
Non tutte le squadre NBA possono essere competitive. Dal punto di vista matematico, la maggior parte fanno i Playoffs – 8 su 15 per Conference, 16 su 30 nella Lega – ma questo non significa che le elette alla post-season abbiano avuto un record stagionale vincente o che si presentino con ambizioni che vadano oltre il primo turno. In primis, per gli small market servono anni di sviluppo, pianificazione e fortuna per arrivare dove le Big stazionano per anni e anni grazie a maggiori risorse economiche o circostanziali – miglior posizione geografica, miglior stile di vita, tassazioni ridotte etc. Chiamarsi Los Angeles Lakers ha un valore diverso rispetto a chiamarsi Washington Wizards quando si parla di attrattiva per le superstar in una trade o in free agency, e un esempio lampante è rappresentato da Bradley Beal: per anni ha brancolato nel buio ai Wizards, guadagnandosi un supermax ma annusando soltanto qualche serie Playoffs in un contesto mai davvero competitivo, e adesso che le cose vanno male ai Suns sembrerebbe disposto a rinunciare alla propria “no-trade clause” solo per Denver, Los Angeles e Miami (secondo QUESTI report). Dall’agente è arrivata la smentita parziale, dicendo che il cliente sarebbe disposto a mollare la clausola qualora si presenti la giusta occasione, ma è abbastanza ovvio che la “giusta occasione” non sia altro che una meta favorita – l’appeal di LA è tale da superare anche l’elevata tassazione californiana, mentre Florida e Colorado hanno, fra gli alti vantaggi, quello di non gravare troppo su redditi elevati. I soldi non sono tutto quello che conta, ma hanno un valore marginale e non trascurabile sul valore di mercato di una franchigia quasi quanto la progettazione e i risultati. E tornando da qui sulla questione small market, quello che si intende chiarire è che talvolta – molto spesso tramite Draft, altre volte tramite trade ben fatte, un po’ meno per mezzo della free agency – una stella o una superstar si presenta, ma non è facile circondarla del giusto contesto e soprattutto riuscirci in breve tempo convincendola a restare. Per questa ragione, molto spesso in NBA si possono trovare giocatori estremamente talentuosi ma inseriti in contesti disastrati, da pochissime vittorie stagionali, o comunque incapaci di garantire un supporting cast tale da assestarsi come teste di serie in regular season e poi di competere ai Playoffs. In altri casi, invece, semplicemente si tratta di investimenti sbagliati e nomi strapagati, o infine di contratti volontariamente voluminosi per raggiungere la soglia minima del cap o “premiare” veterani quando a roster si hanno molti rookie o minimi salariali – fasi di transizione o rebuilding. Per esempio, ricordate i $72 milioni in 4 anni dati dai Magic a Bismack Biyombo? O il quadriennale da $52 milioni dato dai Suns a un 33enne Tyson Chandler per questioni cap? O ancora i $120 milioni che gli Hornets hanno regalato a Nicolas Batum in 5 anni? Tutte scelte o investimenti avvenuti per ragioni pratiche, ma che hanno reso davvero poco in termini di risultati, e infatti si tratta di 3 dei 30 giocatori NBA più pagati di sempre in un contesto perdente, secondo la lista completa stilata da HoopsHype. Nessuno di loro, però, è nella top-10 che andremo a esporre di seguito, dove riporteremo le cifre totali guadagnate dai giocatori sommando lo stipendio in ciascuna stagione con record inferiore al 50% di vittorie: