Dopo appena un mese Darko Rajakovic ha già conquistato i Raptors in toto, giocatori, società e pubblico grazie al suo approccio interamente basato sull’assenza di individualismi

Darko Rajakovic alla Scotiabank Arena
FOTO: TORONTO STAR

Toronto non è una piazza facile. Il campionato vinto nel 2019 è stato una benedizione senza ombra di dubbio ma ha lasciato alla squadra l’idea di essere quasi intitolata ad un posto nella parte alta della classifica, cosa che nelle ultime stagioni è quanto di più lontano dal vero.

Su queste note non particolarmente liete e sull’onda del non-entusiasmo lasciato da Nick Nurse è arrivato in estate Darko Rajakovic. Chiamato a raccogliere un’eredità pesante, ossia quella del coach che ha prima portato i Raptors sul tetto della NBA per poi metaforicamente buttarli giù dallo stesso, il quarantaquattrenne serbo sta sfruttando al massimo la sua prima esperienza interamente alla guida di una squadra NBA per affermarsi come un promotore in tutto e per tutto del gioco di squadra.

Ok, il basket di per sé è un gioco di squadra e su questo non ci piove, ma in una NBA sempre più dominata dagli individualismi è confortante vedere un coach imprimere a fuoco il valore ultimo di questo sport nella mente del suo roster. Non è un caso che la vittoria contro Indiana sia corrisposta all’undicesima partita consecutiva con 25+ assist di squadra, record di franchigia. Non è un caso che Pascal Siakam, Scottie Barnes e Dennis Schröder abbiano in mano le chiavi della squadra smazzando rispettivamente 5.1, 5.7 e 6.7 assist.


Mentre scrivo dalla Scotiabank Arena i Raptors stanno giocando contro i Bulls, è il primo quarto e sono già arrivati quattordici assist; a fine partita saranno trentadue. Toronto è terza in NBA con 28.8 passaggi decisivi a partita. L’anno scorso era ventitreesima. Questo è il salto di qualità che vuole Rajakovic e i giocatori eseguono alla perfezione.

Partiamo da un presupposto: un cambio di scenario era fondamentale. L’atmosfera intorno ai canadesi era ormai stantia e rarefatta dall’eccesso di controllo di Nurse. Non che gli insuccessi siano stati esclusivamente colpa dell’ex coach ma il rapporto con giocatori e società era praticamente insanabile. Scottie Barnes non ha mancato di esprimerlo implicitamente all’ultima visita dei Sixers.

Il primo cambiamento apportato da Rajakovic è stata una politica di porte aperte. Anche per i giocatori avere accesso a Nurse era una missione, ora trovano un allenatore sempre pronto al dialogo ventiquattro ore su ventiquattro, sette giorni su sette. Non è un aggiustamento facile come ha confermato lui stesso, ma è quello che sta cercando di fare per il bene della squadra:

Quando ero assistente allenatore il mio tempo era perfettamente scandito, sapevo cosa avrei fatto ogni giorno. Adesso, dopo un mese alla guida, posso dire che la gestione e l’adattamento ai ritmi è totalmente diverso, in un modo o nell’altro non ho un secondo libero ma è quello che voglio fare per essere sempre a disposizione della squadra.

Una filosofia indubbiamente accolta con favore dai giocatori che più di tutti avevano bisogno di un cambio di scenario. Barnes gioca più spensierato, Siakam più altruisticamente, Anunoby non ha paura di tentare più conclusioni; anche la panchina, scoraggiata da uno scarso utilizzo sotto Nurse, sembra aver trovato nuova linfa. Soprattutto, si è tornati a giocare di squadra.

Le promesse fatte durante il media day, in cui lo stesso Ujiri si era detto tanto entusiasta da voler cambiare il nome in Ujirovic, stanno prendendo forma in tutto e per tutto. Tutti apprezzano il fatto che si faccia sentire durante gli allenamenti e gli shootaround, mostrando di persona ciò che si aspetta e di cui ha bisogno invece di limitarsi a parlarne e lasciare che sia un assistente a insegnarlo.

Le iso play concluse con un nulla di fatto che tanto hanno fatto dannare la SBA le passate stagioni hanno lasciato il posto ad un ritmo forsennato in attacco per cercare la soluzione migliore. Non è raro vedere un extra pass per trovare il compagno meglio posizionato anche dai giocatori più “egoisti”. Questo perché il primo focus di Darko Rajakovic è la squadra in tutto e per tutto.

C’è ancora tanto da lavorare, sacrifichiamo ancora troppe palle perse. Sono contento, se si può dire così, di come arrivino quei turnover perché nella maggior parte dei casi sono passaggi non concretizzati; i ragazzi si cercano e stanno imparando a posizionarsi, a capire quando seguire al meglio gli schemi o quando lasciarsi all’improvvisazione, è una questione di chimica che stiamo sviluppando. Ogni giorno cerchiamo di capire cosa possiamo fare meglio offensivamente e difensivamente. Poi certo, perdere tanti palloni vuol dire lasciare troppi punti per strada, lo stesso quando ci troviamo a commettere fallo in attacco. Sono tutte accortezze che dobbiamo imparare ad avere come automatismo. Per me rimane comunque tutta questione di mentalità e attitudine.”

C’è un buon equilibrio, gli errori sono “pensati”, cerchiamo di fare qualcosa per cui bisogna ancora affinare l’esecuzione, questo si vede alle volte quando i passaggi vanno nel nulla mentre i giocatori si stanno ancora muovendo negli spazi. Ad inizio stagione avevamo tanti problemi coi blocchi illegali e li abbiamo risolti, stiamo lavorando anche su questi aspetti; prendersi cura della palla è una parte troppo importante del vincere partite. Tenere bassi i turnover ti da dieci, dodici tiri a partita in più e realizzarli col quaranta o cinquanta percento può veramente fare la differenza.

Mentalità e attitudine che si vedono anche negli sforzi dei giocatori sotto tutti i punti di vista, dall’esecuzione puramente tattica allo sforzo in campo nel buttarsi su ogni pallone. Sotto Nurse i Raptors erano ultimi nella lega per rimbalzi e la mancanza di voglia di mettere il fisico nel taglia-fuori si vedeva lontano un miglio; nella prima era di Darko Rajakovic, Toronto è nona per rimbalzi totali con 45.5 a partita, di cui 12 offensivi (ottavi in NBA).

C’è una parte che provi in allenamento, che sia la copertura sui pick&roll, gli esercizi sul box out o i cambi di marcatura. Qualche volta è solo puro sforzo e concentrazione su quello che dobbiamo fare nel capire come siamo messi in campo, chi abbiamo davanti e la posizione della palla. Una squadra che tira dal perimetro rischia di farci trovare rimbalzi lunghi, chi gioca nel pitturato ci costringe a lavorare sui centri e sui rimbalzi corti. Anche questa è un’area in cui abbiamo mostrato miglioramenti e dobbiamo continuare a portarli avanti perché è utilissimo per mettere in ritmo anche l’attacco.

Queste le sue parole prima della vittoria schiacciante contro Chicago in una partita che ha evidenziato tutto quanto messo sul piatto, quasi profeticamente, dal coach. I Raptors vincono e convincono, magari non ancora al cento percento in termini di gioco ma in termini di sforzo collettivo: Rajakovic parla e i giocatori ascoltano, lo seguono ed eseguono; Ujiri osserva dall’alto compiaciuto per poi andare a complimentarsi a bordocampo.

Ogni partita si conclude con un’analisi lucida degli aspetti da migliorare, mettendosi al primo posto sul banco degli imputati quando le cose vanno male, e un plauso ai suoi giocatori quando invece arrivano le vittorie. E non è una facciata per ingraziarsi il roster o il front office. La naturalezza e la genuinità con cui parla di tutti gli aspetti sono evidenti e difficili da simulare, lo sanno i giocatori e lo sa il resto dello staff. Arriva per primo agli allenamenti, lavora su tutti gli ambiti da perfezionare, è l’ultimo ad andarsene dopo aver parlato con ogni singolo giocatore.

Darko Rajakovic chiede solo questo, mentalità e attitudine. In primis a sé stesso.