Un breve elogio a T.J. McConnell, che ha scritto la storia in Gara 3 delle NBA Finals

Avere dei ricordi nitidi associati a T.J. McConnell non è qualcosa di cui vantarsi, è indice o di una contorta ossessione o di una rilevante mancanza di occupazioni (o di entrambe). Eppure, eccoci qua, riaffiorano mentre si cerca di capire come quel folletto di appena un metro e ottantacinque – tanti per i comuni mortali, tanto pochi per la NBA – abbia non solo deciso una Gara 3 delle Finals, ma lo abbia fatto scrivendo la storia. Un passo alla volta.
Partiamo dal presupposto che chi scrive ama gli “unicorni”. Non i racconti fantasy, quei lunghi che sanno tirare da fuori e hanno caratteristiche atipiche rispetto alla propria stazza. Tra i primi amori ci sono stati, e tutt’ora restano, Karl-Anthony Towns – che ha portato a un incosciente tifo per i Minnesota Timberwolves – e Kristaps Porzingis. Cos’hanno a che fare con T.J. McConnell?
Per Porzingis, è abbastanza facile. Chiunque abbia avuto la sfortuna di seguire la stagione 2016/17 dei New York Knicks si ricorderà perfettamente di una “guerra tra falliti” contro i Sixers di un The Process ancora agli albori, datata gennaio e ambientata a Philadelphia. Non solo McConnell partì titolare e fu il giocatore con più minuti per i 76ers quella sera, ma segnò anche un clamoroso game winner direttamente dopo… un airball del lettone sulla potenziale tripla della vittoria.
Il capello laccato, la compostezza, quel turnaround jumper dalla media così raccolto e rapido, sostanzialmente indifendibile, sono tutti tratti caratteristici indimenticabili. Aggiungete che si trattasse di un undrafted, piccolino e senza doti disumane al tiro da fuori, ma scattante e affamato come nessuno, operoso come una formica, nativo della Pennsylvania, e si otterrà il profilo ideale per un protetto dei fan di una città operaia come Philadelphia.
Non è stato difficile associare quel volto ai Sixers per anni, né tantomeno a uno dei tanti fallimenti di New York, città enorme, turistica, ricca di opportunità e svaghi, dove il lavoro passa solo in secondo piano, in piena contrapposizione a tutto quello che McConnell incarna. Il che porta a un ulteriore collegamento con l’altro unicorno, Towns, sia sponda Knicks sia sponda Timberwolves.
In entrambi i casi, la point guard di riserva dei Pacers è riuscita ancora una volta a far venire il sangue amaro ai malcapitati simpatizzanti delle due squadre (me). Nel caso di Minnesota, in una partita di fine marzo che aveva ben poco da dire, alla quale Indiana si presentava senza Tyrese Haliburton, Pascal Siakam e Myles Turner, lui e Obi Toppin (a proposito, ex Knicks) sono riusciti a portarla a casa. McConnell ha segnato il canestro decisivo per l’overtime, con una “zingarata” al ferro delle sue, proteggendosi dalle braccia protese di un talento All-Defensive come Jaden McDaniels.
Per Towns e (di nuovo) i Knicks, beh, c’è stata invece un’intera serie nella quale McConnell ha torturato la difesa di Tom Thibodeau. Sulla drop profonda, quel tiretto dalla media ha fatto a pezzi gli avversari; su una coverage più aggressiva, anche in caso di cambi, c’è voluto spesso il miglior Mikal Bridges per provare a fermarlo, e non sempre è bastato. Anche quando New York lo ha battezzato, è sempre stato necessario trattenere il fiato.
Ha chiuso la serie con il 61.3% da due punti, la sua miglior percentuale in questi Playoffs. A chi ha pensato “tutta colpa dei Knicks”… aveva ragione, ma solo in parte. Anche i Thunder ne hanno avuto un assaggio in Gara 3.
Tyrese Haliburton lo ha definito un “fratello maggiore”, elogiando l’infinita energia che porta dalla panchina, capace di galvanizzare tanto i compagni, quanto l’intera folla. La Gara 3 di T.J. McConnell è stata un capolavoro tanto a livello qualitativo, quanto emotivo.
In 15 minuti dalla panchina, 10 punti, 5 assist e 5 palle rubate, il primo della storia NBA a mettere insieme questi numeri alle Finals uscendo dalla panchina. Addirittura solo altri 15, panchina o meno, hanno messo insieme numeri simili per quanto riguarda assist e palle rubate su questo palcoscenico, ultimo dei quali è Jimmy Butler in una leggendaria Gara 5 contro i Lakers nel 2020.
In questi Playoffs, la sua assist% va oltre il 40%, massimo percentile assoluto per il ruolo, 86esimo percentile in base allo usage, il carico offensivo. Sta tirando con il 67% nei cosiddetti “long-two”, i tiri dalla media più vicini all’arco dei tre punti che al canestro (o quasi), cifra valida per il 93esimo percentile. Efficienza, da calcolare al minuto – non a caso, è uno dei migliori nel ruolo su STAZ, il fantabasket di AtG.
A livello emotivo, ciascuna di quelle palle rubate è stata utile a cambiare il momentum, l’inerzia della partita. Sembrava che le sue braccia fossero infinite, che non si trattasse di una guardia sottodimensionata ma del Gigante Colossale comparso davanti al distretto di Shiganshina. Ha ricordato a tutti che, per quanto simpatico, il Grand Theft Alvarado è solo una copia sbiadita di quest’arte padroneggiata dal venerabile maestro.
E non è qualcosa che si scopre oggi. Talvolta viene da storcere il naso quando coach Carlisle lascia in panchina per ampi tratti di gara Tyrese Haliburton, dando più spazio di quanto sembrerebbe necessario alla propria point guard di riserva. Gara 3 ha giustificato tutte quelle situazioni. Si tratta di un profilo super efficiente, capace di fornire ordine in termini di playmaking e una produzione immediata.
E poi è super clutch. Quella che in molti chiamano “zona Cesarini”, per chi scrive è oramai la zona McConnell. Non si riesce a ricordare un singolo tiro dalla media, dal suo spot, una scelta sbagliata o una palla non sporcata nel clutch time dal giocatore dei Pacers che non abbia influenzato l’esito della partita.
Non c’è singola difesa in grado di fermarlo, nonostante la taglia. Raramente il miglior difensore avversario può essere messo su di lui, anche profili lunghi e rapidi come McDaniels, Bridges o Jalen Williams, perché significherebbe aprirsi alle offensive di minacce ben più grandi. E quelli che dovrebbero essere i pariruolo, contro di lui, fanno fatica. Troppo rapido per chiunque, troppo esplosivo quando si arresta su una monetina e chiude al ferro, o quando si defila per quel jumper pulitissimo, che parte in un amen.
Anche i Thunder, e soprattutto le NBA Finals, hanno scoperto tutte queste doti, quel capello laccato, e soprattutto l’inevitabilità di T.J. McConnell.