E la brusca separazione dalla sua ex squadra potrebbe aver contribuito a motivare Doncic a diventare la migliore versione di se stesso.

Luka Doncic LeBron James Los Angeles Lakers
FOTO: Sports Illustrated

Questo articolo è una traduzione autorizzata. La versione originale è stata scritta da Jim Alexander e pubblicata su Orange County Register, tradotto in italiano da Marco Barone per Around the Game.


I Los Angeles Lakers sono ormai la squadra di Luka Doncic, senza alcun dubbio. Era prevedibile, ovviamente, questa transizione oltre l’era di LeBron James. Probabilmente ne abbiamo avuto il primo sentore poco dopo la notte di inizio febbraio in cui Rob Pelinka ha fatto la corte alla controparte di Dallas, Nico Harrison, per acquistare Doncic. LeBron non è stato consultato in anticipo e il processo è stato così serrato che James è stato colto di sorpresa quando ha ricevuto la notizia che Luka sarebbe arrivato e Anthony Davis, tra gli altri, sarebbe partito.

“Anche quando ho parlato al telefono con (Davis, dopo aver saputo dell’accordo), non mi sembrava ancora vero“, ha detto James un paio di giorni dopo – “E non mi sembrava ancora vero fino a quando non ho visto Luka oggi, e poi ho visto il filmato di AD allo shootaround di Dallas. È stato allora che ho capito che era tutto reale”.

Così flash forward alla conferenza stampa di sabato presso la sede dei Lakers a El Segundo, per annunciare l’estensione di tre anni e 165 milioni di dollari dello sloveno. Il nome di LeBron è stato fatto solo a due terzi del discorso – ne parleremo – e a Luka è stato chiesto di parlare del reclutamento che ha fatto per migliorare il roster.

Reclutare i suoi alfieri e parlare della sua squadra, della sua organizzazione e delle opportunità che offre, ovviamente, è generalmente il compito della superstar in una squadra NBA. Luka ha convinto Marcus Smart, l’ex giocatore difensivo dell’anno, a unirsi ai Lakers. E probabilmente ha parlato con Pelinka di Deandre Ayton, l’ex scelta numero 1 che ha firmato un contratto biennale con i Lakers dopo il buyout da Portland.

Ovviamente questa sarà una squadra diversa rispetto a quella che ha iniziato il ritiro lo scorso settembre. LeBron sarà ancora lì, senza dubbio, dopo aver esercitato la sua player option da 52.6 milioni di dollari, e Pelinka ha riconosciuto sabato di avere ancora conversazioni produttive con l’agente Paul, conversazioni descritte come “positive e di supporto… molto professionali”. Per quanto LeBron e la sua squadra abbiano lanciato messaggi passivo-aggressivi, non sembra prospettarsi una lotta di potere all’orizzonte.

L’unica competizione tra le due superstar in questo momento potrebbe essere quella su chi si presenterà più in forma all’inizio del ritiro. E per quanto Doncic appaia in forma in questi giorni e per quanto rigorosi sembrino essere stati i suoi allenamenti in offseason, questa è sicuramente una lotta più equa di quanto non sia mai stata.

Si ringraziano i Mavs anche per questo. Le voci provenienti da Dallas sull’insoddisfazione per il condizionamento di Doncic non potevano passare inosservate, soprattutto quando il proprietario Patrick Dumont si è scagliato contro il suo giocatore in partenza una settimana dopo lo scambio.

Se Luka aveva bisogno di una motivazione che andasse oltre l’essere la migliore versione di se stesso per la squadra che lo voleva davvero, l’ha avuta. Forse questo l’ha aiutato a spronarsi durante un estenuante regime di offseason, supervisionato dall’allenatore Anze Macek e dal fisioterapista Javier Barrio, iniziato con un mese intero di lavoro prima di toccare seriamente un pallone da basket.

“I primi cinque giorni sono stati davvero difficili”, ha detto Doncic sabato. “Non sapevo cosa fare. Ma dopo è stato più facile… sollevamento pesi, bilanciamento, queste cose. E poi, dopo un mese, abbiamo iniziato a giocare a basket”.

No, non si trattava del tipo di proposito di rimettersi in forma che molti di noi intraprendono, per poi abbandonarlo a causa del tempo, dell’energia o del sacrificio che comporta. “Se mi fermo ora”, ha dichiarato Doncic nell’articolo della rivista Men’s Health che illustra il suo percorso, “significa che è stato tutto inutile”. Quindi, i tifosi dei Lakers possono ringraziate ancora Nico.

Quanto potrebbero essere buoni i Lakers 2025-26? Avranno in Ayton il rim protector e la minaccia sul pick-and-roll che mancava loro, un asso della difesa in Smart – un altro veterano motivato – che sarà un sostituto più che adeguato di Dorian Finney Smith, e un giovane tiratore in Jake LaRavia.

“Penso che avere giocatori di questo tipo attorno a Luka e LeBron, che possono difendere più posizioni, sia davvero importante”, ha detto Pelinka. “Ci piacciono i miglioramenti che siamo riusciti a fare al roster, ma non saremo mai soddisfatti. Penso che ogni anno ci sia un ciclo infinito per cercare di migliorare la squadra e vincere il titolo, e continueremo a lavorare in questo senso”.

Si può anche non essere d’accordo con le mosse di Pelinka a volte – va bene, forse più di qualche volta – ma lui ha capito, come abbiamo già notato in precedenza. In certe organizzazioni sportive professionistiche, i titoli non sono solo un obiettivo ragionevole, ma l’unico obiettivo degno di nota. Questa è la vita dei Lakers.

E se ci pensate, non solo questo obiettivo è un motivo in più per aspettarsi il meglio che LeBron, Luka, Austin Reaves e gli altri possano offrire, ma è anche importante per il patrimonio individuale e organizzativo. James, ad esempio, è qui da sette stagioni e ha vinto un titolo, e se le critiche sulla legittimità del trofeo del 2020 sono ridicole e risibili, resta il fatto che si tratta comunque di un solo titolo.

Sabato Pelinka ha fatto notare che la questione di cosa accadrà con James dopo questa stagione è ancora aperta, e la priorità è quella di “rispettare la decisione sua e della sua famiglia in termini di quanto tempo giocherà. Ma se avesse la possibilità di ritirarsi da Lakers, sarebbe fantastico”.

Nel frattempo, Luka presta molta attenzione all’eredità della franchigia. Vede i 17 banner, capisce l’importanza della caccia al numero 18 e riconosce il contributo di quelle leggende i cui numeri ritirati sono appesi alle travi dell’arena e affissi sulle pareti della palestra.

“Essere un Laker è un onore e volevo essere qui” – ha detto Doncic – “Ovviamente quando guardi quassù, così tanti grandi nomi, quello che hanno raggiunto… sapete, voglio essere anche io lassù un giorno”. Ci tiene più dei tifosi Lakers, ai quali non resta che apprezzare il proprio nuovo volto.