L’eroico percorso da Chesapeake Virginia alla Hall of Fame, superando la malattia.

Quando, nel 1982, la signora Fannie Threet, a Chesapeake Virginia, si fece carico di crescere Alonzo Mourning, senz’altro già sapeva che quel ragazzo dodicenne di un metro e ottantadue centimetri non fosse come gli altri. E lei ne aveva visti di giovanotti, nella sua casa da insegnante in pensione, in cui era arrivata ad ospitare e crescerne una cinquantina, con storie diverse uno dall’altro. 

Alonzo, classe 1970, nativo del posto, ci era finito dopo la separazione dei genitori, la sua scelta di non essere affidato a nessuna delle due parti genitoriali e qualche mese passato in una local boy house. 

La signora Threet cresce ‘Zo insegnandogli che si vive aiutando il prossimo e cercando di dare un senso alla propria vita, lo incanala nei binari della fede confidando di calmare i suoi bollenti spiriti, che lo portano ogni tanto a sollevare di peso e minacciare i suoi compagni di casa fisicamente normodotati nelle litigate tipiche dei ragazzini. 


Intanto, Mourning continua a crescere e arriva il momento dell’Indian River High School, senza spostarsi da Chesapeake perché, se ti cresce una mamma adottiva che ne ha altri 4 o 5 per casa, in quel momento i soldi per spostarti non li hai. 

Nell’anno da senior, ‘Zo è diventato 6-10 di altezza, accumula cifre da capogiro sui due lati del campo, ivi inclusa una serata da 27 stoppate. Non solo è unanimemente riconosciuto come il miglior giocatore dello stato della Virginia, ma le sue prestazioni lo portano ad essere il primo giocatore di High School convocato per un pre-camp con USA basketball Olympics, nel 1988. Non farà la squadra finale (il centro titolare sarà un certo David Robinson, 7-0 da Navy, cinque anni più vecchio di ‘Zo), ma arriverà all’ultimo cut, dopo aver anche lì distribuito stoppate a tutti, inclusi i “veterani” dell’epoca, tra cui Rony Seikaly, che sul Los Angeles Times dell’epoca pronuncia delle profetiche parole sul fresco 18enne ‘Zo:

“He’s no kid, he’s going to be a hell of a player” (“Non è un ragazzino, sarà un giocatore incredibile”).

Naturalmente alla porta del sig. Bill Lassiter, coach di Indian River High School, bussano le più prestigiose rappresentanze dei college della zona (Maryland, Georgia Tech, Syracuse), ma per ‘Zo è una non-scelta. 

In cameretta ha il poster del suo idolo, Patrick Ewing, non solo vincitore con Georgetown del torneo NCAA nel 1984 e monumento del basket collegiale, ma anche l’esatto motivo per cui ‘Zo, tra football e basket, ha scelto quest’ultimo, colpito dall’atletismo di Ewing con gli Hoyas. Quando arriva il colloquio con la leggenda vivente John Thompson, coach di Georgetown, Alonzo ha piano piano assaporato la realizzazione del sogno di seguire le orme del suo mito ed inizia la sua avventura di college. 

Sin nell’anno da freshman a Georgetown emergono le sue doti principali, ovvero la capacità di dominare a rimbalzo e difensivamente, disintegrando il record di stoppate per singola gara di Ewing e piazzandone 11 (in soli 22 minuti). Chiuderà la stagione NCAA 1988/89 con 169 stoppate, tutt’ora record imbattuto per gli Hoyas. 

Tutta la carriera universitaria sportiva di ‘Zo si caratterizza per il dominio atletico sotto i tabelloni, con un tempismo e verticalità d’élite nella fase difensiva, garantendogli multiple candidature a Defensive Player of the Year. Quello che gli viene rimproverato è di non avere una presenza offensiva di pari rilievo, finché nell’anno da senior (stagione NCAA 1991/92) apre con la sua seconda tripla-doppia da 32 punti, 14 rimbalzi e 10 stoppate. Guida addirittura gli Hoyas come scorer (in doppia cifra) in ogni singola partita giocata, divenendo il primo giocatore di sempre ad essere nominato Big East’s Player of the Year, Defensive Player of the Year e Tournament MVP nella stessa stagione. 

La strada di Mourning nella emulazione del suo modello e mentore Pat Ewing si arresta tuttavia nel torneo NCAA, dove nel 1992 Georgetown viene eliminata da Florida State (di un certo Sam Cassell), che adotta l’unico modo possibile per arrestare ‘Zo, ovvero non permettergli la ricezione. Alonzo viene limitato a 4/7 dal campo ed eliminato al secondo turno del torneo. 

Mourning rimane un prospetto da top pick per il draft NBA del 1992; stiamo parlando dell’epoca dei grandi centri e delle grandi rivalità e, nonostante la sua credibilità sia elevatissima (forte anche dell’endorsement di Ewing, col quale sviluppa un rapporto fraterno fatto di estati passate nella palestra di Georgetown a sfidarsi sotto canestro), la prima scelta resta blindata a favore del classe 1972 proveniente da LSU, Shaquille O’Neal, destinazione Orlando Magic. 

Alonzo finisce a Charlotte e i due, fomentati dai media, sviluppano un dualismo che si trascinerà per diversi anni fino al 2000, anno critico come vedremo per Mourning. Shaq dominerà Alonzo sia come risultati di squadra (i Magic arriveranno alle Finals nel 1995), che individuali (30 punti e 12 rimbalzi di media per Shaq negli scontri diretti), con Mourning che ad un certo punto dirà che “Shaq non sarebbe stato così di impatto se avesse avuto la sua stazza”.

In effetti va ricordato come Mourning non superasse i 2.08 cm, altezza non così favorevole per un pivot. ‘Zo compensa questa limitazione con una forma atletica senza paragoni nella lega, frutto di un atteggiamento ossessivo verso il proprio corpo che lo porta a passare ore e ore in sala pesi anche dopo le gare e gli allenamenti disputati, ignorando il concetto di “fatica”.

FOTO: NBA.com

La sua etica del lavoro e le sue doti lo portano a chiudere in doppia-doppia di media (21+10) già nell’anno da rookie, con 3.5 stoppate su 78 uscite. 

La costanza di rendimento nei tre anni a Charlotte attira l’attenzione di Pat Riley che, nell’estate del 1995, da fresco neoallenatore della recentemente creata (expansion Draft del 1988) franchigia di Miami, organizza la trade per portare ‘Zo in cambio di Glen Rice, vedendo in lui il capostipite di quella che diventerà la Heat Culture.

A Miami ‘Zo trova la sua dimensione ideale e nel febbraio del 1996, prima stagione in Florida, arriva anche Tim Hardaway; i due danno origine ad una delle squadre più divertenti della lega, chiudendo la regular season 1995/96 con il record di 42-40 e garantendosi l’accesso ai Playoffs. 

La presenza di Riley (fino al 1995 coach dei Knicks), la rinnovata competitività del team, coniugata alla progressiva nascita della giusta cultura agonistica nella città di Miami, generano una delle rivalità più accese della storia della Lega, ovvero quella con New York, squadra dell’idolo (e amico) di gioventù Ewing. 

Per essere chiari, il contesto storico della NBA dell’epoca prevedeva che ad Est, tra il 1996 e il 1998, si giocasse per arrivare a sfidare sua maestà Michael Jordan, fresco di ritorno dalla discutibile esperienza nel baseball, per poi finire secondi. Nonostante questo, però, la rivalità tra Miami e New York Knicks non fu meno accesa, sviluppandosi nei primi round di Playoffs. 

Le danze si aprono con il secondo turno dei Playoffs 1996/97, dove Miami arriva dopo una regular season da 61 vittorie e un convincente 3-2 nel primo round contro gli Orlando Magic di un Penny Hardaway leggendario, ma orfano di Shaq. La serie con New York genera enorme attenzione mediatica (ovviamente, ci sono i Knicks di mezzo) ed è dipinta come lo scontro tra Ewing e il suo aspirante successore Mourning, ma anche come la sfida al “traditore” Riley. 

Saranno sette partite di puro agonismo, ma in Gara 5, sul 3-1 per i Knicks, le scintille appiccano l’incendio. Si comincia a poco meno di 2 minuti dalla fine del quarto periodo: dopo un cordiale e fugace saluto di ‘Zo alla giugulare di Charles Oakley per una visione “diversa” rispetto ad un blocco irregolare fischiato al giocatore di New York, sedato con difficoltà dagli arbitri (Oakley uscirà per doppio tecnico su intervento di Dick Bavetta), si arriva in lunetta con due liberi di Tim Hardaway; a canestro aggiudicato, sul secondo libero, PJ Brown e Charlie Ward si allacciano sotto il ferro, con il primo a sollevare di peso il più minuto giocatore dei Knicks, facendolo finire – dopo una rotazione di 360 gradi in aria – sui fotografi e cameramen a bordo campo. Ne nasce una rissa a tutto campo, con i giocatori di New York che si riversano in campo dalla panchina nonostante i futili tentativi di Riley e Jeff Van Gundy (coach dei Knicks) di sedare gli animi.

Il caos regna per una decina di minuti, Miami porta a casa Gara 5 e soprattutto le conseguenze si protrarranno nei provvedimenti disciplinari: il regolamento NBA parla chiaro e l’allontanamento di qualunque giocatore dalla panca prevede la squalifica. Tra Gara 6 e Gara 7 resteranno fuori Allan Houston, Pat Ewing, Charlie Ward, Larry Johnson e John Starks; Miami perderà PJ Brown per la serie, ma l’assenza del core team dei Knicks ne condizionerà inequivocabilmente l’andamento e gli Heat voleranno in finale di Conference dinanzi a Jordan (4-1 Bulls senza appello, per la cronaca).

Nella stagione successiva si ripropone il confronto, ma stavolta al primo turno. Mourning è un giocatore di ottimo livello, in regular season viaggia a 19 punti e quasi 10 rimbalzi a partita, distribuendo più di 2 stoppate. Tuttavia a ‘Zo sembra mancare qualcosa per fare il salto di qualità verso un ruolo veramente dominante, oltre ad essere sempre offuscato dall’ombra lunghissima dell’eredità di Ewing. 

Jordan in quegli anni dirà di Mourning:

Ci vuole una certa forza mentale che a lui [Mourning n.d.r.] manca e, se lascia che qualcuno lo sbatta fuori dalla partita, allora è in quello che è carente”.

Certamente lette ora quelle parole sembrano un epic fail di Michael, ma non ci sono dubbi che  Alonzo abbia dovuto sbattere la faccia contro i propri limiti per rendersene conto, ed una prima occasione si presenterà dopo Gara 4 della serie contro New York.

La serie è sul 2-1 a favore di Miami e si gioca al Madison, ‘Zo e il suo arcinemico Larry Johnson (ex compagni ai tempi di Charlotte tra i quali non è mai scorso buon sangue) fanno a sportellate tutta la partita, fino a due liberi messi a segno proprio da Johnson per il + 5 con 14” sul cronometro. 

“Partita finita”, pensano tutti, e invece no. Tim Hardaway porta palla oltre la metà campo e, uscendo da un blocco portato dallo stesso ‘Zo, lascia partire un mattone che sfiora a malapena il ferro. Mourning è accoppiato a Johnson in uscita dal blocco, i due si allacciano e inizia la resa dei conti, a 1.4 secondi dalla fine della partita. Volano pugni da entrambe le parti che fortunatamente colpiscono solo l’aria, la rissa è furibonda e tutti i giocatori in campo cercano di separarli. L’allenatore di New York, Jeff Van Gundy, si lancia eroicamente (dall’alto del suo metro e 75 centimetri) dalla panchina dei Knicks per separare i due – e soprattutto fermare Mourning, che ha palesemente perso il controllo. Si aggrappa letteralmente alla sua gamba sinistra in una scena che avrebbe del comico, se non fosse vera. 

Molto lentamente e dopo interminabili secondi, l’adrenalina scende quel tanto da fermare le mani. Riley recupera Alonzo Mourning e pronuncia delle parole che rimarranno indelebili nella mente del giocatore: “What have you done?”

Gara 5 si giocherà a Miami, ovviamente senza Mourning, che la seguirà in solitudine nella sua casa; guarderà la sua squadra perdere e venire eliminata e dominata, senza mai essere in partita. 

Mourning rifletterà molto su quella Gara 4, forse anche sulle parole di Jordan, e cambierà il suo approccio sul campo, diventando un giocatore dal focus molto più sviluppato, soprattutto in difesa, e decisamente meno trasportato dalle emozioni. Le stagioni ’98/’99 e ’99/’00 saranno, infatti, quelle della consacrazione. 

Arriveranno i riconoscimenti come difensore dell’anno (DPOY) in entrambe le stagioni (3.7 e 3.9 stoppate ad uscita) e nella stagione 1998/99 sarà All-NBA 1st team davanti a Shaquille O’Neal. I risultati di squadra non arriveranno, ma va anche detto che, mentre lui raggiungeva la consacrazione definitiva, il resto del roster non si dimostrava all’altezza, con un Tim Hardaway ormai calante e un secondo violino come Jamal Mashburn mai sufficientemente incisivo. 

Dopo essere stato votato terzo nella corsa all’MVP stagionale, nell’estate del 2000 Mourning vincerà l’oro alle Olimpiadi di Sidney con Team USA come centro titolare, probabilmente nel miglior momento della sua carriera. 

Tuttavia, al rientro dalle Olimpiadi, qualcosa non torna. ‘Zo si sente stranamente affaticato e un giorno nota uno strano gonfiore alle caviglie. Negando a se stesso l’evidenza che qualche problema di salute si trovi dietro l’angolo non fa altro che intensificare gli allenamenti, pensando di essere solo fuori condizione, finché fortunatamente arrivano le visite mediche pre-stagionali. 

Gli esami sono inequivocabili, il problema è renale. Parte il percorso diagnostico e rapidamente arriva la diagnosi: glomerulosclerosi focale segmentaria, malattia che colpisce tipicamente i soggetti afro-americani e con pochissime chances di cura. Si associa a consumo di droghe, infezione da HIV e altre condizioni tutte smentite da ‘Zo. Nel suo caso si tratta, purtroppo, di uno sfortunato mixing genetico che predispone allo sviluppo della patologia.  

Il dottor Richards (nefrologo di Miami) e il dottor Appel (nefrologo di fama internazionale di New York) saranno presenti alla conferenza stanza nell’ottobre del 2000, in cui Alonzo e Pat Riley annunciarono la malattia. 

Sto morendo?

Questa è la prima domanda di ‘Zo agli specialisti che lo hanno in cura. Il dott Richards, dopo una “pausa troppo lunga”, spiega a ‘Zo che le cure sono molto poco efficaci e che la possibilità che finisca in dialisi nell’arco di pochi anni sono concrete. 

Mourning ha paura, ma non vuole cedere alla malattia. Tutti parlano di fine carriera, nessuno crede che riuscirà a giocare di nuovo, ma dopo alcuni mesi di stop e una ottima risposta alla terapia farmacologica impostata dal dottor Appel , ‘Zo torna in campo per le ultime 13 partite di regular season in quello che sembra un vero miracolo sportivo. 

Nella stagione 2001/02 riesce a giocare ben 75 partite, anche se il fisico risente della malattia e l’esplosività del passato non c’è più. Tuttavia chiude con 15 punti e più di due (clamorose) stoppate a partita, grazie a terapie mirate e controlli quotidiani. 

Purtroppo la luna di miele con i farmaci finisce e nella offseason 2002 c’è il tracollo. 

La funzione renale peggiora, inizia un tiro alla fune simbolico tra lui e la malattia con tentativi di ritorno sul campo poco produttivi (alcune gare con i Nets di Jason Kidd); salterà quasi tutta la regular season 2002/03, peraltro decisamente negativa per gli Heat, che chiuderanno con 25 vittorie e la scelta numero cinque al draft (il nome Dwayne Wade vi dice qualcosa?). 

Nel 2003 la situazione clinica è estremamente grave. Alonzo passa dall’essersi visto intitolare la sala pesi degli Heat (Zo’s Zone) a non essere in grado di sollevare un manubrio. 

L’unica chance di evitare la dialisi è il trapianto di rene. Tuttavia trovare un donatore adeguatamente compatibile è più facile a dirsi che a farsi. 

Tra i primi a candidarsi c’è proprio Patrick Ewing, il modello da imitare, il mentore, ma soprattutto l’amico di sempre, di quelli veri, disposto a donare il proprio rene per il suo ‘Zo, ora in difficoltà. Pat viene scartato perché a sua volta ha problemi di ipertensione e per lunghe settimane non si trova la giusta compatibilità per Mourning. 

FOTO: The New York Times

Finché quello che serve, ovvero un miracolo, accade. ‘Zo è a rendere visita a una anziana zia ricoverata in ospedale quando il cugino di secondo grado ed ex marine Jason Cooper avvicina il ben più famoso famigliare e si propone per il test. La compatibilità è ottima, ed il match è fatto. 

Si procede al trapianto di rene nel dicembre del 2003 a New York, nelle sapienti mani dei più grandi esperti di chirurgia dei trapianti degli Stati Uniti, che adattano la loro tecnica alla monumentale struttura muscolare di Mourning senza inficiarne il potenziale recupero sportivo. 

Quella frase di Jordan citata in precedenza, “There is that mental strength you need, he doesn’t have it”, viene clamorosamente smentita da ‘Zo, che quella forza la trova eccome: il suo unico obiettivo dal momento dell’incontro con il cugino sig. Cooper è di tornare ad allacciarsi le scarpe su un campo di basket. 

Poche settimane dopo l’intervento, Mourning torna ad allenarsi, vuole vincere il titolo. Si accorge che non c’è più tempo, che deve dare un senso alla sua storia e alla opportunità di rinascita che gli è stata donata. 

Assume un personal trainer che lo seguirà dai primi passi in palestra per tutti e nove i mesi di ripresa fisica dopo l’intervento, insegnandogli giorno per giorno ad adattarsi al suo nuovo corpo e a sfruttarlo al meglio. ‘Zo riacquisisce uno stato fisico eccellente e, nel marzo 2005, negoziando un buyout con i Raptors che ne avevano acquisito i diritti, si libera dal punto di vista contrattuale per poter tornare a casa. 

Il momento della rinascita non può che completarsi lì, a  Miami, dove lui (insieme a Pat Riley) ha posto le basi della Heat Culture, cioè di quel professionismo portato ai massimi livelli, in cui si sente sportivamente a casa. 

I Miami Heat nel frattempo sono profondamente cambiati, sono la squadra di Dwyane Wade e Shaquille O’Neal, e nella stagione 2004/05 avranno un record di 59-23. 

Mourning viene rifirmato con l’idea del coach Stun Van Gundy di attribuirgli il ruolo di back up center verso il titolare O’Neal, colui che, a partire dal Draft, è sempre stato il metro di paragone mediatico e col quale, abbiamo detto, non c’era alcun feeling. 

‘Zo però è una persona diversa, ha una missione chiara ed una legacy da realizzare. Vuole tornare sul campo per vincere e dimostrare a tutti, soprattutto a se stesso, che è possibile rientrare dal baratro da vincente. E allora ben venga di fare la riserva di Shaq. 

2005, quattro marzo, American Airlines Arena, gli Heat stanno vincendo con facilità contro Sacramento. Mancano poco più di 3 minuti sul cronometro dell’ultimo periodo ed il tempo nel palazzetto si ferma. Si alza dalla panchina il numero 33 in maglia bianca, e con lui l’intero pubblico presente, tra i quali si distingue Tim Hardaway, in giacca per l’occasione. Zo entra in campo al posto di O’Neal. 

Possesso Kings, Kenny Thomas dal post alto fa un movimento in avvicinamento a canestro per il lay-up, ma arriva puntuale, come se l’orologio fosse tornato indietro di 5 anni, la manona di ‘Zo per la stoppata. Thomas recupera velocemente il pallone e si inventa un tiro dai 6 metri che scheggia a malapena il ferro, rimbalzo Mourning.

Vengono i brividi anche agli alligatori delle swamps della Florida. L’arena esplode di gioia.

‘Zo is back. 

La stagione di Miami finisce in Gara 7 delle finali di conference contro i Pistons, che cederanno nelle Finals agli Spurs di Popovich, e Van Gundy verrà aspramente criticato per l’utilizzo ridotto dello stesso Mourning,oltre che per l’incompiuta coesistenza tecnica tra i due centri. 

I tempi per qualcosa di grande tuttavia sono maturi e l’onnipresente Pat Riley decide, nel dicembre 2005, che è ora dello showdown. Rileverà la posizione da coach dopo un inizio stentato (11-10) di Van Gundy e chiuderà con un record di 50-32 valido per il secondo posto a Est. O’Neal avrà spesso problemi di infortuni, ma Riley saprà gestirne saggiamente il minutaggio, complice la presenza dello stesso Mourning, che accumulerà 20 minuti a partita distribuendo 2.66 stoppate di media (terzo nella lega). 

Wade è un giocatore dominante e porta la squadra per mano durante i Playoffs 2006, eliminando in successione Bulls, Nets e i Pistons di Chauncey Billups, Ben Wallace e Rip Hamilton. Per la prima volta nella storia della Franchigia, gli Heat raggiungono le Finals, dinanzi ai Dallas Mavericks di Dirk Nowitzki. 

In Gara 6 Mourning gioca 14 minuti di pura intensità e concentrazione. Domina sotto il proprio ferro, distribuendo l’incredibile numero di 5 stoppate, che andranno a determinare un ancor più pazzesco defensive rating (stima dei punti concessi per 100 possessi giocati ) di 76 punti: insomma, mentre Zo è sul campo, segnare a Miami è impossibile.  

Gara 6 finisce 95 a 92 Miami, l’anello va in Florida e ‘Zo entra nella leggenda. 

FOTO: NBA.com

Dopo un paio di stagioni arriverà il ritiro dal campo (complice un infortunio al tendine rotuleo), ma non dal suo ruolo di leggenda vivente. Mourning, Hall of Famer classe 2014, oltre agli Heat – dove riveste un ruolo dirigenziale – dedica tutt’ora la propria vita a sostenere iniziative in campo sanitario e a sensibilizzare la popolazione riguardo alle problematiche che lo hanno coinvolto. 

‘Zo ha vinto, nella vita e sul campo. Sconfiggendo tutti quelli che, uno dopo l’altro, gli dicevano che non era degno dell’eredità di Ewing, che non aveva la mentalità giusta, che non si sarebbe ripreso da quella maledetta malattia e che, dopo il trapianto, non sarebbe più stato in grado di essere competitivo.

Alonzo Mourning ha vinto, dimostrando a tutti che una rinascita è possibile.