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“… sapias, vina liques, et spatio brevi / spem longam reseces. Dum loquimur fugerit invida / aetas: carpe diem, quam minimum credula postero.” – ci pensate se Erik Spoelstra avesse risposto così a una qualche giornalista in sala stampa, dopo una domanda sulla masterclass di Gara 2? Purtroppo o (soprattutto) per fortuna, il coach dei Miami Heat usa un linguaggio ben diverso da quello della lirica oraziana, non si rivolge a signorine da strambi nomi parlanti quali Leuconoe e non usa l’asclepiadeo maggiore come metro. Probabilmente, sebbene non sia saggio sottovalutarlo così, non conosce nemmeno le odi (o carmina, se preferite) di Orazio, il che non è altro che un punto a favore. No, Erik Spoelstra si serve di un linguaggio ben più semplice, riversa fiumi di inchiostro e parole sul parquet, il ritmo della sua poesia è scandito da pentametri e quantità di 24 secondi, la sua interlocutrice è una e una soltanto: la pallacanestro. Quella pallacanestro dai tanti volti, che passa fra le mani e le sinapsi dei proprio giocatori, si riflette sulla cornea degli spettatori fino a dilatarne le pupille, di quelli di fronte al League Pass come degli altri (troppo pochi) in piedi al Kaseya Center. Anche lui, come Orazio, invita lei, loro, a “cogliere l’attimo”, a sfruttare quel singolo istante di piacere, la fluttuazione del cotone accarezzato dalla sfera scagliata da un paio di mani sul parquet, la cui traiettoria è stata disegnata dal genio del poeta a bordo campo. Un componimento sul quale Spoelstra lavora da anni, che ha toccato uno dei propri picchi in Gara 2 contro i Boston Celtics, dimostrazione reale di quel “carpe diem” che torna imperterrito: un invito a non preoccuparsi del passato di Gara 1 o del futuro della serie, un’esortazione a vivere il presente dei Playoffs, come ogni anno, poiché il tempo è fugace e il domani incerto. Un’ode, è bene ripeterlo in questa anafora asfissiante, alla pallacanestro visibile a tutti, che proveremo a leggervi per mezzo di qualche frammento.

La musa poetica di Coach Erik Spoelstra è di ispirazione difensivista, sebbene non si riconosca in categorie. L’esordio tratta la marcatura di Kristaps Porzingis, entrato subito in ritmo in Gara 1 (chiusa con 18 punti e 4 triple), messo del tutto fuori partita in Gara 2 (6 punti, 1/9 FG). Come si può vedere sopra, nel primo incontro fra le squadre, i Miami Heat hanno optato per uscire al livello del blocco, spalancando la strada al pick&pop mortifero del lettone, che ne ha approfittato senza troppi patemi. Questa, però, era solo una bozza anticipatoria, qualche appunto. In Gara 2, l’approccio richiesto da Spoelstra è stato molto più netto: cambi, indipendentemente dal mismatch e dalla differenza di taglia.

Porzingis non è noto per essere un buon attaccante sui mismatch. Certo, può tirare in testa a tutti, e in Gara 1 lo ha fatto sin da principio e bene, ma non sfrutta a pieno il vantaggio di taglia che Madre Natura gli ha regalato. Questo è già il primo “artificio retorico” cestistico scelto da Spoelstra, adattarsi a una delle debolezze dell’avversario, con qualche aggiustamento – Herro con le “mani nella marmellata”, Caleb Martin che smanaccia e spinge – che rientri nel raggio delle regole Playoffs. Se non bastassero le immagini, il fatto che il marcatore primario di KP sia stato Nikola Jovic e che il lettone si sia preso 4 tiri contro Herro, sbagliandoli tutti, parla da solo.


Da qui si può dedurre un altro dei capisaldi della poetica di coach Spoelstra: restare ancorati ai proprio principi, ma senza categorizzarli, evolvendo. La scelta di cambiare su tutto, spesso con un ibrido fra difesa a uomo e a zona, non è una novità, specialmente in marcatura su Porzingis. Quello che è scomparso del tutto (o quasi) in Gara 2 rientra nel campo dei vantaggi “gratuiti” concessi, cioè situazioni di raddoppio o uscite alte sui blocchi sulla palla, dei quali aveva beneficiato enormemente Jayson Tatum – 10 assist in Gara 1. L’idea, anche qui, è stata quella di accettare eventuali mismatch sfavorevoli, lasciando giusto qualche stunt sulle penetrazioni ma non troppo aggressivi da mollare un tiratore sul perimetro. Tatum ne ha segnati 28 con 20 tiri, e in molte occasioni la panchina di Miami sicuramente non avrà potuto fare a meno di pensare “bravo lui”, ma un turnaround J contestato toglie molto più ritmo all’attacco di quanto ne dia una tripla wide open dopo un collasso sul lato forte:

Se figure retoriche quali i cambi difensivi, i mancati raddoppi e le rapide uscite sui tiratori adornano alla perfezione l’ode di Spoelstra, a darle ulteriore forza poetica è la metà campo offensiva. L’uso di Bam Adebayo, su tutti, si è intravisto benissimo nelle passate serie Playoffs e in parte anche nel corso di Gara 1, ma ha toccato picchi straordinari in questo II atto: l’analogia perfetta, sempre viaggiando tra lirica e pallacanestro, è quella dell’enjambement – o enjamBAMent, se preferite – per definire il ruolo di connettore rivestito dal lungo di Miami che da anni annienta le difese avversarie (ne abbiamo parlato anche QUI). Il “sublime” consiste nell’uso perfezionato come appoggio spaziato in angolo o sul perimetro, che fa sì che la difesa possa decidere di ignorarlo, ma a suo rischio e pericolo, dal momento che nel giro di un attimo ci sarà un tiratore di Miami a corrergli incontro utilizzandolo sul consegnato e, di conseguenza, restituendogli palla sullo short roll:

L’adattamento al contesto con le risorse a disposizione è un pilastro della poetica di Erik Spoelstra, per questo esatto motivo anche estremamente fluida e dipendente da un altro concetto oraziano, la variatio. I carmina dell’artista originario di Venosa sono un capolavoro di diversità fra metrica, forma e contenuti, non si racchiudono in una determinata categoria se non in quella attribuita a posteriori dalle classificazioni in generi letterari – e così la pallacanestro dei Miami Heat. Si può parlare all’infinito di attacchi organizzati, dell’utilizzo senza palla di Adebayo, delle continue decoy sul lato forte coordinate a tagli o uscite dai blocchi sul lato debole e via dicendo ma, a volte, bisogna saper individuare quando un umile pick&roll possa fare la differenza contro una difesa profondissima. E in questo Spoelstra è bravissimo. Tyler Herro ha abusato del pull-up da fuori, chiudendo con 6 triple a segno su 11 tentativi, molte delle quali arrivate da situazioni molto simili, che si sia trattato di rifiutare il ball screen (clip 1 sottostante), di sfruttare un doppio blocco sulla palla (clip 2) o di acchiappare il solito consegnato (clip 3). Abbassare il registro, a volte, è sintomo di sensibilità.

Ma anche in una soluzione “grezza” e tradizionale come questa, nella quale non c’è nulla di innovativo e che mira a girare il coltello nella piaga della difesa interna troppo bassa dei Boston Celtics, si intravede la raffinatezza poetica. La preparazione di Herro nell’affrontare determinate situazioni e prendere le scelte giuste lo ha portato a mettere a referto 14 assist, frutto tanto della sua abilità quanto della costruzione del coaching staff. Quando Boston ha cominciato a uscire un po’ più alta, Miami ha optato per collaborazioni sul lato completamente sgombro, o con un tiratore in angolo che non concedesse l’aiuto sul lato forte, mentre al centro è andata di spread pick&roll. Anche nella situazione disperata scelta da Joe Mazzulla (ultima clip), cioè far uscire addirittura un terzo sul ball screen, lasciando il lungo nel pitturato e accettando l’inferiorità numerica sul lato debole, Herro ha sempre avuto un appoggio vicino e spaziature perfette attorno:

In quest’ode alla pallacanestro c’è molto di più di qualche artificio retorico, si parla di una struttura ben salda, ritmicamente e stilisticamente raffinata, con i suoi esatti principi alla base. La pallacanestro dei Miami Heat non ha successo perché, ogni tanto, qualche role player si sveglia convertendo il 90% delle conclusioni, ma perché permette di avere a disposizione molto spesso tiri ad altissima qualità, concetto che nel loro caso esula dalle categorie di open e wide open e si interseca con quello di ritmo, flow. Avere sempre un vantaggio da attaccare, spazi da occupare, tempo per pensare è forse l’elemento più straordinario della poetica di Erik Spoelstra, che in Gara 2 ha prodotto solo uno dei componimenti più rappresentativi, ma che ormai da intere stagioni non fa altro che incantare il pubblico al quale viene esposta.

Articolo scritto con la collaborazione di Genny Markabaoui, fortunatamente più interessato alle clip che a Orazio.