E, più che altro, Donovan Mitchell deve farsi perdonare per le ultime due partite davvero tremende, invertendo la rotta in quella più importante.

Difficile non apprezzare Donovan Mitchell come giocatore. Da quando è in NBA, le sue squadre hanno sempre preso parte ai Playoffs, con un impatto precoce dimostrato anche dai sette All-Star Game di fila su nove stagioni complessive. Parliamo di uno dei migliori tiratori in palleggio-arresto-tiro della Lega, di una guardia super crafty palla in mano dotata di ottima esplosività, che negli anni ha aggiunto anche piccole letture per favorire i compagni. Ora, però, serve fare il passo successivo.
Dicevamo: nove stagioni, nove apparizioni ai Playoffs, ma MAI una volta oltre il secondo turno. Le squadre di Donovan Mitchell non sono mai state particolarmente clutch, con un record complessivo di 5 vittorie e 7 sconfitte nelle partite per chiudere una serie. Non si può certo imputare tutto o solo a lui. Per esempio nel 2024, con i Cavaliers, ha segnato 50 punti nella sconfitta in Gara 6 e 39 punti per guidare i suoi alla vittoria in Gara 7. In questa particolare serie contro i Detroit Pistons, però, ha qualcosa da farsi perdonare.
Già in Gara 5 è andata particolarmente bene grazie a una rimonta incredibile da parte dei Cavaliers nei minuti finali, sulla quale Donovan Mitchell ha avuto un impatto minimo. Prima del 3 su 3 al tiro nell’overtime, sui quattro quarti aveva chiuso con 4 su 15 al tiro, facendosi anche scippare il pallone della potenziale vittoria da Ausar Thompson.In Gara 6 è andata pure peggio, 18 punti con 6/20 al tiro.
I numeri grezzi, inoltre, non dicono tutto. I Cavaliers hanno perso di 25 punti i minuti con Donovan Mitchell in campo in Gara 6, ma hanno vinto di 4 quelli senza di lui. Sebbene James Harden, per popolarità, tenda sempre a prendersi la colpa di ogni male, a Cleveland in Gara 6 sono costati cari gli 8 minuti di Mitchell senza il Barba, persi addirittura di 16. In quella che per Mitchell era la prima occasione in carriera di raggiungere le Conference Finals. Una rancida ciliegina su una torta bruciata, metafora per questi Playoffs di Donovan Mitchell, i peggiori da che se ne abbia memoria:
Perché? Uno, la difesa dei Detroit Pistons ne è complice. Ausar Thompson è un vero e proprio mostro, un incubo per qualunque superstar. Si tratta del miglior difensore della migliore difesa della Lega, o giù di lì. Non è un lungo, ma ha taglia e soprattutto un atletismo straripante al punto da stoppare e asfissiare qualunque esterno. Pressa a tutto campo, senza sosta, perché è super esplosivo tanto in verticale quanto in orizzontale, un incubo per i pari ruolo.
Nei minuti della serie accoppiato con Donovan Mitchell, il suo principale matchup, la stella dei Cavaliers ha tirato 4/21 dal campo, perdendo 4 palloni, mentre James Harden è 0/7 con 4 palle perse quando marcato da Thompson. Ben Wallace è uno dei migliori difensori della storia, quindi meglio andarci piano con i paragoni, ma per QUESTI Detroit Pistons, Ausar Thompson ricopre lo stesso ruolo di pilastro difensivo, tanto che online si è iniziato a chiamarlo “il Ben Wallace degli esterni”.
Il motivo lo trovate nel video seguente, oltre a qualche dato. Ausar Thompson, per esempio, ha 28 rubate e 23 stoppate in 13 partite. Nessun altro ci è riuscito in così poche gare ai Playoffs nella storia NBA, a parte Ben Wallace – che nel 2003 aveva 35 rubate e 38 stoppate in 13 gare!
Ausar Thompson postseason defensive tape
— Basketball Performances (@NBAPerformances) May 16, 2026
• 28 steals
• 23 blocks
• 101.9 defensive rating https://t.co/vyybeXv52l pic.twitter.com/Xptyr07B3Z
Detto questo, il gioco di Donovan Mitchell, per quanto spettacolare, ai Playoffs è sottoposto a troppa volatilità. Sembra assurdo dirlo per uno scorer con run Playoffs da oltre 30 punti di media, ma la sua dipendenza dal palleggio-arresto-tiro si è acutizzata seguendo un trend negativo per la sua efficienza. Ci spieghiamo meglio.
La stella dei Cavaliers si prende in questi Playoffs il 23% dei propri tiri al ferro e il 32% in quella dello short mid-range, la più comunemente nota zona del pitturato o del floater. Escludendo run da una singola serie, Donovan Mitchell non ha mai tirato così poco nell’ultimo metro e così tanto dalla zona dello short mid, in media ben meno efficiente a livello matematico.
Per spiegare meglio quest’ultimo punto, prendiamo proprio le percentuali di Mitchell: quest’ultimo tira meglio dallo short mid (56%) che al ferro (55%) in questi Playoffs; mentre però il primo dato è super elitario, da 90esimo percentile, il dato nell’ultimo metro è il peggiore in carriera e tra i peggiori NBA, 35esimo percentile rispetto alla media della Lega per i pariruolo. Questo perché al ferro la probabilità di segnare è molto più elevata. Se serve un esempio pratico di quanto volatile sia il floater:
I movimenti di Donovan Mitchell per crearsi questi tiri sono tutti eccezionali, soprattutto la raccolta del pallone in corsa per farlo passare oltre la mano/testa del difensore, ma le percentuali ne risentono perché non si tratta di conclusioni semplici. Perché non chiudere al ferro, allora?
Perché Mitchell, per quanto esplosivo, si trova contro una delle migliori difese della lega al ferro, problematica da scardinare anche se deve trovarsi ad attaccare Cade Cunningham in contropiede e uno-contro-uno – quest’ultimo è una guardia solo per ruolo, ha dimensioni da ala ed è un ottimo aiutante al ferro (seconda clip):
Il layup package di Mitchell, semplicemente, non si è rivelato sufficiente, e non ci sono molti altri modi di punire questa difesa se non trovano il ferro con angoli insoliti. Tutto questo ha portato Donovan Mitchell ad allontanarsi ulteriormente dal prendere conclusioni ad alta percentuale, facendo ancora più affidamento sul tiro da fuori, specialmente dal palleggio.
Questo va bene, perché Mitchell è uno dei migliori della Lega per percentuali su queste conclusioni. Ma va meno bene se si considera che, anche in questo caso, un tiro al ferro ha percentuali di conversione ben più alte e soprattutto necessita di meno ritmo. L’attacco di Cleveland con Harden e Mitchell, infatti, raramente opera di flusso, il che significa che dipende un po’ troppo da azioni di isolamento molto complesse contro questo personale, portando col tempo a pensare troppo anche su conclusioni usualmente “facili” per giocatori con quel talento:
Incaponirsi a tirare da lontano e dal palleggio non è auspicabile quando già fai fatica anche solo a fare le cose facili. L’aumento di volume di conclusione del genere è figlio della deterrenza di Detroit, che genera timore, e della paura a mettere anche solo palla a terra. Due difetti che non possono appartenere a una superstar alla guida totale di un attacco del genere. Eppure, di questo ha sofferto Donovan Mitchell nelle ultime due partite:
In Gara 7 serve un reset. Quello che è passato, è passato. Serve il buon vecchio Donovan Mitchell, quello deciso che attacca a muso duro indipendentemente da chi ha davanti, capace di entrare in trance agonistica in un amen. Non gli si chiede di segnare 50 punti contro questa difesa, ma di essere deciso e di eseguire in fretta, senza esitazioni, per limitare palle perse e favorire anche i compagni.
Anche perché questa è la partita più importante della sua carriera fino a questo momento, dopo aver bruciato la prima chance in Gara 6. E in caso di sconfitta, difficilmente non ci saranno conseguenze per i Cavaliers. Questa è l’ultima chiamata per Donovan Mitchell, dopo di essa c’è solo il rimpianto.