda dello scarso successo di pubblico dopo il trasferimento

“Chamberlain non è un uomo facile con cui avere a che fare, e il pubblico di San Francisco non ha mai imparato ad amarlo. È facile odiare Wilt, le persone venivano a vederlo perdere.”

– Franklin Mieuli

Se il numero 13 risponderà sempre con piccata ironia a queste accuse – “A nessuno piace fare il tifo per Golia” sarà uno dei suoi mantra più famosi – il proprietario, smanioso di un riconoscimento da parte della propria comunità natale, cercherà sempre un giocatore in grado di eclissare Chamberlain in modo da spedirlo senza troppi mugugni nel gruppo-squadra a Philadelphia, dove nel frattempo i Syracuse Nationals sono diventati i 76ers.

Proprio da Syracuse-Philadelphia arriva l’altro protagonista del piano diabolico dell’owner californiano, coach Alex Hannum, rigido ex-allenatore dei Nationals chiamato a guidare il gruppo per la stagione alle porte. Non potete immaginare un allenatore più anni Sessanta di Hannum: veterano dei Marines durante la Seconda Guerra Mondiale, i suoi modi empatici e formativi, otre che la facilità della sua preparazione fisica, gli varranno per tutta la vita il soprannome di “Sergente” da parte dei suoi giocatori, che condivideranno nei suoi confronti quel miscuglio sentimentale di paura e rispetto che ben si applica a questi personaggi carismatici.

Chiamato ad allenare in NBA nel 1949, è stato fino a quel momento l’unico allenatore in grado di battere i Celtics della premiata ditta Auerbach-Russell, vincendo il titolo del 1958 con i suoi Saint Louis Hawks. Solo in un’altra occasione quella Boston sarà in grado di perdere un titolo: nel 1967, contro i Philadelphia 76ers di… Alex Hannum e Wilt Chamberlain.

Hannum non ha nessuna intenzione di perdere tempo con le eccentricità di Wilt, abituato – generalmente – a comandare, non allenarsi e non passare il pallone alle guardie, da sempre la sua categoria umana più detestata. La guida tecnica inizia sin dal primo giorno, perciò, a predicare condivisione del pallone e uguaglianza tra i giocatori. Chamberlain, da sempre innamorato della diplomazia, impiega due giorni e tre allenamenti nel ritiro di Vancouver a minacciare il proprio coach. La risposta che ottiene, pacata e glaciale, non è messa in atto solamente per l’intervento del resto della squadra,

“Benissimo, usciamo e risolviamola allora.”

– Coach Hannum
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Nonostante le prime incomprensioni, tuttavia, Wilt accetta il metodo del proprio allenatore, sviluppando con lui un profondo rapporto lavorativo e personale. Se ne accorge anche Sports Illustrated, che nella sua immancabile preview fa capire come il lavoro della preseason possa costituire la svolta definitiva per il fenomeno più ammirato della Lega.

“Le squadre di Hannum si muovono costantemente e tutti lavorano per prendersi tiri. Può Chamberlain, che ogni tanto sembra un oggetto inamovibile, inserirsi in questo nuovo stile? La risposta sembrerebbe essere sì. Il nuovo Wilt si muove, passa, è attento in difesa, corre, prende i rimbalzi e non segna così tanto. Lo aiuta il rookie Nate Thurmond, prima vera riserva di Chamberlain dopo quattro stagioni da professionista.”

– Sports Illustrated

Mai previsione sembrò più azzeccata: pur passando da oltre 44 a “soli” 37 punti di media, Wilt domina la stagione regolare, perdendo l’MVP solamente a vantaggio di un Oscar Robertson in formato “Mr. Triple Double”. I Warriors vincono 48 partite, approcciandosi ai Playoffs con una leggerezza che sembra, almeno per il momento, nascondere i limiti di un roster in cui il solo Wilt è in grado di produrre con continuità in attacco.

Sulle sponde dell’Oceano Atlantico, invece, anche i Boston Celtics stanno vivendo una stagione di apparente transizione. Bob Cousy, playmaker della squadra, si era ritirato alla fine della stagione precedente, permettendo a coach Auerbach di attuare la rivoluzione che aveva in mente da tempo: basta giocare con un regista creativo assolutamente negativo in difesa, aggiungiamo al quintetto una guardia estremamente fisica – nel caso in questione KC Jones – e si corre senza sosta da una parte all’altra del campo sfiancando gli avversari.

Il cambio riesce: Boston vince 59 partite pur segnando cinque punti di media in meno rispetto all’anno precedente. I giocatori in doppia cifra di media sono invece ben sei, con John Havlicek, in quel momento sesto uomo, unico in grado di superare la soglia dei 20 punti.

Nonostante i successi sul parquet, la stagione è emotivamente difficile per i C’s.

Si è già venuto a creare da tempo, infatti, un divario tra la squadra – tra le più aperte e progressiste, tanto da schierare un quintetto di soli afroamericani all’inizio della successiva stagione 1964/65 – e la città di Boston, in quel momento ancora velatamente ammantata di un razzismo radicato e sistemico. L’apice si raggiunge il 18 gennaio ’64, quando Bill Russel, ormai stufo dei continui atti di vandalismo subiti, rilascia dichiarazioni passate alla storia del giornalismo sportivo americano.

“Io non devo niente al pubblico. Non lavoro per essere accettato, non è importante se i fan mi apprezzano o meno. Non è importante per me e non è importante per loro. Se gli piaccio e gioco male mi fischiano lo stesso. Pagano per vedere un prodotto e un risultato, non una personalità. […] Non devo loro niente, non darò loro niente, non sorriderò se non voglio, non mi inchinerò e non sarò modesto. Non è la mia natura. Sono come la maggior parte dei miei colleghi ed ho un grande ego, non voglio nascondermi. Non penso stia a me dare un esempio a figli che non siano miei.”

– Bill Russell

Un’amarezza celata che nasconde anche una profonda differenza con l’altro grande protagonista della stagione, quel Wilt che vive dell’apprezzamento dei tifosi nella decisamente più liberal San Francisco. Un’opposizione tecnica che si riflette anche nei risultati: Primo Quintetto NBA ma sole 48 vittorie Wilton, Seconda Squadra, ma forte di 59 successi William.

La chiamata dei quintetti

Arrivati alla postseason, i già citati limiti dei San Francisco Warriors sembrano fuoriuscire in tutta la loro grave complessità. La prima (ed unica) serie a precedere le Finali – ironia della sorte – è contro quei Saint Louis Hawks che tanto devono a coach Hannum. Dopo una difficile vittoria in sette gare guidati da un Wilt da 39 e 30 rimbalzi nella partita decisiva, la squadra riesce quindi a qualificarsi per l’atto conclusivo, dove viene prontamente raggiunta dai grandi favoriti in verde, capaci di sbarazzarsi della Cincinnati dell’MVP Oscar Robertson e del Rookie dell’Anno Jerry Lucas.

Per la prima volta nella breve storia della NBA, quindi, le due più grandi stelle del firmamento cestistico si incontreranno nella serie che assegna il Titolo. Uno spot incredibile che non può che far contenti tutti gli executives della Lega, desiderosi l’anno successivo di sbarcare definitivamente sul nascente mercato televisivo.

FOTO: San Francisco Chronicle

Prima di prendere l’aereo con Hannum ed i suoi per il Boston Garden, tuttavia, sembra doveroso fermarsi un momento per analizzare il supporting cast delle stelle menzionate fino ad ora. Ecco quindi un breve riassunto, quasi un introduzione da speaker del palazzo, per capire quali siano i protagonisti nascosti di questa serie così attesa e avvincente.

Per i Warriors:

  • Tom Meschery: unico giocatore offensivamente affidabile del roster di Hannum se si esclude il #13, è probabilmente l’uomo più novecentesco della storia NBA: nato in Manciuria da un erede dei Tolstoj in fuga dalla Rivoluzione Russa, ha passato gli anni della Guerra in un campo di internamento giapponese per poi emigrare negli States, americanizzando il proprio nome a causa del maccartismo. Dopo la sua – ottima – carriera sul parquet ha iniziato a pubblicare libri di poesia, tanto da venire introdotto nella Hall of Fame. No, non quella di Springfield, quella dei migliori autori letterari del Nevada.
  • Guy Rodgers: playmaker della squadra, gli allora Philadelphia Warriors lo hanno scelto nel 1958 come territorial pick, un tipo di scelta che consentiva di chiamare i migliori giocatori del proprio stato per aumentare il legame col territorio (peccato che abbiano poi deciso di andarsene). Farà segnare 20 assist nella famosa partita dei 100 punti di Wilt e verrà definito da molti analisti e compagni uno dei migliori passatori della sua epoca, dietro al solo Cousy. A differenza di Meschery, verrà introdotto nella vera Hall of Fame.
  • Al Attles: Specialista difensivo, non è certamente la stella più luminosa della squadra, ma porta l’equilibrio ricercato nella pallacanestro di Hannum. Secondo miglior marcatore nella partita dei 100 di Wilt, per tutta la vita scherzerà dicendo che lui e Chamberlain sono stati la miglior coppia della storia, visto che nessuno è riuscito a segnare 117 punti combinati in un solo match. Futuro allenatore dei Warriors del primo Titolo, sarà legato all’organizzazione – a fasi alterne – per sessantadue anni, un record per la NBA.

Rispondono i Celtics:

  • KC Jones: Cresciuto a San Francisco, vince con Bill Russell due titoli NCAA alla fine degli Anni Cinquanta, inventando nel frattempo una delle giocate più spettacolari mai viste su un parquet: l’alley-oop. Dopo aver conquistato, sempre con Bill, l’oro olimpico di Melbourne, segue l’amico a Boston. Terminata la carriera da giocatore, vincerà due titoli sulla panchina dei C’s, esattamente come – guarda un po’ – Russell.
  • John Havlicek: successore di Bob Cousy nel ruolo di mattatore offensivo e figlio prediletto di Red Auerbach – che si augurerà di avere un erede identico a lui – “Hondo” reinventerà il ruolo del sesto uomo nel senso contemporaneo, allungando di almeno tre-quattro stagioni il ciclo vincente dei Celtics. Nelle Finali dell’anno successivo a quello narrato, sarà protagonista della palla rubata dalla radiocronaca più famosa di sempre, tanto che ancora oggi molti cercano di copiarne la struttura: “Havlicek stole the ball”.  Da sempre noto per le sue esose richieste contrattuali, terminata la carriera da giocatore farà fortuna investendo nella catena di fast food Wendy’s.
  • Tom Heinsohn: anche lui territorial pick, sarà per tutta la carriera il fiancheggiatore di Bill Russell ed un rimbalzista di notevole livello. Tra i fondatori della NBPA, minaccerà, proprio nel ’64, lo sciopero dell’All-Star Game, costringendo la Lega ad incontrare i rappresentanti dei giocatori per introdurre un piano pensionistico per i veterani, ancora oggi considerato tra i più innovativi dello sport a stelle e strisce. Come i già citati Russel e Jones, dopo il ritiro e l’ingresso nella Hall of Fame vincerà da allenatore due titoli sulla panchina di Boston.

Le prime tre gare

Per comprendere la serie del 1964 bisogna innanzitutto tenere conto del fatto che i ruoli sono rovesciati rispetto alla nostra contemporaneità. Nell’aprile di 58 anni fa, infatti, sono i Warriors a trovarsi in una situazione paragonabile a quella in cui oggi riconosciamo i ragazzi di Ime Udoka: una squadra giovane, che ha già ottenuto un discreto successo ma non è mai arrivata in fondo e che si trova a fronteggiare quella che è già stata – giustamente – nominata la più grande dinastia del decennio.

La differenza sembra essere solo una: negli Anni Sessanta l’inesperienza è un vantaggio da sfruttare, e non c’è alcun motivo per cui i giovani ospiti debbano essere trattati con cortesia.

I californiani scoprono immediatamente quale sia il trattamento-Auerbach per gli avversari che contano. Arrivati al Boston Garden, vengono scortati nello spogliatoio ospite, non esattamente la facility NBA a cui oggi siamo abituati.

“Il nostro spogliatoio era semplicemente tremendo. Non so se Red lo facesse apposta, ma c’era la muffa nella doccia, il pavimento sempre pieno d’acqua, e appena alzavi la testa si vedevano i topi passare sui tubi. Intendo dei maledettissimi ratti, i più grandi che avessi mai visto. Sembravano gatti da quanto erano grossi.”

– Tom Meschery

Forse anche per questo motivo, unito al calore dei “soliti” 13.909 bostoniani accorsi al palazzo, San Francisco perde pesantemente le prime due gare, venendo dominata dal dinamismo difensivo dei Celtics, capaci di chiudere la porta agli attacchi avversari ogni qualvolta fosse stato necessario.

Chamberlain, stretto nella morsa del frontcourt dei Celtics, chiude Gara 1 addirittura con 22 punti, 23 rimbalzi ed il 45% dal campo. Una prestazione decisamente sottomedia, se si pensa che aveva chiuso la stagione regolare con 37, 22 ed il 52% dal campo ad allacciata di scarpe.

FOTO: NBA.com

Dopo le prime due disfatte, tuttavia, arriva l’occasione di ripresa con il classico cambio di scenario dei Playoffs NBA. Il 22 aprile i due team si spostano sulla Baia per Gara 3, e questa volta è il turno dei Celtics di scoprire i limiti del palazzo di San Francisco. I Warriors, infatti, giocano le proprie partite casalinghe al California State Livestock Pavilion di Daly City, luogo passato alla storia con il nome eloquente di Cow Palace.

Costruito per rodei ed esposizioni di bestiame, l’arena presenta, a prescindere dalla distanza dagli eventi e dalla cura certosina delle operazioni di pulizia, un distinto odore… naturale, detestato anche dai locali e allo stesso ineluttabile.

“Sembra di giocare in una stalla.”

– Franklin Mieuli

“Non importava quanto lo pulissero, quel posto puzzava sempre. Giravi un angolo e sentivi odore di “prodotto” delle mucche.”

– Tom Meschery

Probabilmente inebetiti dai “profumi”, i Celtics perdono malamente Gara 3 per 115-91, riaprendo di fatto la serie in vista di Gara 4, da giocarsi venerdì 24 aprile. Una partita che, tuttavia, non sarà come le altre della serie.

La quarta Gara e la fine della Serie

Isolare Gara 4 all’interno di questa serie è probabilmente un atto dovuto. Unica sfida punto a punto in una serie di continue vittorie nette, presenta al contempo una particolarità che la rende ancora oggi una delle sfide più viste del panorama cestistico di quell’epoca.

La partita, infatti, è l’unica di quella serie Finale ad essere trasmessa sulla Sports Networks Incorporated, televisione in quel momento detentrice dei diritti della NBA, nonché la prima sfida di Playoffs tra Wilt e Bill trasmessa sugli schermi.

Fortunatamente per Lega ed editore, ad 85 secondi dalla fine il risultato è di 94-91 per Boston, che con un grande terzo quarto (notate somiglianze?) ha ripreso una partita in cui era stata anche in doppia cifra di svantaggio.

Bud Palmer, il commentatore della gara, vive quei momenti cruciali con la visuale completamente impallata da alcuni dei 14.000 presenti, trovandosi sostanzialmente costretto, vista la sua possibilità di seguire la partita solamente tramite la ritrasmissione sul monitor, a fare una telecronaca in differita degli ultimi possessi.

Dopo un attacco sconsiderato in “isolamento” di Guy Rodgers – chiaro sintomo di come il mito delle origini della pallacanestro vada riconsiderato – la palla finisce rocambolescamente in out, dando a Boston la possibilità di chiudere la sfida.

Il pressing a tutto campo di San Francisco fallisce, aprendo una chiara linea di passaggio ad Heinsohn per Russell; il numero 6 – che probabilmente non ha mai segnato un canestro più facile in carriera – schiaccia ad un minuto dalla fine il pallone del 96-91.

Non basta tuttavia a chiudere la contesa: due attacchi veloci dello stesso Rodgers, imbeccato da un Chamberlain finalmente attivo a rimbalzo, riportano la partita sul -1. Ci vorrà la “solita” furbizia di Havlicek, capace di ingannare Gary Phillips e costringerlo ad un fallo, il settimo di squadra, che per le regole correnti vale un tentativo addizionale ai liberi in caso di errore in una delle prime due conclusioni.

Il terzo libero, comunque, non servirà, e Boston vincerà la partita, dominando in seguito Gara 5 in casa e  conquistando, meritatamente, la serie. Chamberlain, deluso, romperà in quel preciso momento con Mieuli, passando tutta la prima parte della stagione seguente a chiedere di essere scambiato e di tornare a Philadelphia. Verrà accontentato, vincendo in Pennsylvania il primo dei suoi due Titoli in carriera.

I Celtics, invece, continueranno a mietere successi. Due anni dopo la vittoria del ’64, tuttavia, in panchina non andrà più Red Auerbach, deciso a tenere un ruolo solamente dirigenziale, ma il primo allenatore afroamericano della storia delle Leghe professionistiche americane: William Russell.

Quello della stagione 1963/64 è uno spartiacque per molti motivi: razziali (per la prima volta al centro del quadrato c’erano due stelle afroamericane di alto livello, senza Pettit, Cousy o altri a placare gli animi più conservatori), cestistici, televisivi, politici, storici. Possiamo solo augurarci che gli avanzamenti portati alla Lega e alla società da quella serie si ripetano dopo questa, avvincente, Finale 2022.