Sembra quasi il destino che sia di nuovo Charlotte, 25 anni dopo lo sweep del 2001, a chiamare il rebuilding per i Miami Heat.

Questo articolo è una traduzione autorizzata. La versione originale è stata scritta da Ira Winderman e pubblicata su South Florida Sun-Sentinel, tradotto in italiano da Marco Barone per Around the Game.
Mentre martedì sera tardi usciva dall’arena per addentrarsi nell’ignoto della pausa stagionale, sembrava quasi che il presidente degli Heat, Pat Riley, ci fosse già passato. Perché era così. Un quarto di secolo fa, sempre a Charlotte. Consapevole allora, come deve esserlo ora, che il cambiamento era necessario, inevitabile, imposto dal momento.
Era il 2001, quando allora, come adesso, gli Heat si ritrovarono devastati all’inizio dei playoffs dagli Charlotte Hornets, con Pat Riley nelle viscere dell’arena 25 anni fa a interrogarsi sulla direzione che aveva portato a quel momento e su cosa sarebbe successo dopo. Allora, era come allenatore. Ora, è esclusivamente come presidente della squadra.
Allora, si trattava di essere spazzati via dal primo turno al meglio delle tre partite dagli Hornets, la morte istantanea per fulmine dei playoffs all’epoca. Ora, si trattava della straziante sconfitta ai supplementari di martedì sera contro gli Hornets in una partita di play-in da “vinci o vai a casa”. Allora disse: “Non siamo stati in grado di gestire le aspettative”. Ora la realtà è che non ci sono nemmeno aspettative, solo una squadra che per il secondo anno consecutivo ha cercato di avanzare come testa di serie numero 10 del play-in ed è stata sbattuta di nuovo contro la realtà dei playoffs.
Allora si trattava di cercare di andare avanti con un centro che era appena agli inizi del suo ritorno dopo una malattia renale. Quel centro, Alonzo Mourning, martedì sera a Charlotte guardava la partita dagli spalti insieme a Riley, in veste di dirigente della squadra. Questa volta sono stati gli Heat a perdere per una serata il loro centro titolare, Bam Adebayo, a causa di un infortunio alla schiena subito nei primi istanti del secondo quarto.
“Se fossi il mio capo”, disse Riley allora in un altro palazzetto di Charlotte 25 anni fa, “probabilmente mi licenzierei. Ma non ho intenzione di licenziarmi”. E non c’è nemmeno questa sensazione questa volta con Erik Spoelstra, che per l’ennesima stagione ha sfruttato tutte le risorse a sua disposizione, quando probabilmente non ce n’erano abbastanza.
Allora non c’erano scuse, solo un continuo rimescolamento del roster in quella offseason, un rimescolamento iniziato l’estate precedente con la cessione di P.J. Brown e Jamal Mashburn e poi in quella offseason del 2001 con la cessione dell’iconico compagno di squadra di Mourning negli Heat, Tim Hardaway. Ora, qualcosa di simile attende sicuramente una squadra che ha collezionato una sola vittoria nei playoffs in tre stagioni — non una vittoria in una serie di playoffs, ma una vittoria in una partita dei playoffs (contro i Celtics, nel 2024).
Mentre gli Heat lasciavano lo Spectrum Center martedì sera, si trovavano con Norman Powell in procinto di diventare free agent, con Andrew Wiggins che detiene un’opzione da giocatore per la prossima stagione, con Tyler Herro che sta per avere a disposizione un’altra finestra per il rinnovo, e con decisioni imminenti sul rinnovo di Jaime Jaquez Jr. e Pelle Larsson. La scelta potrebbe essere quella di puntare ancora una volta tutto su talenti di altissimo livello.
Nel 2001, gli Heat erano ancora a tre anni di distanza da Shaquille O’Neal. Ora c’è di nuovo l’opzione Giannis Antetokounmpo, ma anche la realtà dei tentativi falliti in quella direzione in passato. Ma nel 2001 non c’era la possibilità di puntare sui giovani già disponibili, dato che il roster stava semplicemente invecchiando. Ora, come ha dimostrato la partenza e l’impressionante prestazione di Kel’el Ware martedì sera, c’è la possibilità di puntare sui giovani. Ma ciò richiederebbe anche un impegno nei loro confronti.
Nel 2001, il bivio era drammatico. Brown e Mashburn se n’erano già andati, con Hardaway sul punto di essere messo da parte. Riley sapeva che qualcosa doveva cambiare. Cinque anni dopo, seguì il primo titolo della franchigia. Ora, un altro bivio, con una franchigia che ha un modello precedente di ciò che è necessario, una realtà affrontata un quarto di secolo fa a seguito di una simile costernazione indotta da Charlotte.
Fino a questo momento, i Miami Heat sono stati forse troppo testardi, o troppo arroganti, convinti che la soluzione fosse proprio dietro l’angolo. Ma Kevin Durant, Damian Lillard e Antetokounmpo non hanno varcato quella soglia. Con le spalle al muro, l’ultima volta che subì una sconfitta umiliante per mano degli Hornets, Riley compì la mossa più audace. Ora, un quarto di secolo dopo, dopo un’altra eliminazione devastante a Charlotte, è di nuovo necessaria una mossa audace.
A distanza di tutti questi anni, il dolore inflitto dagli Hornets rimane ancora molto vivo.
Vi piace come scriviamo? No? Magari allora provate a sentirci parlare! Ricordiamo che potete trovarci sui canali Twitch (clicca QUI) e YouTube (clicca QUI) di Around the Game con tante rubriche settimanali e bisettimanali. Per chi volesse seguire il nostro podcast, The Weak Side, l’appuntamento è invece ogni settimana alle 19 per la registrazione live, con un’uscita prevista su Spotify e Apple Podcasts.