Il terzo quarto di Gara 7 ha fatto pensare a tutti che TJ McConnell meritasse l’MVP delle Finals. Chi dice il contrario, mente.

Per spingere Stephen A. Smith a far trapelare un minimo di stupore guardando una partita di pallacanestro – anzi, in generale, per spingerlo a guardare davvero una partita di pallacanestro – significa che stai facendo qualcosa di davvero inedito. E il terzo quarto giocato da TJ McConnell in Gara 7 delle NBA Finals rientra senza alcun dubbio tra questi eventi straordinari:
Non riesco a credere a ciò che vedo. Penso ancora che gli Oklahoma City Thunder vinceranno questa partita, ma se non dovessi essere soddisfatto, mi troverei quasi sul punto di scegliere TJ McConnell come MVP delle Finals.
Heartbreaking, the worst person you know just made a great point. Tutti con Stephen A., almeno per questa volta. Quel terzo quarto già di per sé sarebbe valso da solo il premio di MVP delle Finals, sia in termini dell’assurda produzione, sia per una questione di pura narrativa.
A livello numerico, dal 56 pari con 8 minuti e 32 secondi sul cronometro del terzo quarto, i Thunder hanno aperto un parziale di 34 punti a 12 fino al minuto 7:29 del quarto periodo. In questo lasso di tempo, tutti i punti dei Pacers li ha segnati TJ McConnell, prima che Pascal Siakam interrompesse la striscia.
Tredici minuti di pura follia agonistica, durante i quali la point guard di riserva dei Pacers ha spinto al massimo, accumulando palle perse – sette per lui a fine partita – ma anche segnando 6 canestri di fila, senza errori, con il settimo tiro sputato con irriverenza dal ferro dopo il finger roll mancino troppo accelerato, ma soprattutto l’ennesima volata verso il pitturato provando a chiudere contro gente più grossa.
Un terzo quarto da 12 punti e 6 su 7 al tiro, dove i compagni ne hanno segnati solo 8 con 2 su 10. Si è preso gioco della migliore difesa NBA, addirittura una delle migliori di tutti i tempi. E lo ha fatto con una serie di crossover su nientepopodimeno che Cason Wallace, battuto in velocità prima e in astuzia poi, alternando scucchiaiate al tabellone a quegli arresti mortiferi dalla media distanza.
Di destro, di sinistro, alzando la parabola sopra a Chet Holmgren e segnando in faccia a Shai Gilgeous-Alexander… quando i suoi non erano in grado di segnare mezzo canestro o di approfittare di qualunque stop difensivo, il soldatino di Carlisle li ha tenuti a galla così. O, almeno, ci ha provato, secondo quelle che sono le sue possibilità. Vedere per credere.
Solo Jerry West ha vinto il premio di MVP pur perdendo le NBA Finals, e onestamente non sarei contro alla scelta di TJ McConnell come nuovo Mr. Logo.
Scherzi a parte, ha concluso delle grandissime finali e dei grandissimi Playoffs. Già dopo Gara 6, chiusa a 12 punti, 6 assist, 9 rimbalzi e 4 rubate, è diventato il primo giocatore nella storia delle Finals a far registrare dalla panchina almeno 60 punti, 15 rimbalzi e 25 assist.
In Gara 3, in appena 15 minuti ha accumulato 10 punti, 5 assist e 5 palle rubate, ancora il primo della storia NBA a mettere insieme questi numeri alle Finals uscendo dalla panchina. E si potrebbe continuare con i 18 punti di Gara 4, nonostante la sconfitta… ma le sue immense doti, la sua inevitabilità, è già stata elogiata in lungo e in largo QUI. Il vero motivo però per il quale TJ McConnell è l’MVP del quale avremmo avuto bisogno è in realtà puramente scenico.
Tyrese Haliburton a terra, un intero stato, un’intera fanbase, un intero mondo, quello NBA, del tutto scioccato, scosso dall’indubitabile realtà che il giocatore più importante degli Indiana Pacers si sia rotto il tendine d’Achille.
E per di più dopo aver iniziato con il fuoco negli occhi, con 3 triple a segno in appena sette minuti, con un’aggressività e una pressione che stavano erodendo la pur perfetta difesa dei Thunder, di tenere a bada le sfuriate di OKC, rispondendo punto dopo punto. Senza di lui, nessuno immaginava che i Pacers avrebbero potuto tenere testa al primo parziale positivo avversario, e così è stato.
Ma c’è voluto più del previsto. TJ McConnell ha ritardato l’inevitabile, e ci è riuscito praticamente da solo, dall’alto dei suoi 185 centimetri, sfruttando ogni singola azione “Pistol” chiamata da Carlisle o blocco sul lato debole. Ci è riuscito con il fuoco di chi non vuole mollare, quello che ha animato la fiamma di Indiana per tutti i Playoffs.
Ci è riuscito perché ha compreso la responsabilità e l’importanza del momento, caricandosi sulle spalle l’intero peso delle speranze di Indianapolis, percependole anche a chilometri e chilometri di distanza, come ha fatto intendere in conferenza stampa dopo Gara 7.
Ci è riuscito perché ha segnato ogni singolo canestro con l’immagine in testa di Tyrese Haliburton a bordo campo, sapendo che dovesse provarci per lui e di fronte al quale è scoppiato in lacrime a fine partita in una scena patetica nel senso teatrale del termine, una di quelle che la miglior tragedia ateniese del V secolo A.C. non avrebbe nemmeno saputo ideare.
TJ McConnell è l’MVP delle Finals che non ci meritiamo, ma del quale avremmo avuto bisogno. E chi pensa il contrario dopo aver visto Gara 7, o è pazzo o mente.