I Phoenix Suns si trovano in una trappola chiamata Bradley Beal e possono solo sperare di trovare una soluzione

Questo articolo è una traduzione autorizzata. La versione originale è stata scritta da John Volta e pubblicata su Bright Side of The Sun, tradotto in italiano da Emil Cambiganu per Around the Game.


 

I Phoenix Suns hanno finalmente occupato i due posti più visibili al tavolo: un general manager e un head coach. Ma ora arriva il vero momento della resa dei conti. Lo sguardo deve rivolgersi verso l’interno, verso un roster gonfio, mal assemblato, che ha disperato bisogno di redenzione. Stanno pagando per i peccati delle estati passate. Le scelte avventate, fatte sotto l’abbagliante luce del potenziale, e il cammino verso la salvezza richiederà molti Padre Nostro, forse un paio di rosari, e probabilmente anche qualche drink forte per attenuare il dolore del rimpianto.

Il peccato capitale, tra tutti, è l’acquisizione di Bradley Beal, una mossa che sembrava avventata già all’epoca e che con il tempo è solo peggiorata. Beal è arrivato a Phoenix due estati fa, trascinandosi dietro un contratto delle dimensioni del Titanic e armato di una clausola di non scambio — uno strumento rarissimo, tutto a favore del giocatore. Un accordo talmente criticato da ogni parte che persino i tifosi dei Suns più ottimisti potevano solo socchiudere gli occhi e sperare per il meglio.

La dirigenza, ubriaca dell’etichetta “All-Star”, si era convinta che Beal fosse il pezzo mancante, la reliquia necessaria a colmare quello spazio vuoto e impolverato sulla mensola dei titoli NBA. Non lo era.

Due anni dopo, la franchigia è ancora schiacciata dal peso di quella decisione.

La NBA è un business freddo e spietato, ma questa vicenda resta personale. Un fantasma nella macchina. Il problema ora è capire cosa fare. Beal detiene tutte le carte in mano, con quella clausola di non scambio che agisce come un campo di forza contro i rimpianti della dirigenza. Come ha ammesso apertamente l’insider locale John Gambadoro, i Suns preferirebbero non riaverlo.

Ma il “preferire” conta poco quando l’inchiostro sul contratto si è asciugato da tempo e il giocatore ha il pieno controllo del suo destino. Il futuro è nebuloso, e forse, come in ogni percorso imperfetto verso la redenzione, tutto comincia con l’ammissione sincera dell’errore.

È una situazione imbarazzante. Una che, a dirla tutta, ho probabilmente già massacrato in questo sito in cento modi diversi. Tra parole, sfoghi, sospiri e qualche crisi esistenziale camuffata da post sul blog, ho reso chiaro come mi sento riguardo a tutta questa saga di Bradley Beal.

E sia chiaro: non nutro alcuna ostilità verso l’uomo in sé. L’ho incontrato. È un bravo ragazzo. Il problema non è lui. È l’organizzazione che ha permesso che questo incidente al rallentatore accadesse, e che continua a tentare di attraversarne i detriti facendo finta che vada tutto bene. Ishbia continua a provare a lavarsi le mani di quella scelta. sÌ. oK. cI cRediAmo.

Quello che fa impazzire è come un giocatore del talento di Beal — sebbene con un fisico fatto di ossa dei desideri e nastro adesivo — sia diventato una tale fonte di frustrazione. Non per qualcosa che ha fatto, ma perché il suo contratto ha legato finanziariamente le mani alla franchigia in un modo che ha quasi del biblico nella sua testardaggine.

Se mi chiedessi, in astratto, senza vincoli, se voglio Bradley Beal nella squadra il prossimo anno? Sai già la risposta. No. La sua presenza in campo è ridondante rispetto a quella di Devin Booker, e non importa quanto si provi ad aggiustare le rotazioni: alla fine ti ritrovi con la tua stella fuori ruolo per accomodare una mossa che non aveva senso sin dall’inizio.

Quel contratto, che Beal ha negoziato con astuzia con una franchigia mal gestita come i Wizards, è assurdo per qualunque squadra. Che i Suns lo abbiano accettato, pur essendo già a corto di asset e di flessibilità salariale, è il tipo di decisione che, anni dopo, ti fa rabbrividire involontariamente come quando ricordi il nome di un ex.

La sua presenza è il principale ostacolo alla possibilità, per questa squadra, di ristrutturarsi davvero. Magari non lo si nota in ogni possesso, ma è la stecca tra i raggi della ruota del futuro della franchigia.

Ora girano voci secondo cui i Suns non lo vogliano più. Nessuna sorpresa. Ma Beal ha tutto il potere contrattuale, e i Suns non hanno alcun margine.

Quello che hanno è un monte salari gonfiato, un nuovo GM senza esperienza in paludi del genere, e un desiderio viscerale di voltare pagina da una decisione che non avrebbero mai dovuto prendere. E adesso? Buyout? Buyout con “stretch provision”? Pagarlo e pregare? Nessuno lo sa. Ma una cosa è certa: comunque vada, i Suns perdono. E sarà solo colpa loro.

Mentre si avviano verso quella che dovrebbe essere una nuova era, cercando di cambiare la cultura e l’identità di una franchigia macchiata da decisioni sconsiderate, ci vorranno anni. Non una stagione. Non una deadline. Anni. Il sistema va riformato, le acque vanno purificate, e i fantasmi delle scelte sbagliate del passato devono essere esorcizzati. Questa è penitenza. E la strada è lunga.