Quattro flashback e un indizio.

Collin  Gillespie Phoenix Suns NBA
FOTO: The New York Times

C’è, oggi, un giocatore a Phoenix che al giro di boa della stagione si è ritrovato titolare, playmaker dei Suns con un ruolo vero, minuti veri e responsabilità vere, e sta segnando oltre tredici punti a partita con percentuali che per un esterno arrivato dal “sottosopra” non dovrebbero esistere: 44% dal campo, 43% da tre, 85% ai liberi; messi in fila sembrano soltanto numeri, ma raccontano un fatto semplice, cioè che non sta riempiendo il foglio, sta incidendo sul gioco.

E questa è la parte che stona con la trama prevista, perché dopo l’addio di Kevin Durant Phoenix avrebbe dovuto infilarsi in una stagione grigia, una di quelle che scorrono senza lasciare memoria, e invece è rimasta attaccata alla corsa, sta lottando perfino per un posto diretto ai playoff, e ogni sera aggiunge un capitolo che smentisce i bookmakers che a inizio regular season pronosticavano i Suns a una quota di 30,5 vittorie (sono già a 32 W dopo 55 gare disputate).

Da qui la domanda, insistente: da dove diavolo è uscito Collin Gillespie?

Il tentativo di questo pezzo è ripercorrere l’iter tortuoso che lo ha portato alla consacrazione NBA senza ridurlo a una cronologia scolastica, ma passando da quattro flashback scelti per peso e per senso, perché il punto è che non è un’apparizione casuale; gli indizi c’erano, soltanto che per vederli bisogna guardare con attenzione, e nel basket moderno l’attenzione è merce rara.

Collin  Gillespie Phoenix Suns NBA
FOTO: Burn City Sports

Flashback 1

27 febbraio 2017. The Palestra, finale della Philadelphia Catholic League: Archibishop Woosd contro Neumann-Goretti, un titolo liceale che a Philadelphia vale quasi più del titolo stesso, perché dentro quell’arena si misurano reputazioni e nervi prima ancora che punti.

La prima cosa che si sente non è la folla, è lo scricchiolio del parquet, un suono che non consola nessuno e che invece mette pressione, perché suggerisce che qui ogni passo resta registrato; non si viene a “giocar bene”, si viene a dimostrare di reggere quando la partita gira male e quando le scuse stanno a zero.

Sugli spalti ci sono ottomila persone e passa, e il campo sembra più piccolo proprio per questo, perché il rumore stringe gli spazi e rende ogni possesso un fatto pubblico; Archbishop Wood va sotto, la partita prende la direzione tipica delle finali, quella in cui l’inerzia diventa un avversario aggiunto, e in mezzo c’è Collin Gillespie, che nel primo tempo non offre alcun appiglio a chi cerca l’eroe in anticipo.

È presente, ordinato, controllato, ma non incide, eppure non si scompone, forse perché ha sempre giocato così: passaggi puliti, spacing accorto, scelte che non cercano applausi; d’altra parte, è poco sopra il metro e ottanta, 75 chili bagnato, e non ha nulla di spettacolare da vendere, quindi gli resta ciò che conta davvero, cioè la capacità di non buttare via il pallone.

Collin  Gillespie Phoenix Suns NBA
FOTO: The Black Cager

All’intervallo i conti sono brutti e i conti, in una finale, diventano subito una mezza sentenza: chi sta reggendo, chi sta cedendo, chi è sparito dal campo; di lui si potrebbe dire la cosa peggiore, non pervenuto, perché nel primo tempo ha segnato due punti, e due punti, lì dentro, suonano come un’etichetta.

Poi, nel secondo tempo, succede la sua trasformazione preferita, che non è un’esplosione ma un progressivo aggiustamento: Gillespie non diventa un altro da sé, piuttosto più preciso, e la precisione, quando gli altri iniziano a irrigidirsi, può cambiare le sorti di una partita; segna, fa le letture giuste, serve un compagno nel momento utile, prende un tiro che è nel flusso e mai forzato e, piano piano, sposta l’equilibrio senza teatralità.

Wood rientra, pareggia, mette il naso avanti, e dentro il frastuono lui resta in controllo, quasi fastidioso, perché non concede la scena alla tensione, la tiene al guinzaglio; chiude con 24 punti, ma la cifra che racconta tutto è l’altra, 22 nel secondo tempo, cioè quando il gioco si fa più duro.

Quando finisce e Archbishop Wood vince, non c’è un’esplosione emotiva in lui, solo un pacato sollievo:

Nel secondo tempo sono entrati i tiri che nel primo non volevano entrare. Abbiamo lavorato duro tutto l’anno per questo. Sono senza parole…

Flashback 2

3 marzo 2021. Villanova batte Creighton 72–60 e per una sera tutto sembra in ordine, perché la squadra difende, il tabellone è pulito, la stagione pare reggere su basi solide; poi arriva l’infortunio, l’MCL che si strappa, e la stagione di Gillespie finisce lì, senza torneo NCAA, senza la pagina finale che un senior si immagina di scrivere.

La contraddizione è che proprio mentre il corpo gli chiude la porta, la regular season gli consegna uno dei suoi riconoscimenti più pesanti: Big East Co-Player of the Year, insieme a Jeremiah Robinson-Earl e a Sandro Mamukelashvili; è un premio che non ripara nulla, ma certifica un fatto, cioè che fino a quel momento Gillespie era stato abbastanza centrale da meritare la cima, anche se non avrebbe potuto difenderla in campo.

Per capire perché quel 3 marzo faccia così male, bisogna guardare la traiettoria che lo precede, perché Villanova non lo “scopre”, lo costruisce, e lo fa con il metodo di Jay Wright, che chiede controllo dei tempi, delle scelte e dei nervi, e premia chi non perde la testa quando la partita si decide.

Collin  Gillespie Phoenix Suns NBA
FOTO: The Philadelphia Inquirer

Nel 2018, da freshman, entra dalla panchina nella squadra che vince il titolo nazionale e gioca minuti piccoli ma veri, quelli che contano perché arrivano quando l’aria pesa e il margine d’errore è risicato; la finale contro Michigan non è il suo palcoscenico, è l’apprendistato che gli insegna a stare dentro la partita senza farla deragliare.

Da lì il suo ruolo cresce senza salti bruschi: da comprimario diventa titolare, poi riferimento, e lo diventa perché somma le tre cose che rendono un play affidabile a questi livelli, cioè segna nel clutch, passa al compagno ‘più caldo’ e guida quando gli altri iniziano a farsi prendere dall’ansia; fuori dal campo resta quello di sempre: umile, irreprensibile e il miglior compagno che si possa avere in spogliatoio.

Poi la pandemia gli lascia l’eleggibilità extra e lui la prende senza esitazioni, torna per una quinta stagione da super senior e la trasforma nella sua annata più completa: nel 2022 vince il Bob Cousy Award e per la seconda volta il Big East Player of the Year, diventando il primo nella storia di Villanova a riuscirci due volte, e guida i suoi fino alle Final Four dove i Wildcats arrestano la loro corsa contro Kansas nonostante i 19 punti di Gillespie.

Chiude così la sua carriera collegiale: 1.858 punti, dodicesimo miglior marcatore all-time di Villanova, e 156 partite giocate, record di ateneo, che in pratica significa una cosa sola: su Collin ci puoi sempre contare.

Flashback 3

4 agosto 2019, Lima, Perù: Panamericani. Team USA arriva al torneo con il roster più giovane e con un calendario che non perdona, cinque partite in cinque giorni, e la partita per il bronzo contro la Repubblica Dominicana diventa un esame di tenuta più che un evento da incorniciare.

Gli Stati Uniti entrano nel quarto periodo sotto di cinque, abbastanza per sentire la paura ma non abbastanza per arrendersi, e nell’ultimo quarto ribaltano la gara con un parziale 32–18 che mette ordine nella confusione; Gillespie chiude con 25 punti, 19 nel secondo tempo, e soprattutto undici consecutivi nel terzo quarto, una sequenza che non vale soltanto come scoring ma come gestione, perché in quel momento impone ritmo e scelte, e la partita prende la direzione degli americani.

Coach Ed Cooley parla di durezza mentale, di un gruppo che reagisce ogni volta che inciampa, e dentro quel discorso c’è già il personaggio di Gillespie, uno che non si esalta, non gingilla troppo, ma puoi giurarci che farà sempre la cosa che serve per vincere la partita. Esce da Lima con il bronzo al collo e la prova provata che quando la pressione sale lui c’è.

Collin  Gillespie Phoenix Suns NBA
FOTO: Villanova.com

Poi però arriva il Draft e nessuno lo chiama: undrafted, che in NBA significa essere considerato una soluzione d’emergenza più che un investimento, e infatti entra nella lega con un contratto two-way coi Nuggets coi quali giocherà molto poco ma abbastanza da procurarsi un brutto infortunio alla gamba. E nonostante a fine anno si toglierà lo sfizio di vincere il titolo NBA – pur da spettatore non pagante – per l’ex Villanova sembra già tutto apparecchiato per traslocare i suoi talenti in Europa.

Tuttavia, Collin non demorde e, ancora una volta non ha timore di scegliere la via più tortuosa per tornare in gioco: riparte dal basso, dalla G League, e lo fa con lo stesso stile: controllo, letture, continuità; Phoenix se ne accorge e lo ingaggia con un altro contratto two-way nel luglio 2024. Che sulla carta pare poco ma, nella pratica, è una porta che resta aperta.

Collin  Gillespie Phoenix Suns NBA
FOTO: NBA.com

Flashback 4

4 marzo 2025, Phoenix: Suns contro Clippers. Phoenix va sotto anche di 23, e quando finisce il terzo quarto il tabellone dice 95–76 per Los Angeles, con Zubac che sta dominando e la partita che sembra bella che andata.

È in quel momento che Gillespie entra, a fine terzo, e resta in campo per tutto il quarto periodo, e il senso della scelta è chiaro: non serve qualcuno che faccia scena, serve qualcuno che non sprechi nulla, né un possesso né un secondo; Durant inizia il quarto con un’accelerazione personale e chiude con 19 punti nell’ultima frazione, ma la rimonta non è un monologo, perché per ribaltare una partita del genere servono esecuzione e scelte pulite.

Gillespie porta esattamente questo, e mentre Phoenix rosicchia lo svantaggio lui produce 10 punti e 3 assist dentro i minuti più densi, quelli in cui una palla persa pesa più di un canestro; i Suns vincono il quarto 43–22, pareggiano, passano avanti e non si voltano più, e con 36,4 secondi sul cronometro arriva la tripla che chiude la porta, non come highlight eroico, ma come gesto di pura coerenza in salsa Gillespie.

Phoenix, vincendo 119–117, completa lo sweep stagionale sui Clippers. Ma per coach Budenholzer questo successo è una sorta di Epifania: Collin è un giocatore NBA fatto e finito, un piccoletto che quando entra, capisce il gioco e lo semplifica.

Today

Questi quattro flashback servono a capire dove cambia la sua traiettoria, perché la consacrazione NBA non nasce per caso e non arriva in un lampo: è una somma di prove, di ritorni, di stagioni spezzate e ricostruite, a partire da un ragazzo nato a Philadelphia il 25 giugno 1999 che ha imparato presto a trattare ogni possesso con fosse l’ultimo.

Oggi Collin Gillespie è un pezzo di struttura nello starting five di coach Jordan Ott, è diventato necessario per equilibrio e letture, e sta giocando il miglior basket della sua carriera proprio adesso, nel punto in cui l’NBA di solito chiede certezze e punisce le illusioni.

A dicembre 2025 ha firmato il career-high con 28 punti contro i Lakers e una settimana fa ha seganto 30 punti con 10 assist nella vittoria a Portland cambiando la narrazione attorno a lui e confermando che non è soltanto un play ordinato e affidabile, ma uno che sa anche colpire quando la partita lo richiede, restando però identico nel modo, senza compiacimenti e senza pose, con la stessa ossessione di sempre per la scelta giusta. In difesa, poi, è tostissimo il che lo proietta tra i migliori giocatori in NBA in grado di fare la differenza in entrambe le metà campo.

Gillespie non sta semplicemente macinando minuti, si sta costruendo un  futuro: 26 volte titolare nelle prime 45 partite e una grande intesa con la stella della squadra, Devin Booker e la fiducia incondizionata del cagnaccio Dillon Brooks. È altresì vero che questa continuità stia creando a Phoenix il tipo di problema che tutte le squadre vorrebbero, perché il giocatore two-way che doveva tappare un buco è diventato tassello fondamentale del progetto Suns. E allora qui, a breve, entreranno in scena diritti, regole, contratti, con gli early Bird rights che aprono la strada a un accordo lungo e pesante, anche se il mercato resta un’asta e le aste non hanno mai un finale già scritto.

La verità è che Gillespie, detta male, sembra too small e raccontato bene sembra merce rara, perché il suo è un talento adulto: non è “guarda cosa so fare”, è “guarda cosa non sbaglio”, ed è per questo che quei flashback contano, perché se vuoi sapere da dove è uscito la risposta non è “dal nulla”. Lo avevamo tutto sotto agli occhi: al The Palestra nel 2017; A Lima nel 2019; nel marzo 2025 contro i Clippers. E in qualche modo ci siamo girati tutti dall’altra parte.

Ora però non possiamo più far finta di niente. Oggi Collin Gillespie, maglia Suns numero 12, non è più una sorpresa per nessuno ma un indizio che ha smesso di essere tale. Una traiettoria che si è finalmente chiusa senza clamore e che, proprio per questo, fa più rumore.

Collin  Gillespie Phoenix Suns NBA
FOTO: Sportingpedia

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